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Il processo del lavoro

Category : Diritto del lavoro

Il processo del lavoro alla luce della l. 4 novembre 2010 –  collegato lavoro alla finanziaria 2010.
a cura di Alfonso Emiliano Buonaiuto, Avvocato

Il legislatore, con l. 4 novembre 2010 n. 183, “Collegato lavoro alla legge finanziaria 2010” nell’ambito di una più ampia riforma del diritto sostanziale dei rapporti di lavoro e del mercato del lavoro, ha introdotto rilevanti  modifiche nel rito de lavoro.
Di importanza cruciale nel provvedimento sono gli articoli relativi al processo del lavoro che rendono facoltativo il tentativo di conciliazione nelle controversie individuali e in particolare quelli relativi all’arbitrato. Viene altresì rivista la disciplina sulla certificazione dei contratti ampliandone sia il campo di applicazione sia rafforzando il suo valore vincolante.
Analizziamo ora in dettaglio le novità introdotte.
CERTIFICAZIONE DEI CONTRATTI DI LAVORO
L’art 30 della L. 183/2010, detta disposizioni in tema di certificazioni dei contratti di lavoro; in particolare modifica alcune disposizioni dell’art 75 d.lgs.276/2003.
Il fine è quello di allargare l’ambito di applicazione della certificazione. Il nuovo articolo 75 infatti non contiene più l’elencazione dei contratti che possono essere certificati ma, afferma che:“Al fine di ridurre il contenzioso in materia di lavoro, le parti possono ottenere la certificazione dei contratti in cui sia dedotta, direttamente o indirettamente, una prestazione di lavoro secondo la procedura volontaria stabilita nel presente titolo”.
Le parti possono far attestare che il contratto che si sottoscrive ha i requisiti di forma e di sostanza richiesti dalla legge. Con la certificazione si stabiliscono a priori gli effetti che discendono dal contratto stabilendo con certezza i diritti e doveri cui sono tenute le parti del contratto.
Sono organi abilitati alla certificazione dei contratti di lavoro le commissioni di certificazione istituite presso:
gli enti bilaterali costituiti nell’ambito territoriale di riferimento ovvero a livello nazionale quando la commissione di certificazione sia costituita nell’ambito di organismi bilaterali a competenza nazionale;
le Direzioni provinciali del lavoro e le province;
le università pubbliche e private, comprese le Fondazioni universitarie;
il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro, esclusivamente in determinati casi;
i consigli provinciali dei consulenti del lavoro.
Il comma 1 dell’art 30, afferma che  in materia di lavoro pubblico e privato, in tutti i casi nei quali le disposizioni di legge nelle materie di cui all’articolo 409 cod. proc. civ., contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di instaurazione di un rapporto di lavoro, esercizio dei poteri datoriali, trasferimento di azienda e recesso, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai princìpi generali dell’ordinamento, all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente.
Ne consegue che, ai sensi del comma 2, nella qualificazione del contratto e nell’interpretazione delle clausole, il giudice non può discostarsi dalla valutazione delle parti espressa in sede di certificazione, fatto salvo il caso della erronea qualificazione del contratto, del vizio del consenso o della difformità tra quanto prima certificato e quello effettivamente attuato dopo.
Il comma 3 affronta la problematica della valutazione delle motivazioni alla base del licenziamento: “Il giudice, ai fini della valutazione, deve tener presenti le tipizzazioni della giusta causa e del giustificato motivo presenti nei contratti collettivi o nei contratti individuali certificati avanti ad una delle commissioni previste dalla legge. Nella definizione delle conseguenze da riconnettere al licenziamento il giudice deve tenere conto dei parametri fissati dalla contrattazione, delle dimensioni aziendali e dell’attività esercitata dal datare, delle dimensioni e delle condizioni riferite all’attività dello stesso datare, dell’anzianità e delle condizioni del lavoratore, della situazione del mercato del lavoro locale e del comportamento delle parti anche prima del licenziamento”.
Nulla viene modificato in merito alla procedura di certificazione prevista dall’art 78 D.Lgs 276/2003:
La procedura di certificazione è volontaria e consegue obbligatoriamente a una istanza scritta comune delle parti del contratto di lavoro.
L’inizio del procedimento deve essere comunicato alla Direzione provinciale del lavoro che provvede a inoltrare la comunicazione alle autorità pubbliche nei confronti delle quali l’atto di certificazione è destinato a produrre effetti. Le autorità pubbliche possono presentare osservazioni alle commissioni di certificazione.
Il procedimento di certificazione deve concludersi entro il termine di trenta giorni dal ricevimento della istanza e, l’atto di certificazione deve essere motivato e contenere il termine e l’autorità cui è possibile ricorrere nonchè,  esplicita menzione degli effetti, civili, amministrativi,  previdenziali o fiscali, in relazione ai quali le parti richiedono la certificazione.
Gli effetti dell’accertamento dell’organo preposto alla certificazione del contratto di lavoro permangono, anche verso i terzi, fino al momento in cui sia stato accolto, con sentenza di merito, uno dei ricorsi giurisdizionali esperibili ai sensi dell’articolo 80, fatti salvi i provvedimenti cautelari.
Nei confronti dell’atto di certificazione, le parti e i terzi nella cui sfera giuridica l’atto stesso è destinato a produrre effetti, possono proporre ricorso, presso l’autorità giudiziaria.
LA NUOVA DISCIPLINA DEL PROCESSO DEL LAVORO
L’art. 31 della l. 183/2010 riforma in profondità il rito del lavoro.
Le novità sostanziali sono:
1) Soppressione dell’obbligo del tentativo di conciliazione extragiudiziale;
2) Conciliazione giudiziale;
3) Modalità alternative di conciliazione e risoluzione arbitrale delle controversie;
4) Risoluzione arbitrale della controversia mediante clausola compromissoria inserita nel contratto di lavoro;
5) Uniformità del sistema di conciliazione tra settore pubblico e privato.
In dettaglio:
1) Soppressione dell’obbligo del tentativo di conciliazione extragiudiziale
In primo luogo, non è più obbligatorio il tentativo di conciliazione extragiudiziale, a meno che la controversia, come fatto rilevare sopra, non riguardi l’atto di certificazione del contratto di lavoro. Non essendo più il tentativo de quo condizione di procedibilità della domanda, si è proceduto alla abrogazione degli artt. 410 bis e 412 bis cod. proc civ.
Chi intende comunque promuovere prima del giudizio un tentativo di conciliazione, potrà farlo innanzi alla commissione di conciliazione istituita presso la direzione Provinciale del lavoro competente o prevista dal CCNL, come previsto dai nuovi artt. 410 e 411 cod. proc. civ. La comunicazione della richiesta di tentare la conciliazione interrompe la prescrizione e sospende il decorso dei termini di decadenza, per la durata del tentativo stesso e per i venti giorni successivi alla sua conclusione.
La procedura di conciliazione innanzi la DPL competente per territorio ai sensi dell’art. 413 cod. proc. civ., definita conciliazione in sede amministrativa, si svolge secondo l’iter seguente:
a) La richiesta del tentativo di conciliazione, debitamente sottoscritta, va consegnata o spedita alla DPL (ed in copia alla parte avversa) e deve contenere: le generalità delle parti, l’indicazione del luogo ove è sorto il rapporto di lavoro ovvero dove è ubicata l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale svolgeva la sua attività al momento della cessazione del rapporto di lavoro, il luogo dove si vogliono ricevere eventuali comunicazioni e l’esposizione degli argomenti in fatto e diritto posti a base della richiesta.
b) Nel caso intenda accettare, la controparte deve depositare entro venti giorni presso la commissione di conciliazione una memoria difensiva. Nei dieci giorni successivi, la commissione fissa la comparizione delle parti per svolgere il tentativo di conciliazione che deve tenersi entro i trenta giorni successivi. Se tuttavia i venti giorni trascorrono senza che ci sia stata alcuna iniziativa, le parti hanno facoltà di rivolgersi al giudice del lavoro.
c) Se la conciliazione ha esito positivo (anche parziale), si redige processo verbale, sottoscritto dalle parti e dai componenti la commissione. Tale verbale, su istanza di parte, potrà divenire titolo esecutivo previo decreto giudiziale.
d)  Se al contrario la conciliazione non riesce, la commissione formula comunque una proposta di accordo transattivo, alle quali le parti possono aderire o meno. In quest’ultimo caso, in sede di giudizio, il magistrato terrà conto del rifiuto di accettare la proposta ove non adeguatamente motivato.
La conciliazione in sede sindacale si presenta come alternativa a quella dinanzi all’ufficio provinciale del lavoro: essa viene attivata sulla base di procedure previste da contratti e accordi collettivi.
Laddove la conciliazione venga raggiunta, il relativo verbale deve essere depositato, a cura di una delle parti o per il tramite dell’associazione sindacale, presso l’Ufficio provinciale del lavoro.
Il direttore dell’ufficio, accertata l’autenticità del verbale, provvede a depositarlo presso la cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è stato formato dove il giudice, verificatane la regolarità formale, lo dichiara esecutivo con decreto.
Se la conciliazione non riesce, si applicano le norme dettate per la conciliazione in sede amministrativa.
Ai sensi dell’art. 31, comma 13 della l. 183/2010, il tentativo di conciliazione può essere espletato anche dinnanzi alle commissioni di certificazione secondo la disciplina di cui all’art. 410 cod. proc. civ.
2) Conciliazione giudiziale
Nel caso di ricorso giudiziale, il giudice formula alle parti una proposta di accordo transattivo. Nel caso di mancata comparizione ovvero di ingiustificato rifiuto della proposta, il giudice ne terrà conto ai fini della decisione della lite. (art. 420, comma 1, cod. proc. civ.).
3) Modalità alternative di conciliazione e risoluzione arbitrale delle controversie.
Il nuovo art. 412 cod. proc. civ., faculta le parti ad affidare alla DPL la risoluzione della controversia in via arbitrale, durante lo svolgimento del tentativo di conciliazione ovvero in caso di mancata riuscita.
Nel conferire il mandato per la risoluzione arbitrale della controversia, le parti devono indicare:
a) il termine per l’emanazione del lodo, che non può comunque superare i sessanta giorni dal conferimento del mandato, spirato il quale l’incarico deve intendersi revocato;
b) le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento e dei princìpi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari.
Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, ha effetto di legge tra le parti e le relative transazioni e rinunce non sono impugnabili.
Il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 808-ter cod. proc. civ. Sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, ai sensi del citato art. 808-ter, decide in unico grado il tribunale, in funzione di giudice del lavoro, nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Decorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto.
Ai sensi dell’art. 412 ter cod. proc. civ., la conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409, possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Il legislatore, all’art. 412 quater cod. proc. civ. ha poi previsto un’ulteriore procedura a disposizione delle parti: il ricorso ad un collegio di conciliazione e arbitrato irrituale.
Il collegio di conciliazione e arbitrato è composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro, in funzione di presidente, scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di cassazione.
La parte che intenda ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato deve notificare all’altra parte un ricorso sottoscritto, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, personalmente o da un suo rappresentante al quale abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. Il ricorso deve contenere la nomina dell’arbitro di parte e indicare l’oggetto della domanda, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda la domanda stessa, i mezzi di prova e il valore della controversia entro il quale si intende limitare la domanda. Il ricorso deve contenere il riferimento alle norme invocate dal ricorrente a sostegno della sua pretesa e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento e dei princìpi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari.
Se la parte convenuta intende accettare la procedura di conciliazione e arbitrato nomina il proprio arbitro di parte, il quale entro trenta giorni dalla notifica del ricorso procede, ove possibile, concordemente con l’altro arbitro, alla scelta del presidente e della sede del collegio. Ove ciò non avvenga, la parte che ha presentato ricorso può chiedere che la nomina sia fatta dal presidente del tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato. Se la parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso è presentato al presidente del tribunale del luogo in cui è sorto il rapporto di lavoro o ove si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto.
In caso di scelta concorde del terzo arbitro e della sede del collegio, la parte convenuta, entro trenta giorni da tale scelta, deve depositare presso la sede del collegio una memoria difensiva sottoscritta, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, da un avvocato cui abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. La memoria deve contenere le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale e l’indicazione dei mezzi di prova. Entro dieci giorni dal deposito della memoria difensiva il ricorrente può depositare presso la sede del collegio una memoria di replica senza modificare il contenuto del ricorso. Nei successivi dieci giorni il convenuto può depositare presso la sede del collegio una controreplica senza modificare il contenuto della memoria difensiva.
Il collegio fissa il giorno dell’udienza, da tenere entro trenta giorni dalla scadenza del termine per la controreplica del convenuto, dandone comunicazione alle parti, nel domicilio eletto, almeno dieci giorni prima.
All’udienza il collegio esperisce il tentativo di conciliazione. Se la conciliazione riesce, il verbale su istanza di parte, acquista efficacia di titolo esecutivo.
In caso di esito negativo, il collegio provvede, ove occorra, a interrogare le parti e ad ammettere e assumere le prove, altrimenti invita all’immediata discussione orale. Nel caso di ammissione delle prove, il collegio può rinviare ad altra udienza, a non più di dieci giorni di distanza, l’assunzione delle stesse e la discussione orale.
La controversia è decisa, entro venti giorni dall’udienza di discussione, mediante un lodo. Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, ha effetto di legge tra le parti e le relative transazioni e rinunce non sono impugnabili.
Il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 808-ter. Sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, ai sensi dell’articolo 808-ter, decide in unico grado il tribunale, in funzione di giudice del lavoro, nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Decorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto.
Resta ferma la possibilità per le parti di ricorrere al giudice del lavoro o di avvalersi delle altre procedure di conciliazione e arbitrato, tra le quali la definizione arbitrale della lite innanzi alle commissioni di certificazione, che possono istituire apposite camere arbitrali ovvero stipulare convenzioni con le quali prevedere la costituzione di camere arbitrali unitarie (art. 31, comma 12, l. 183/2010).
4) Risoluzione arbitrale della controversia mediante clausola compromissoria inserita nel contratto di lavoro.
Il datore di lavoro ed il lavoratore possono altresì pattuire clausole compromissorie di cui all’art. 808 cod. proc. civ., con le quali rimettere ad arbitri eventuali controversie, rinviando alle procedure arbitrali di cui all’art. 412 e 412 quater cod. proc. civ.
Si tratta di un punto critico della riforma sulla quale lo stesso Capo dello Stato era intervenuto, rinviando alle Camere il precedente testo normativo.
La clausola può essere inserita nel contratto alle seguenti condizioni:
a) Deve essere previsto da accordi interconfederali e contratti collettivi di lavoro stipulati dalle maggiori organizzazioni nazionali dei lavoratori e dei datori di lavoro;
b) la clausola compromissoria deve essere stata certificata da una commissione di certificazione  dei contratti di lavoro di cui all’art. 76, comma 1, del d.lgs. 276/2003.
In ossequio ai rilievi del Presidente della Repubblica, si prevede che, a tutela della libertà dell’arbitrato, le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi.
La clausola compromissoria, ad ogni modo, non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro; vale a dire in caso di licenziamenti.
Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato. Per le restanti parti, nulla cambia rispetto alla stesura originaria della L. 183/2010.
In mancanza di accordi interconfederali o contratti collettivi da stipularsi entro il 23 marzo 2011, il Ministero del Lavoro convoca le parti sociali ed assegna ulteriori sei mesi di tempo per giungere ad un accordo, attuando, in tale torno di tempo, ogni iniziativa volta al raggiungimento dell’accordo stesso. In caso contrario, si prevede che il Ministro entro 6 mesi dalla convocazione, emani un decreto che individui in via sperimentale le modalità di attuazione e di piena operatività della norma.
5) Uniformità del sistema di conciliazione tra settore pubblico e privato.
Alle controversie di lavoro del settore pubblico si applicheranno gli artt. 410, 411, 412, 412 ter e 412 quater cod. proc. civ., attesa l’abrogazione degli artt. 65 e 66 D.Lgs. 165/2001. Le controversie in parola potranno altresì essere rimesse alle camere arbitrali ai sensi dell’art. 31, comma 12, l. 183/2010.
LA CIRCOLARE DEL MINISTERO DEL WELFARE.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali al fine di  fornire indirizzi applicativi, ha emanato la circolare 25 novembre 2010, n. 3428, sottolineando la limitata possibilità operativa degli organi già esistenti che opererann osolo in regime di prorogatio.
Ai sensi del secondo comma dell’art. 3 del D.L. n. 293/1994, la prorogatio è limitata esclusivamente all’adozione degli “gli atti di ordinaria amministrazione, nonché gli atti urgenti e indifferibili con indicazione specifica dei motivi di urgenza e indifferibilità”, tra i quali anche quelli di trattazione delle istanze di conciliazione nel frattempo intervenute.
Tuttavia, poiché ai sensi dell’art. 4, c. 1, del citato decreto legge, “entro il periodo di proroga gli organi amministrativi scaduti debbono essere ricostituiti”, la circolare sollecita i direttori delle Direzioni provinciali del lavoro a procedere nel più breve tempo possibile a richiedere alle Organizzazioni sindacali e alle Associazioni datoriali maggiormente rappresentative a livello territoriale la designazione dei propri rappresentanti, un componente effettivo e uno supplente, che saranno chiamati a formare la Commissione e le sottocommissioni, provvedendo conseguentemente, entro e non oltre l’8 gennaio 2011 (quarantacinquesimo giorno dal 24 novembre 2010), ad adottare il decreto direttoriale di ricostituzione della Commissione provinciale di conciliazione.
La circolare evidenzia l’obbligo per i funzionari addetti di verificare che la richiesta di conciliazione presenti gli elementi essenziali previsti dal nuovo art. 410 cod. proc. civ., dovendo altrimenti dichiararne l’improcedibilità, salva la costituzione sanante del destinatario, con concessione dei termini per l’integrazione del caso e, conseguentemente, a difesa del convenuto.
In merito ai termini ed alle fasi del procedimento, se ne consente la dilatazione e lo slittamento solo in caso di accordo tra le parti, altrimenti dovendo ritenersi esaurita la fase stragiudiziale col libero avvio di quella processuale.
Atteso il silenzio del legislatore circa i criteri di gestione del procedimento nella fase transitoria, il Ministero ritiene che, per quanto concerne le istanze proposte prima del 24 novembre e, quindi alla stregua del previgente art. 410 cod. proc. civ., le commissioni, sia nel caso in cui abbiano già convocato le parti prima del 24 novembre, sia nell’ipotesi io cui non abbiano ancora fissato la data di convocazione, dovranno informare le parti sulla intervenuta non obbligatorietà del tentativo di conciliazione e sulla possibilità di portare a termine la conciliazione avanti la sede adita al fine di pervenire ad una transazione che avrà, in ogni caso, l’efficacia di cui all’ultimo comma dell’art. 2113 cod. civ.
In merito ai tentativi di conciliazione esperiti nel pubblico impiego privatizzato, in considerazione dell’abrogazione degli artt. 65 e 66 del D.Lgs. n. 165/2001, per quanto riguarda i Collegi già costituiti operanti alla data del 24 novembre, secondo la circolare il presidente dovrà comunicare agli altri arbitri ed alle parti che abbiano proposto il tentativo di conciliazione in base alla previgente normativa che, per effetto dell’abrogazione dell’art. 66 del D.Lgs. n. 165/2001, il collegio cessa la propria attività ope legis, cosicché esse possano liberamente scegliere se procedere nell’espletamento o desistere, adendo il giudice del lavoro.
Invece, per le vertenze non ancora portate all’esame del collegio, pur se il tentativo è stato richiesto con il vecchio rito e gli arbitri sono stati nominati (o in corso di nomina) alla data del 24 novembre, gli Uffici dovranno comunicare che non è possibile attuare la vecchia procedura e che il tentativo facoltativo sarà svolto avanti alla commissione provinciale di conciliazione, ove ciascuna parte manifesti espressa volontà di procedere.
Ciò anche nell’ipotesi in cui non è terminata la fase prodromica alla costituzione del Collegio alla data del 24 novembre.
Le istanze promosse dopo l’entrata in vigore della l. 183/2010, andranno archiviate, stante l’intervenuta abrogazione degli artt. 65 e 66 del D.Lgs. n. 165/2001.
Infine, nel caso di conciliazione da attivarsi a seguito della sospensione del processo, incardinato ante legge n. 183/2010, disposta dal giudice ai sensi dell’art. 412 bis cod. proc. civ., quale condizione di procedibilità della domanda, gli Uffici provinciali del lavoro procederanno ad esaminarli secondo la normativa previgente.
BREVI CONSIDERAZIONI
Dopo i primi mesi di vigenza del nuovo articolo 410 cod. proc. civ. le statistiche registrano una riduzione del 60% dei tentativi di conciliazione innanzi alla commissioni provinciali di conciliazione e la totale assenza di richieste arbitrali sia avanti alla commissione sia con le forme di cui all’art. 412 ter cod. pro civ.
Se tale effetto era, in un certo qual modo, prevedibile, è ancora troppo presto per  fare valutazioni affidabili sull’effetto prodotto dalla l. 183/2011 sul rito del lavoro
Possiamo tuttavia svolgere qualche considerazione sulla ratio della nuova disciplina e su alcuni aspetti problematici della stessa.
Analogamente alle modifiche introdotte nel rito del lavoro nel 2008 e nel 2009, anche in questo caso l’intento del legislatore è stato quello di incidere sull’inefficienza della giustizia del lavoro pur lasciando intatto il modello processuale del 1973.
Alla luce di tale intenzione, appare poco comprensibile l’assenza di interventi sul processo previdenziale se solo si considera che le cause previdenziali ed assistenziali rappresentano ben più del 50% del contenzioso affidato alla cognizione dei giudici del lavoro, sì da essere oggetto di notevole attenzione in proposte di riforma avanzate negli ultimi anni in sedi istituzionali e nel dibattito dottrinale.  È questa una clamorosa carenza che pone seri interrogativi sulla concreta portata d’efficienza della riforma introdotta con il collegato lavoro.
Se negli annni 2008-2009 si sono introdotti strumenti di contrasto dell’abuso del processo, con la  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″l. n. 183/2010, l’obiettivo perseguito dal legislatore è stato quello della deflazione del contenzioso attraverso la valorizzazione dell’arbitrato irrituale in chiave alternativa alla giurisdizione.
Tuttavia, non può non apparire come un elemento di confusione la previsione di ben quattro diverse modalità di accesso all’arbitrato:la prima presso le Direzioni Provinciali del lavoro; la seconda dinanzi ad un Collegio composto ad hoc, su istanza delle parti; la terza, presso le sedi e con le modalità eventualmente individuate dalla contrattazione collettiva; la quarta ed ultima forma, presso le camere arbitrali costituite dagli organi di certificazione. Forse sarebbe stato più opportuno replicare la scelta compiuta in sede civile, attraverso l’introduzione ex lege 28/2010 di un unico istituto (quello della mediazione) e la precisa regolamentazione della sua procedura.
Altre perplessità sorgono con riferimento alla domanda se l’arbitrato costituisca effettivamente la giusta risposta alle esigenze di rapida definizione delle controversie in materia di diritto del lavoro, tenuto conto della qualità delle parti coinvolte e dell’esigenza di uniformità interpretativa.
Tali perplessità sono rafforzate dalle esperienze compiute nel passato, che hanno dimostrato come il ricorso alle forme di arbitrato già esistenti abbia avuto pocchissimo successo. Infine, anche con riguardo allo strumento della Certificazione, un rischio risiede nell’affidare una valutazione di estrema importanza per le parti contrattuali – quella sulla qualificazione del rapporto e sulle conseguenze da riconnettere all’eventuale recesso – ad organi che non
garantiscano uniformità interpretativa ed applicativa. Non va poi dimenticato che il ricorso alla Certificazione non preclude, seppur nei limiti previsti dalla normativa in esame, il ricorso alla tutela giudiziaria, rendendo dubbio il concreto impatto positivo dell’istituto in termini di deflazione del contenzioso.
Come fatto rilevare supra, il testo originario inerente l’arbitrato scaturente da clausola compromissoria è stato mutato a seguito del messaggio motivato alle Camere del 31 marzo 2010 del Presidente della Repubblica, nel quale, pur apprezzandosi l’intento di introdurre strumenti idonei a prevenire l’insorgere di controversie e di accelerarne le modalità di definizione, si sono espressi dubbi di ordine costituzionale circa la possibilità di pattuizione della clausola compromissoria da parte di un soggetto particolarmente debole nella fase di costituzione del rapporto.
Il capo dello Stato  ha altresì sollevato perplessità circa la flessibilizzazione della disciplina sostanziale del rapporto di lavoro immanente al riconoscimento all’arbitro del potere di decidere secondo equità. Il che, quanto ai rapporti di lavoro con le pubbliche amministrazioni, sempre secondo il messaggio presidenziale, poneva anche la necessità di chiarire se e a quali norme si potesse derogare senza ledere i principi di buon andamento, trasparenza ed imparzialità dell’azione amministrativa di cui  HYPERLINK “http://bd05.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=05AC00009837&”all’art. 97 Cost. Ancora il Presidente della Repubblica ha rilevato la non conformità ai principi generali dell’ordinamento e l’incoerenza del riconoscimento dei suddetti poteri suppletivi al Ministero del lavoro e delle politiche sociali con l’impostazione dello stesso comma 9 dell’art. 31 del collegato.
Le modifiche apportate al testo a  seguito dei rilievi de quibus, non avrebbero tuttavia del tutto sopito i dubbi di incostituzionalità.Ed invero, non può non rilevarsi la debolezza del lavoratore non assistito da tutela reale a resistere ad una proposta del datore di lavoro di previsione della clausola compromissoria.

BIBLIOGRAFIA
V. Speziale, La riforma della certificazione e dell’arbitrato nel “collegato lavoro”, in Dir. lav. Mercati, 2010, 147.
A. Vallebona, Una buona svolta del diritto del lavoro: il “collegato” 2010, in Mass. giur. lav., 2010, 213.
Collegato lavoro. Commento alla  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″legge 4 novembre 2010, n.  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″183, a cura di Tiraboschi, in I libri di Guida lav., 2010.
Per una tutela effettiva dei diritti dei lavoratori, Atti della tavola rotonda che ha avuto luogo presso il Cnel il 23 aprile 2010, in Riv. giur. lav., 2010, I, 360 ss.

GIURISPRUDENZA
Il verbale di conciliazione non può ritenersi qualificabile agli effetti di cui  HYPERLINK “http://bd05.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=05AC00004969&”all’art. 411 c.p.c. nelle ipotesi in cui non risulti sottoscritto in sede sindacale, né dal rappresentante sindacale alla presenza ed in contestualità del lavoratore. In ipotesi siffatte, invero, non può attribuirsi al menzionato documento quella funzione di supporto che la legge riconosce al sindacato nella fattispecie conciliativa.
Cass. civ. Sez. lavoro, 10-02-2011, n. 3237

In tema di controversie di lavoro, qualora il giudice, nel rilevare l’improcedibilità della domanda per il mancato esperimento del tentativo di conciliazione ai sensi dell’art. 412 bis cod. proc. civ. e nel disporre la sospensione del giudizio con assegnazione alle parti di un termine per espletare detto tentativo, abbia con ordinanza delibato la propria giurisdizione esclusivamente ai fini dell’impulso del processo e quale premessa del provvedimento di sospensione, non può ritenersi formato il giudicato in punto di giurisdizione e non è precluso al giudice di pronunziare nuovamente al riguardo. (Rigetta, App. Catania, 30/11/2007)
Cass. civ. Sez. lavoro, 16-03-2011, n. 6156

LEGISLAZIONE
L. 4-11-2010 n. 183 Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro.
Pubblicata nella Gazz. Uff. 9 novembre 2010, n. 262, S.O.

Art. 30 Clausole generali e certificazione del contratto di lavoro
1.  In tutti i casi nei quali le disposizioni di legge nelle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile e all’ articolo 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, contengano clausole generali, ivi comprese le norme in tema di instaurazione di un rapporto di lavoro, esercizio dei poteri datoriali, trasferimento di azienda e recesso, il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai princìpi generali dell’ordinamento, all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente.
2.  Nella qualificazione del contratto di lavoro e nell’interpretazione delle relative clausole il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti, espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, salvo il caso di erronea qualificazione del contratto, di vizi del consenso o di difformità tra il programma negoziale certificato e la sua successiva attuazione.
3.  Nel valutare le motivazioni poste a base del licenziamento, il giudice tiene conto delle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi di lavoro stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi ovvero nei contratti individuali di lavoro ove stipulati con l’assistenza e la consulenza delle commissioni di certificazione di cui al titolo VIII del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni. Nel definire le conseguenze da riconnettere al licenziamento ai sensi dell’ articolo 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, il giudice tiene egualmente conto di elementi e di parametri fissati dai predetti contratti e comunque considera le dimensioni e le condizioni dell’attività esercitata dal datore di lavoro, la situazione del mercato del lavoro locale, l’anzianità e le condizioni del lavoratore, nonché il comportamento delle parti anche prima del licenziamento.
4.  L’ articolo 75 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, è sostituito dal seguente: 
«Art. 75. – (Finalità). – 1. Al fine di ridurre il contenzioso in materia di lavoro, le parti possono ottenere la certificazione dei contratti in cui sia dedotta, direttamente o indirettamente, una prestazione di lavoro secondo la procedura volontaria stabilita nel presente titolo».
5.  All’ articolo 76, comma 1, lettera c-ter), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «e comunque unicamente nell’ambito di intese definite tra il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, con l’attribuzione a quest’ultimo delle funzioni di coordinamento e vigilanza per gli aspetti organizzativi».
6.  Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Gli adempimenti previsti dal presente articolo sono svolti nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

Art. 31  Conciliazione e arbitrato
1.  L’articolo 410 del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: 
«Art. 410. – (Tentativo di conciliazione). – Chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti previsti dall’articolo 409 può promuovere, anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato, un previo tentativo di conciliazione presso la commissione di conciliazione individuata secondo i criteri di cui all’articolo 413. 
La comunicazione della richiesta di espletamento del tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza. 
Le commissioni di conciliazione sono istituite presso la Direzione provinciale del lavoro. La commissione è composta dal direttore dell’ufficio stesso o da un suo delegato o da un magistrato collocato a riposo, in qualità di presidente, da quattro rappresentanti effettivi e da quattro supplenti dei datori di lavoro e da quattro rappresentanti effettivi e da quattro supplenti dei lavoratori, designati dalle rispettive organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello territoriale. 
Le commissioni, quando se ne ravvisi la necessità, affidano il tentativo di conciliazione a proprie sottocommissioni, presiedute dal direttore della Direzione provinciale del lavoro o da un suo delegato, che rispecchino la composizione prevista dal terzo comma. In ogni caso per la validità della riunione è necessaria la presenza del Presidente e di almeno un rappresentante dei datori di lavoro e almeno un rappresentante dei lavoratori. 
La richiesta del tentativo di conciliazione, sottoscritta dall’istante, è consegnata o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento. Copia della richiesta del tentativo di conciliazione deve essere consegnata o spedita con raccomandata con ricevuta di ritorno a cura della stessa parte istante alla controparte. 
La richiesta deve precisare: 
1) nome, cognome e residenza dell’istante e del convenuto; se l’istante o il convenuto sono una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato, l’istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonché la sede; 
2) il luogo dove è sorto il rapporto ovvero dove si trova l’azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto; 
3) il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura; 
4) l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa. 
Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deposita presso la commissione di conciliazione, entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale. Ove ciò non avvenga, ciascuna delle parti è libera di adire l’autorità giudiziaria. Entro i dieci giorni successivi al deposito, la commissione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni. Dinanzi alla commissione il lavoratore può farsi assistere anche da un’organizzazione cui aderisce o conferisce mandato. 
La conciliazione della lite da parte di chi rappresenta la pubblica amministrazione, anche in sede giudiziale ai sensi dell’articolo 420, commi primo, secondo e terzo, non può dar luogo a responsabilità, salvi i casi di dolo e colpa grave».
2.  Il tentativo di conciliazione di cui all’ articolo 80, comma 4, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, è obbligatorio.
3.  L’articolo 411 del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: 
«Art. 411. – (Processo verbale di conciliazione). – Se la conciliazione esperita ai sensi dell’articolo 410 riesce, anche limitatamente ad una parte della domanda, viene redatto separato processo verbale sottoscritto dalle parti e dai componenti della commissione di conciliazione. Il giudice, su istanza della parte interessata, lo dichiara esecutivo con decreto. 
Se non si raggiunge l’accordo tra le parti, la commissione di conciliazione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia. Se la proposta non è accettata, i termini di essa sono riassunti nel verbale con indicazione delle valutazioni espresse dalle parti. Delle risultanze della proposta formulata dalla commissione e non accettata senza adeguata motivazione il giudice tiene conto in sede di giudizio. 
Ove il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato ai sensi dell’articolo 415 devono essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito. Se il tentativo di conciliazione si è svolto in sede sindacale, ad esso non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 410. Il processo verbale di avvenuta conciliazione è depositato presso la Direzione provinciale del lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un’associazione sindacale. Il direttore, o un suo delegato, accertatane l’autenticità, provvede a depositarlo nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è stato redatto. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del verbale di conciliazione, lo dichiara esecutivo con decreto».
4.  All’articolo 420, primo comma, del codice di procedura civile, le parole: «e tenta la conciliazione della lite» sono sostituite dalle seguenti: «, tenta la conciliazione della lite e formula alle parti una proposta transattiva» e le parole: «senza giustificato motivo, costituisce comportamento valutabile dal giudice ai fini della decisione» sono sostituite dalle seguenti: «o il rifiuto della proposta transattiva del giudice, senza giustificato motivo, costituiscono comportamento valutabile dal giudice ai fini del giudizio».
5.  L’articolo 412 del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: 
«Art. 412. – (Risoluzione arbitrale della controversia). – In qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possono indicare la soluzione, anche parziale, sulla quale concordano, riconoscendo, quando è possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla commissione di conciliazione il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia. 
Nel conferire il mandato per la risoluzione arbitrale della controversia, le parti devono indicare: 
1) il termine per l’emanazione del lodo, che non può comunque superare i sessanta giorni dal conferimento del mandato, spirato il quale l’incarico deve intendersi revocato; 
2) le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento e dei princìpi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari. 
Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui all’articolo 1372 e all’articolo 2113, quarto comma, del codice civile. 
Il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 808-ter. Sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, ai sensi dell’articolo 808-ter, decide in unico grado il tribunale, in funzione di giudice del lavoro, nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Decorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto».
6.  L’articolo 412-ter del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: 
«Art. 412-ter. – (Altre modalità di conciliazione e arbitrato previste dalla contrattazione collettiva). – La conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409, possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative».
7.  All’articolo 2113, quarto comma, del codice civile, le parole: «ai sensi degli articoli 185, 410 e 411» sono sostituite dalle seguenti: «ai sensi degli articoli 185, 410, 411, 412-ter e 412-quater».
8.  L’articolo 412-quater del codice di procedura civile è sostituito dal seguente: 
«Art. 412-quater. – (Altre modalità di conciliazione e arbitrato). – Ferma restando la facoltà di ciascuna delle parti di adire l’autorità giudiziaria e di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversie di cui all’articolo 409 possono essere altresì proposte innanzi al collegio di conciliazione e arbitrato irrituale costituito secondo quanto previsto dai commi seguenti. 
Il collegio di conciliazione e arbitrato è composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro, in funzione di presidente, scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di cassazione. 
La parte che intenda ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato deve notificare all’altra parte un ricorso sottoscritto, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, personalmente o da un suo rappresentante al quale abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. Il ricorso deve contenere la nomina dell’arbitro di parte e indicare l’oggetto della domanda, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda la domanda stessa, i mezzi di prova e il valore della controversia entro il quale si intende limitare la domanda. Il ricorso deve contenere il riferimento alle norme invocate dal ricorrente a sostegno della sua pretesa e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento e dei princìpi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari. 
Se la parte convenuta intende accettare la procedura di conciliazione e arbitrato nomina il proprio arbitro di parte, il quale entro trenta giorni dalla notifica del ricorso procede, ove possibile, concordemente con l’altro arbitro, alla scelta del presidente e della sede del collegio. Ove ciò non avvenga, la parte che ha presentato ricorso può chiedere che la nomina sia fatta dal presidente del tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato. Se le parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso è presentato al presidente del tribunale del luogo in cui è sorto il rapporto di lavoro o ove si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto. 
In caso di scelta concorde del terzo arbitro e della sede del collegio, la parte convenuta, entro trenta giorni da tale scelta, deve depositare presso la sede del collegio una memoria difensiva sottoscritta, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, da un avvocato cui abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. La memoria deve contenere le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale e l’indicazione dei mezzi di prova. 
Entro dieci giorni dal deposito della memoria difensiva il ricorrente può depositare presso la sede del collegio una memoria di replica senza modificare il contenuto del ricorso. Nei successivi dieci giorni il convenuto può depositare presso la sede del collegio una controreplica senza modificare il contenuto della memoria difensiva. 
Il collegio fissa il giorno dell’udienza, da tenere entro trenta giorni dalla scadenza del termine per la controreplica del convenuto, dandone comunicazione alle parti, nel domicilio eletto, almeno dieci giorni prima. 
All’udienza il collegio esperisce il tentativo di conciliazione. Se la conciliazione riesce, si applicano le disposizioni dell’articolo 411, commi primo e terzo. 
Se la conciliazione non riesce, il collegio provvede, ove occorra, a interrogare le parti e ad ammettere e assumere le prove, altrimenti invita all’immediata discussione orale. Nel caso di ammissione delle prove, il collegio può rinviare ad altra udienza, a non più di dieci giorni di distanza, l’assunzione delle stesse e la discussione orale. 
La controversia è decisa, entro venti giorni dall’udienza di discussione, mediante un lodo. Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui agli articoli 1372 e 2113, quarto comma, del codice civile. Il lodo è impugnabile ai sensi dell’articolo 808-ter. Sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, ai sensi dell’articolo 808-ter, decide in unico grado il tribunale, in funzione di giudice del lavoro, nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Decorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto. 
Il compenso del presidente del collegio è fissato in misura pari al 2 per cento del valore della controversia dichiarato nel ricorso ed è versato dalle parti, per metà ciascuna, presso la sede del collegio mediante assegni circolari intestati al presidente almeno cinque giorni prima dell’udienza. Ciascuna parte provvede a compensare l’arbitro da essa nominato. Le spese legali e quelle per il compenso del presidente e dell’arbitro di parte, queste ultime nella misura dell’1 per cento del suddetto valore della controversia, sono liquidate nel lodo ai sensi degli articoli 91, primo comma, e 92. 
I contratti collettivi nazionali di categoria possono istituire un fondo per il rimborso al lavoratore delle spese per il compenso del presidente del collegio e del proprio arbitro di parte».
9.  Le disposizioni degli articoli 410, 411, 412, 412-ter e 412-quater del codice di procedura civile si applicano anche alle controversie di cui all’ articolo 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. Gli articoli 65 e 66 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono abrogati.
10.  In relazione alle materie di cui all’articolo 409 del codice di procedura civile, le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 del codice di procedura civile che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata in base alle disposizioni di cui al titolo VIII deldecreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, dagli organi di certificazione di cui all’ articolo 76 del medesimo decreto legislativo, e successive modificazioni. Le commissioni di certificazione accertano, all’atto della sottoscrizione della clausola compromissoria, la effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le eventuali controversie nascenti dal rapporto di lavoro. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro. Davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.
11.  In assenza degli accordi interconfederali o contratti collettivi di cui al primo periodo del comma 10, trascorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali convoca le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative, al fine di promuovere l’accordo. In caso di mancata stipulazione dell’accordo di cui al periodo precedente, entro i sei mesi successivi alla data di convocazione, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali con proprio decreto, tenuto conto delle risultanze istruttorie del confronto tra le parti sociali, individua in via sperimentale, fatta salva la possibilità di integrazioni e deroghe derivanti da eventuali successivi accordi interconfederali o contratti collettivi, le modalità di attuazione e di piena operatività delle disposizioni di cui al comma 10.
12.  Gli organi di certificazione di cui all’ articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, possono istituire camere arbitrali per la definizione, ai sensi dell’articolo 808-ter del codice di procedura civile, delle controversie nelle materie di cui all’articolo 409 del medesimo codice e all’articolo 63, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. Le commissioni di cui al citato articolo 76 del decreto legislativo n. 276 del 2003, e successive modificazioni, possono concludere convenzioni con le quali prevedano la costituzione di camere arbitrali unitarie. Si applica, in quanto compatibile, l’articolo 412, commi terzo e quarto, del codice di procedura civile.
13.  Presso le sedi di certificazione di cui all’ articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, può altresì essere esperito il tentativo di conciliazione di cui all’articolo 410 del codice di procedura civile.
14.  All’ articolo 82 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, sono apportate le seguenti modificazioni:
a)  al comma 1, le parole: «di cui all’articolo 76, comma 1, lettera a),» sono sostituite dalle seguenti: «di cui all’articolo 76»;
b)  è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«1-bis. Si applicano, in quanto compatibili, le procedure previste dal capo I del presente titolo».
15.  Il comma 2 dell’ articolo 83 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, è abrogato.
16.  Gli articoli 410-bis e 412-bis del codice di procedura civile sono abrogati.
17.  All’ articolo 79 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, è aggiunto, in fine, il seguente comma: 
«Gli effetti dell’accertamento dell’organo preposto alla certificazione del contratto di lavoro, nel caso di contratti in corso di esecuzione, si producono dal momento di inizio del contratto, ove la commissione abbia appurato che l’attuazione del medesimo è stata, anche nel periodo precedente alla propria attività istruttoria, coerente con quanto appurato in tale sede. In caso di contratti non ancora sottoscritti dalle parti, gli effetti si producono soltanto ove e nel momento in cui queste ultime provvedano a sottoscriverli, con le eventuali integrazioni e modifiche suggerite dalla commissione adita».
18.  Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Gli adempimenti previsti dal presente articolo sono svolti nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

.Nel messaggio del Capo dello Stato sull’originario testo che prevedeva la decisione secondo equità nel rispetto dei «principi generali dell’ordinamento», si evidenziava come con tale giudizio in deroga alle disposizioni di legge: «si incide sulla stessa disciplina sostanziale del rapporto di lavoro, rendendola estremamente flessibile anche al livello del rapporto individuale. Né può costituire garanzia sufficiente il generico richiamo del rispetto dei principi generali dell’ordinamento, che non appare come tale idoneo a ricomprendere tutte le ipotesi di diritti indisponibili, al di là di quelli costituzionalmente garantiti; e comunque un aspetto così delicato non può essere affidato a contrastanti orientamenti dottrinali e giurisprudenziali, suscettibili di alimentare contenziosi che la legge si propone inoltre di evitare. Perplessità ulteriori suscita la estensione della possibilità di ricorrere a tale tipo di arbitrato anche in materia di pubblico impiego: in tal caso è particolarmente evidente la necessità di chiarire se ed a quali norme si possa derogare senza ledere i princìpi di buon andamento, trasparenza ed imparzialità dell’azione amministrativa sanciti  HYPERLINK “http://bd05.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=05AC00009837&”dall’art. 97 della Costituzione».
P. Alleva, in Per una tutela effettiva dei diritti dei lavoratori, Atti della tavola rotonda che ha avuto luogo presso il Cnel il 23 aprile 2010, in Riv. giur. lav., 2010, I, 364.


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Integrazioni lavori usuranti

Category : Diritto del lavoro

Novità anche per i lavoratori impegnati in mansioni usuranti: il decreto salva Italia rivede le norme di vantaggio faticosamente elaborate ed entrate in vigore solo pochi mesi fa, mantenendo per loro una corsia preferenziale pur se commisurata alle nuove e molto più stringenti regole generali. Con il decreto legislativo 67 del 2011 era stato stabilito che queste persone potessero andare in pensione con un anticipo di 3 anni. Il beneficio riguardava i lavori particolarmente usuranti (classificati come tali dal ministero) coloro che sono impegnati frequentemente in turni notturni, gli addetti alla «linea catena» (mansioni particolarmente ripetitive) e i conducenti di veicoli pesanti adibiti al trasporto di persone. È richiesto che queste mansioni siano state svolte per almeno sette degli ultimi dieci anni di carriera. Le nuove regole non cambiano i destinatari,ma prevedono l’applicazione della precedente normativa provvisoria fino al 2011, mentre dal prossimo anno questi lavoratori potranno andare in pensione con il sistema delle quote che per gli altri è stato cancellato: dunque con quota 96 nel 2012 (61 anni di età e 35 di contributi, oppure 60 e 36) e quota 97 dal 2013. Resta in vigore per loro anche il sistema delle finestre di un almeno un anno. In pratica chi svolge un lavoro usurante mantiene un vantaggio relativo rispetto a tutti gli altri potendo usare il canale ad essi precluso. Si prevede così che il fondo stanziato per questa finalità resti sufficiente.


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L’ispezione del lavoro e le sanzioni in tema di orario di lavoro

Category : Diritto del lavoro

L’ispezione del lavoro e le sanzioni in tema di orario di lavoro alla luce della l. 4 novembre 2010 n. 183 – collegato lavoro alla finanziaria 2010
a cura di Alfonso Emiliano Buonaiuto, Avvocato

La vigilanza in materia di lavoro è da sempre al centro degli interessi del legislatore nazionale.
Ed invero, già con la L. 3 aprile 1879, n. 4828, si provvide ad istituire nell’ambito del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio le figure dell’Ispettore dell’Industria e dell’Insegnamento Industriale.
Successivamente, con la L. 11 febbraio 1896, n. 3657, vennero emanate norme volte a vigilare sul lavoro minorile e con la L. 30 marzo 1893, n. 184 venne istituito il Corpo degli Ispettori e Ingegneri delle miniere, cave e torbiere.
La L. n. 246 del 1902, istituì presso il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio un Ufficio del Lavoro e, infine, con la L. 19 luglio 1906, n. 380, venne istituito il “Corpo degli Ispettori del Lavoro”.
Con il D.P.R. 19 marzo 1955, n. 520, il legislatore stabilì le attribuzioni, le competenze e i poteri degli Ispettorati del Lavoro, aventi sede in ogni Provincia, ma solo nel 1993, con la L. n. 537 si dette luogo ad una riorganizzazione degli Ispettorati del Lavoro che a far data dal 1997, assieme agli U.L.P.M.O., confluirono nelle Direzioni Provinciali del Lavoro, alle quali fanno capo il Servizio Ispezione del Lavoro ed il Servizio Politiche del Lavoro.
Il D.Lgs. 23 aprile 2004, n. 124, emanato in attuazione della L. 30/2003 ha poi profondamente riformato la disciplina della vigilanza in materia di lavoro e previdenza sociale sulla base dei seguenti principi:
1) accentuazione della finalità preventiva degli accertamenti;
2) migliore collegamento tra la funzione ispettiva e quella di conciliazione delle controversie individuali;
3) nuova disciplina dei poteri di prescrizione e diffida;
4) introduzione di nuove forme di ricorsi amministrativi.
Con l’entrata in vigore dell’art.33 della Legge n.183/10 giunge a compimento il processo di riorganizzazione delle procedure ispettive in materia di lavoro iniziato con il D.Lgs. n.124/04 e successivamente proseguito, dapprima per mezzo del Decreto Direttoriale 20 aprile 2006 (c.d. Codice di comportamento del personale ispettivo) e successivamente con la Direttiva sui servizi ispettivi e le attività di vigilanza del Ministro del lavoro del 18 settembre 2008 in materia di verbalizzazione unica.
Procediamo ora ad una disamina delle novità più rilevanti introdotte dal collegato in tema di vigilanza sul lavoro e di sanzioni in materia di orario di lavoro.
1. Il verbale di primo accesso ispettivo.
La verbalizzazione del primo accesso da parte del personale ispettivo non rappresenta una novità, essendo stata prevista dalla Direttiva del Ministro Sacconi del 2008 sulla cui base la DGAI, con  nota n.195 del 9 gennaio 2009, aveva elaborato e diffuso, presso gli uffici periferici del Ministero una specifica modulistica, tra la quale vi era il verbale di primo accesso.
Possiamo pertanto affermare che il legislatore, con il primo comma del nuovo articolo 13 del D.Lgs. n. 124/2004, come sostituito dall’art. 33 della L. n. 183/2010, abbia inteso positivizzare una prassi introdotta in via sperimentale.
Con il termine “personale ispettivo”, alla luce del combinato disposto degli artt. 6 e 13, comma 1 del D.Lgs. n.124/04, deve intendersi soltanto il seguente personale che accede presso i luoghi di lavoro: Personale ispettivo del Ministero del lavoro; Personale ispettivo dell’INPS; Personale ispettivo dell’INAIL; Personale ispettivo di tutti gli altri enti per i quali sussiste la contribuzione obbligatoria, nell’ambito dell’attività di verifica del rispetto degli obblighi previdenziali e contributivi.
Il personale ispettivo al termine delle indagini compiute nel corso del primo accesso dovrà redigere e consegnare un verbale che, nel dettaglio, contenga:
Lett. a) L’identificazione dei lavoratori trovati intenti al lavoro e la descrizione delle modalità del loro impiego.
A tal proposito le istruzioni ministeriali contenute nella Circolare n. 41/2010  hanno chiarito che l’identificazione di tutti i lavoratori trovati intenti al lavoro, risulta necessaria soltanto qualora gli accessi vengano eseguiti allo scopo di contrastare il lavoro sommerso (es. lavoro nero, somministrazione irregolare, ecc.).
Negli altri casi, invece, nei quali l’accesso viene eseguito per perseguire finalità diverse sarà invece sufficiente procedere all’identificazione dei lavoratori in maniera meno gravosa rinviando, nel verbale di primo accesso, alle generalità del personale impiegato così come risultante dalle scritture obbligatorie.
Analogamente, in relazione all’eventuale presenza di un considerevole numero di lavoratori sul luogo dell’accesso, è consentito al personale ispettivo limitare le interviste ad un campione significativo e nel contempo rappresentativo di lavoratori; tale campione andrà selezionato tenendo ovviamente conto di una serie di parametri sostanziali quali le tipologie di mansioni svolte dal personale e/o i modelli organizzativi adottati dal datore di lavoro.
In merito alla necessità di descrivere le attività lavorative svolte dai lavoratori presenti all’atto dell’accesso ispettivo, la nota ministeriale precisa che dovrà trovare spazio la verbalizzazione: delle mansioni da ciascun lavoratore svolte; l’abbigliamento e la tenuta da lavoro indossata; le attrezzature e i macchinari utilizzati.
Si tratta di una serie d’informazioni che risultano essere necessarie per la precostituzione dell’impianto probatorio in favore della amministrazione.
La giurisprudenza ha invero confermato il valore probatorio del nuovo verbale di primo accesso ispettivo con riferimento alle attività lavorative osservate dagli ispettori al momento della verifica, nonché alle mansioni effettivamente svolte (cfr. Cass., sez. lav. 29 luglio 2010, n. 17720);
Lett. b) La specificazione delle attività compiute dal personale ispettivo.
La Circolare ministeriale n. 41/10 stabilisce che, nel  verbale di primo accesso, il personale ispettivo dovrà dare conto: dell’organizzazione complessiva del lavoro e dell’impresa ispezionata; dell’acquisizione delle dichiarazioni del personale trovato intento al lavoro e delle eventuali r.s.a.; dell’eventuale acquisizione o esame della documentazione presente sul luogo di lavoro;
Lett. c) Le eventuali dichiarazioni rese dal datore di lavoro o da chi lo assiste, o dalla persona presente all’ispezione.
La verbalizzazione di tali dichiarazioni in sede di primo accesso rappresenta la prima forma di concreto esercizio del diritto di difesa costituzionalmente tutelato che il datore di lavoro può porre in essere. Nel caso in cui il datore di lavoro non sia presente sul luogo dell’accesso, la nota ministeriale precisa che tali dichiarazioni – a condizione che siano accompagnate dalla copia di un valido documento d’identità del sottoscrittore – potranno essere formalizzate anche mediante e-mail o fax inoltrati sul luogo dell’ispezione prima che l’accesso sia materialmente concluso;
Lett. d) Ogni richiesta, anche documentale, utile al proseguimento dell’istruttoria finalizzata all’accertamento degli illeciti.
Il verbale deve riportare l’elenco della documentazione che il personale ispettivo ritiene necessaria o utile per la prosecuzione dell’attività ispettiva (es. LUL, buste paga, fatture, contratti e lettere d’assunzione, ecc.) con l’esclusione della documentazione inconferente con l’accertamento o che comunque sia possibile acquisire d’ufficio. Il personale ispettivo può avere accesso a qualunque documentazione amministrativa e/o contabile, civile e/o fiscale in possesso o di pertinenza del datore di lavoro.
Qualora non si ottemperi alla richiesta di documenti avanzata tramite il verbale di primo accesso, in assenza di un “giustificato motivo” ostativo o impeditivo, le conseguenze che possono scaturire a carico del trasgressore sono di due tipi:1) applicazione dell’ art.4, co.7, L. n.628/1961 il quale prevede che chiunque non fornisca o fornisca consapevolmente errate o incomplete, notizie legalmente richieste dal personale ispettivo del Ministero del lavoro (il quale, in base all’art.6 del D.Lgs. n.124/04, rivesta la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria) soggiace alla pena dell’arresto fino a 2 mesi o all’ammenda fino a € 516,00; 2) applicazione dell’art.3, co.3, D.L. n.463/1983, convertito in L. n.638/1983 secondo il quale – ancorché il fatto costituisca reato – i datori di lavoro e i loro rappresentanti che impediscano ai funzionari degli enti per i quali sussiste la contribuzione obbligatoria (es. dell’INPS o dell’INAIL) l’esercizio dei poteri di vigilanza, soggiacciono alla sanzione amministrativa da € 1.290,00 a €. 12.910,00.
La mancata ovvero incompleta redazione e consegna del verbale di primo accesso, integra il vizio  della violazione di legge, con la conseguenza che tutti i successivi atti della procedura dovranno considerarsi invalidi/nulli attesa la lesione del diritto dell’ispezionato di contraddire immediatamente gli eventuali esiti dell’accertamento, oltre a privare gli illeciti rilevati nel corso dell’accesso di ogni supporto probatorio.
Va da ultimo sottolineato che i verbali ispettivi sono atti amministrativi: pertanto, in ordine ai vizi che li possono caratterizzare, il riferimento normativo sarà costituito dagli artt. 21-septies e 21-octies della L. n. 241/1990. Ergo, qualora, per la natura vincolata del provvedimento, il suo contenuto dispositivo non potesse essere diverso da quello in concreto adottato, il provvedimento non sarà annullabile quand’anche esso sia stato adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti.
2. Il verbale interlocutorio degli accertamenti
Tale tipologia di verbale, benchè non espressamente previsto dalla novella legislativa, è previsto dalla Circolare n.41/10, che richiama all’uopo l’art. 13 della Decreto Direttoriale 20 aprile 2006, rubricato “Atto interlocutorio”. Alla luce delle indicazioni ministeriali esso andrà redatto dal personale ispettivo nel caso in cui “l’accertamento si riveli complesso e prolungato nel tempo o si palesino ulteriori esigenze informative nel prosieguo delle indagini”.
Sostanzialmente esso consente di informare il datore di lavoro circa l’allargamento (temporale, oggettivo e soggettivo) del perimetro dell’accertamento e rappresenta così l’ulteriore presupposto per l’adozione dei successivi eventuali provvedimenti sanzionatori contenuti nel susseguente verbale unico di accertamento e notificazione. Tale verbale, ove redatto, dovrà riportare:la descrizione completa delle ulteriori attività d’indagine compiute; l’indicazione della documentazione di lavoro eventualmente esaminata o acquisita; la richiesta di eventuale ulteriore documentazione o informazioni; l’espresso avvertimento che gli accertamenti sono ancora in corso. Tale atto va redatto, sottoscritto e notificato al datore di lavoro a mano o tramite raccomandata A/R.
3. Il verbale di accertamento e notificazione.
Il nuovo art.13, comma 4,  D.Lgs. n.124/04, stabilisce che alla diffida ed alla contestazione degli illeciti amministrativi il personale ispettivo provvede esclusivamente con la notifica di un unico verbale di accertamento e notificazione, da notificare al trasgressore o ai trasgressori e all’eventuale obbligato in solido.
Il legislatore, nell’elaborazione della disposizione in parola, ha tenuto conto sia dell’esperienza avviata nel 2009 presso le strutture periferiche del Ministero del Lavoro con il verbale unitario denominato “verbale conclusivo degli accertamenti”, sia  dei precedenti provvedimenti che avevano teorizzato una tale tipologia di documento (cfr. art.10, comma 4, D.Lgs. 124/2004).
Ai datori di lavoro, pertanto, verranno notificati due soli verbali – di accesso e di diffida/contestazione – per ciascun procedimento accertativo cui siano sottoposti anche se, come precisa la Circolare n.41/10, restano in ogni caso esclusi dalla verbalizzazione unica “tutti i provvedimenti che seguono appositi e autonomi percorsi di definizione che saranno adottati con specifici modelli” quali, ad esempio, la diffida accertativa per crediti patrimoniali di cui all’art.12 del D.Lgs. n.124/04, il provvedimento di disposizione di cui all’art.14, del D.Lgs. n.124/04, gli eventuali provvedimenti di polizia giudiziaria come la prescrizione obbligatoria ex art.15 del D.Lgs. n.124/04 e il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale previsto dall’art.14 del D.Lgs. n.81/08.
Lo scopo cui tende la previsione di questa nuova forma di verbalizzazione è duplice: per un verso, infatti, si semplifica e si riduce la modulistica trasmessa dagli organi ispettivi al trasgressore; per altro verso, si consente al destinatario un efficace esercizio del diritto di difesa che gli viene offerto mediante l’indicazione di dettaglio delle motivazioni del provvedimento e del supporto probatorio raccolto dal personale ispettivo.
Ne consegue che il termine di 90 giorni (o 360 giorni nel caso il trasgressore risieda all’estero) per la contestazione delle violazioni previsto dall’art.14, comma 2, Legge n.689/81 decorrerà dal momento in cui si sono conclusi tutti gli accertamenti e non più, come in passato, dall’accertamento di ogni singola violazione.
Il verbale unico deve dettagliatamente indicare:
a) Gli esiti dettagliati dell’accertamento con l’indicazione puntuale delle fonti di prova degli illeciti rilevati; si tratta, in sintesi, della ricostruzione dell’iter operativo, logico e giuridico che il personale ispettivo ha svolto nel corso dell’accertamento cui il verbale si riferisce; tramite la lettura di questa ricostruzione il trasgressore deve essere messo in condizione di comprendere in maniera chiara e precisa quali sono le condotte illecite da lui commesse e quali sono le fonti, raccolte nel corso dell’accertamento, che le provano.
Conseguentemente, ad esempio, occorrerà indicare: il numero e, ove possibile sempre e comunque nel rigoroso ed assoluto rispetto del diritto alla riservatezza, i contenuti delle dichiarazioni raccolte dai lavoratori e dai terzi; la documentazione (fiscale, lavoristica, i brogliacci, le rilevazioni anche informali e/o fotografiche, ecc.) nella quale trovano riscontro le condotte illecite del trasgressore. Fanno eccezione le fonti di prova che riguardano le violazioni di natura penale per le quali, trattandosi di atti connessi all’istruttoria penale, si applica l’art.329 c.p.p. secondo cui gli ufficiali di polizia giudiziaria non possono divulgare – fino al termine delle indagini preliminari – il contenuto degli atti compresi nel fascicolo del Pubblico Ministero;
b) La diffida a regolarizzare le violazioni sanabili (entro 30 gg.dalla notifica);
c) L’ammissione al pagamento della sanzione minima (o un quarto della sanzione prevista in misura fissa) per le violazioni già sanate (entro 15 gg.);
d) L’ammissione al pagamento della sanzione ridotta ex art.16 della Legge n.689/81 (o un terzo della sanzione prevista in misura fissa) per le violazioni non sanate o comunque non sanabili (nel termine di 60 gg. dalla notifica);
e) L’indicazione dei ricorsi esperibili e dei relativi termini per la proposizione; poiché, com’è noto, il verbale unico non è autonomamente impugnabile in sede giudiziale, la norma in questo caso intende riferirsi sostanzialmente ai due strumenti difensivi ordinariamente previsti avverso tale provvedimento, vale a dire gli scritti difensivi da inviare al Direttore della Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente ai sensi dell’art.18 Legge n.689/81 e, qualora il verbale faccia riferimento alla sussistenza o alla qualificazione dei rapporti di lavoro, il ricorso al Comitato regionale per i rapporti di lavoro ex art.17 D.Lgs. n.124/04. A questo ultimo riguardo, in virtù dell’esplicito riferimento contenuto in detta norma che circoscrive il gravame ai soli atti di accertamento delle D.P.L. e degli Istituti, nei confronti dei verbali di accertamento e contestazione degli illeciti notificati dagli agenti e ufficiali di p.g. non sarà ovviamente possibile per i trasgressori proporre ricorso amministrativo al Comitato regionale per i rapporti di lavoro.
In merito alle conseguenze derivanti dalla mancata o incompleta redazione e consegna del verbale unico di accertamento e notificazione ci si riporta a quanto sopra esposto circa il verbale di primo accesso.
4. La comunicazione di regolarità degli accertamenti.
Il Ministero, con la Circolare n. 41/2010 ha stabilito che nel caso in cui al verbale di primo accesso ispettivo non segua un verbale di accertamento e notificazione ovvero altro provvedimento sanzionatorio, il personale ispettivo deve inviare all’ispezionato una “comunicazione di regolare definizione degli accertamenti”, contenente una dichiarazione nella quale si afferma che nel corso degli accertamenti non sono emersi elementi d’irregolarità idonei a comprovare la sussistenza di illeciti.
5. Il potere di diffida.
L’istituto della diffida obbligatoria è stata oggetto, in forza delle modifiche contenute nell’art.33 della Legge n.183/10, di una profonda e sostanziale innovazione.
L’istituto era già presente tra i poteri spettanti agli ispettori del lavoro secondo quanto previsto dall’art.9 D.P.R. 520/55. Si trattava di una potestà discrezionale dell’organo ispettivo, determinata dalle esigenze del caso ed attuabile mediante un atto avente la forma della prescrizione, con il quale veniva intimato al datore di lavoro di adempiere ad un determinato obbligo preesistente, entro un termine perentorio, con l’avvertimento che l’inadempimento avrebbe comportato l’applicazione di una sanzione.
Già la successiva legge di riforma dei servizi ispettivi del 2004 mutava tuttavia l’istituto prevedendone l’obbligatoria adozione da parte del personale ispettivo del Ministero del lavoro.
L’art. 13, comma 2, D.Lgs. 124/2004, come modificato dal Collegato lavoro, prevede che ove l’ispettore del lavoro (ovvero quello previdenziale) nel corso dell’attività ispettiva accerti l’inosservanza delle norme di legge o del contratto collettivo (in quest’ultima ipotesi soltanto se esso riveste una funzione integrativa del precetto normativo) in materia di lavoro e legislazione sociale, per inadempimenti cui la legge ricollega sanzioni amministrative, deve provvedere a diffidare il trasgressore nonché l’eventuale obbligato in solido alla regolarizzazione delle inosservanze comunque materialmente sanabili, entro il termine di trenta giorni dalla data di notificazione del verbale unico conclusivo.
La modifica introdotta dal Collegato lavoro ha variato il destinatario del provvedimento di diffida: difatti oggi non si tratta più, come accadeva in passato, del datore di lavoro bensì del trasgressore e dell’eventuale obbligato in solido individuato ai sensi dell’art.6, della Legge n.689/81.
Inoltre, prima della riforma introdotta dalla L. n. 183/2010, il riferimento alle inosservanze riguardava quelle “comunque sanabili”, ed il termine per la regolarizzazione era lasciato alla discrezionalità degli ispettori.
Se il trasgressore o l’obbligato in solido ottempera alla diffida, il procedimento sanzionatorio si estingue mediante il versamento, entro quindici giorni dalla scadenza dei trenta giorni previsti per la regolarizzazione, di una somma di denaro pari al minimo stabilito per legge ovvero, nell’ipotesi di sanzioni in misura fissa, pari ad un quarto dell’importo stabilito (cd. sanzione ridottissima).
Il trasgressore, pertanto, ha complessivamente a disposizione 45 giorni (30 per l’adempimento alla diffida e ulteriori 15 per il pagamento della sanzione minima) per estinguere la violazione accertata. La Circolare n. 41/2010 precisa che il termine complessivo di 45 giorni è da ritenersi “perentorio”. Conseguentemente si deve ritenere che il termine di 30 giorni previsto per l’ottemperanza vada invece considerato come “ordinatorio”.
L’adozione della diffida interrompe i termini stabiliti dall’art. 14 L. n. 689/1981 per la contestazione mediante notificazione degli illeciti amministrativi riscontrati e ciò fino alla scadenza del termine per la regolarizzazione e per il pagamento della sanzione ridottissima.
La nota ministeriale ha sul punto chiarito che una volta accertata l’inottemperanza alla diffida ovvero il mancato pagamento della sanzione ridottissima, il procedimento sanzionatorio riprende il suo corso: il verbale di accertamento e notificazione produrrà pertanto direttamente gli effetti della contestazione e notificazione degli addebiti accertati nei confronti dei trasgressori.
La circolare n.41/10 fa altresì un importante affermazione di principio sancendo che tutti gli organi oggi titolari del potere di diffida, qualora accertino violazioni amministrative per le quali trovi applicazione l’istituto in parola, sono adesso obbligati ad utilizzare tale strumento quale vera e propria condizione di procedibilità per l’irrogazione delle relative sanzioni. Conseguentemente essi, dalla data di entrata in vigore della novella, non potranno più limitarsi ad inviare, così come invece avveniva in passato, meri atti di “contestazione” dei presupposti delle violazioni alle DPL per la successiva formalizzazione dei provvedimenti sanzionatori, ma dovranno redigere in maniera integrale il verbale di contestazione e notificazione con annessa diffida alla regolarizzazione di tutte le violazioni accertate e sanabili.
E’ opportuno a tal proposito specificare che devono ritenersi sanabili, e, per l’effetto, diffidabili, tutte le inosservanze alle quali possa far seguito un “agere” ripristinatorio da parte del diffidato, prescindendo dalla loro natura istantanea o permanente. La modifica normativa, pertanto, recepisce l’orientamento del Ministero del lavoro contenuto nelle Circolari nn.24/04 e 9/06 le quali, fra l’altro, escludevano l’applicabilità della procedura premiale a favore delle aziende cessate.
Il trasgressore che ha provveduto, seppure tardivamente, alla regolarizzazione ancor prima dell’adozione della diffida da parte del personale ispettivo, può essere ammesso al beneficio del pagamento della sanzione “al minimo”.
Si tratta della cd.  “diffida ora per allora”, prevista per la prima volta dalla Circolare del Ministero del Lavoro n. 24/2004 e che adesso viene ad essere espressamente disciplinata dal comma 4, lettera c) dell’art. 13 in esame.
Nel silenzio della legge, il Ministero con la Circolare n. 41/2010 ha chiarito che il ritardato pagamento  della somma agevolata, a seguito di una tempestiva e completa ottemperanza alla diffida, potrà essere valutato purchè esso avvenga entro il settantacinquesimo giorno dalla notifica del verbale di accertamento e notificazione contenente la diffida, oppure qualora sussistano motivazioni di carattere oggettivo e giustificazioni valide per il ritardato pagamento.
L’art. 13, comma 5, stabilisce poi che l’adozione della diffida interrompe i termini del ricorso amministrativo al Comitato regionale per i rapporti di lavoro ex art.17, del D.Lgs. n.124/04.
L’interpretazione autentica della norma è data dalla sopracitata nota ministeriale: in presenza di una pluralità di violazioni diverse, alcune diffidabili e altre meno, l’interruzione dei termini per la proposizione del ricorso al Comitato deve valere per tutte le tipologie di illecito contestate nell’unico verbale di accertamento e notificazione.
6. I soggetti che adottano la diffida.
Un’ulteriore importante novità introdotta dal Collegato lavoro nel corpo del D.Lgs. 124/2004 è rappresentata dai soggetti a cui spetta il potere/dovere di adottarla.
Il legislatore ha infatti realizzato un parallelismo tra il potere di accertamento previsto dall’art. 13 Legge n.689/81 ed il potere di diffida, eliminando le disparità di trattamento che si venivano a creare in passato tra taluni datori di lavoro sottoposti ad accertamenti da parte di organi sforniti del potere di diffida (quali, ad es., i funzionari di polizia municipale o di pubblica sicurezza) che perciò non potevano ammettere il datore di lavoro alla procedura premiale, ed altri datori di lavoro assoggettati invece ai controlli di organi dotati del potere di diffida (ad es. ispettori del lavoro), che venivano invece ammessi al trattamento più favorevole.
Difatti adesso, a seguito dell’intervenuta estensione del perimetro soggettivo, il potere/dovere di diffida spetta al:
a) Personale ispettivo del Ministero del lavoro;
b) Personale ispettivo ed ai funzionari amministrativi degli enti e degli istituti previdenziali per le inadempienze da essi rilevate (INPS, INAIL, ENPALS, ecc.). Al riguardo si precisa che il potere di diffida era già stato esteso ai funzionari amministrativi degli Istituti previdenziali per effetto della Legge n.123/07;
c) Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che accertano, ai sensi dell’art.13 Legge n.689/81, violazioni in materia di lavoro e legislazione sociale (ad es. Guardia di finanza, Carabinieri, Vigili urbani, ecc.).
Il Ministero, con la Circolare n.41/10 ha stabilito che tutti gli organi oggi titolari del potere di diffida, qualora accertino violazioni amministrative per le quali trovi applicazione l’istituto in parola, sono adesso obbligati ad utilizzare tale strumento quale vera e propria condizione di procedibilità per l’irrogazione delle relative sanzioni. Conseguentemente essi, dalla data di entrata in vigore della novella, non potranno più limitarsi ad inviare, così come invece avveniva in passato, meri atti di “contestazione” dei presupposti delle violazioni alle DPL per la successiva formalizzazione dei provvedimenti sanzionatori, ma dovranno redigere in maniera integrale il verbale di contestazione e notificazione con annessa diffida alla regolarizzazione di tutte le violazioni accertate e sanabili.
7. I legittimati passivi.
Si è fatto rilevare supra come il nuovo art.13, comma 2, D.Lgs. 124/2004 come sostituito dall’art. 33 L. n. 183/2010, preveda che la diffida abbia come destinatari sia il trasgressore che l’eventuale obbligato in solido, individuati in base ai parametri della L.n. 689/1981.
Il Ministero ha chiarito che nell’ipotesi di più trasgressori, ai sensi dell’art. 5  L.n. 689/1981, l’ottemperanza alla diffida a regolarizzare da parte di uno solo consente a tutti gli altri di accedere al pagamento della sanzione ridottissima, specificando tuttavia che il procedimento si estinguerà, rispetto a ciscun trasgressore, esclusivamente mediante il pagamento delle sanzioni da parte di ogni singolo responsabile, ovvero di tutte le sanzioni irrogate a ciascun trasgressore da parte dell’obbligato in solido.
8. Le Nuove sanzioni in tema di orario di lavoro.
Il regime sanzionatorio in tema di organizzazione dell’orario di lavoro è stabilito dall’art. 18 bis D.Lgs. n. 66/2003, che fino all’entrata in vigore della novella, collegava ogni ipotesi di violazione ad un’autonoma e distinta sanzione, moltiplicando la singola penalità per il numero di lavoratori presi in considerazione.
L’attenzione del Legislatore si è concentrata su quattro violazioni: quella relativa alla durata massima dell’orario di lavoro, quella concernente i riposi settimanali, quella riguardante il godimento delle ferie annuali e, infine, quelle sul riposo giornaliero: un discorso a parte riguarda la deroga per i lavoratori a bordo delle navi mercantili che effettuano viaggi di breve durata o sono addetti ai lavori portuali per la quale l’art. 2 dell’art. 7, modificativo dell’art. 7, comma 7, del D.L.vo n. 271/1999, affida alle parti sociali un compito prima deputato al Ministero del Lavoro.
L’art. 7 della L. n. 183/2010 ha riformulato l’apparato sanzionatorio, prevedendo la graduazione delle sanzioni in base al numero dei lavoratori interessati e, in alternativa, alla reiterazione delle violazioni in determinati intervalli temporali. Ai fini sanzionatori, il computo dei lavoratori interessati dalle violazioni sull’orario deve essere effettuato per testa, senza riproporzionamento per i dipendenti a tempo parziale.
In base al principio “tempus regit actum”, alle violazioni commesse prima del 24 novembre 2010. continuano ad applicarsi le sanzioni vigenti al momento. All’uopo, si distinguono tre periodi:
a) fino al 31 agosto 2004;
b) dal 1° settembre 2004 al 17 agosto 2008;
c) dal 18 agosto 2008 al 23 novembre 2010.
Nei periodi di cui ai punti a) e b), ove la sanzione era stabilita “per ogni lavoratore” e “per ciascun periodo di riferimento a cui si riferisce la violazione”, il datore di lavoro può ad ogni modo far valere le disposizioni che riducono le sanzioni nel caso di cumulo materiale e di cumulo giuridico e ciò al fine di attenuare l’effetto moltiplicatorio delle penalità.
In dettaglio:
1) Nel caso di superamento da parte di un lavoratore della durata massima media dell’orario di lavoro (48 ore settimanali) in un periodo di riferimento, la sanzione comminata è di importo compreso tra 100 e 750 euro.
Se la violazione è riferita a più di 5 lavoratori o si verifica in almeno 3 periodi di riferimento, la sanzione amministrativa varia tra 400 e 1.500 euro; se è riferita a più di 10 lavoratori o se avviene in almeno 5 periodi di riferimento, l’importo della sanzione è compreso tra 1.000 e 5.000 euro;
2) Nel caso di mancato godimento del riposo settimanale (almeno 24 ore consecutive più 11 ore di riposo giornaliero), le sanzioni sono analoghe a quelle stabilite nel caso di superamento della durata media massima;
3) Nel caso di mancato riposo giornaliero di almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore, la sanzione comminata al datore di lavoro è di importo compreso tra 50 e 150 euro.
Se la violazione è riferita a più di 5 lavoratori o si verifica in almeno 3 periodi di 24 ore, la sanzione amministrativa varia tra 300 e 1.000 euro.
Se è riferita a più di 10 lavoratori o se avviene in almeno 5 periodi di 24 ore, l’importo della sanzione è compreso tra 900 e 1.500 euro;
4) Nel caso di mancata fruizione delle ferie annuali, la sanzione varia tra 100 e 600 euro.
Se la violazione è riferita  a più di 5 lavoratori o avviene in almeno 2 anni, la sanzione è compresa tra 400 e 1.500 euro.
Se è riferita a più di 10 lavoratori o se avviene in almeno 4 anni, la saznione è tra 800 e 4.500 euro.
E’ sempre ammesso il pagamento in misura ridotta, tranne che nelle ipotesi di maggiore gravità in relazione al numero dei lavoratori ed alla frequenza della violazione dei periodi di riferimento.
Con la sostituzione del comma 7 dell’art. 11 D.L.vo n. 271/1999, avvenuta con il comma 2 dell’art. 7, il Legislatore è intervenuto sul sistema delle deroghe in materia di orario di lavoro del personale di bordo delle navi mercantili.
I commi 2 e 3 del predetto articolo 7, riferendosi ai lavoratori marittimi che operano a bordo di navi
impiegate in viaggi di breve durata o adibiti ai servizi portuali, affermano che il numero massimo di
orario di lavoro a bordo non può essere superiore a quattordici ore su un periodo di ventiquattro e settantadue ore su un periodo di sette giorni, ovvero le ore di riposo non possono scendere sotto il minimo di dieci ogni ventiquattro ore e di settantasette ogni sette giorni. Le ore di riposo possono essere ripartite in non più di due periodi distinti tra loro, uno dei quali deve essere almeno di sei ore
consecutive e l’intervallo tra gli stessi non superiore a quattordici ore.
Questo afferma la norma di riferimento che demandava la possibilità di eventuali proroghe (art. 7) ad un decreto “concertato” tra i Ministeri del Lavoro e quello delle Infrastrutture: oggi, la nuova disposizione afferma che la deroga può avvenire attraverso la contrattazione collettiva nazionale: in
assenza di specifiche disposizioni contrarie, la deroga può avvenire anche attraverso al contrattazione territoriale di secondo livello (ivi compresa quella aziendale). Il ricorso alle deroghe ha come obiettivo quello di consentire riposi più frequenti o più lunghi, o la concessione di riposi compensativi.

BREVI CONSIDERAZIONI
Le modifiche introdotte da parte del “Collegato lavoro” all’art 13 del D.Lgs. n.124/04 rappresentano, di fatto, una vera e propria rivoluzione in materia in quanto, per la prima volta nel nostro ordinamento, vengono fissati per mezzo di una norma primaria le regole per lo svolgimento dell’attività ispettiva.
Così facendo il legislatore, col lodevole intento di perseguire i canoni Costituzionali di trasparenza e semplificazione dell’azione amministrativa, produce anche un ulteriore importante risultato pratico: quello di uniformare i comportamenti di tutto il personale ispettivo. Nondimeno il maggior rigore che scaturisce dalla novella non potrà che produrre altresì un inevitabile “imbrigliamento” della funzione di vigilanza.
Di particolare rilievo appare  tuttavia la logica sottesa alla operatività della diffida obbligatoria: riduzione degli importi delle sanzioni pecuniarie a fronte della sanatoria, effettiva e tempestiva, delle situazioni di irregolarità.
Non può invero negarsi come la diffida in parola possa contribuire efficacemente alla realizzazione di importanti finalità sociali e giuridiche, inducendo il datore di lavoro a regolarizzare la propria situazione illecita: si pensi alla diffida per l’assunzione del lavoratore disabile ex L. n. 68/1999 ovvero alla diffida in materia di lavoro sommerso o irrgolare alla luce della riforma introdotta dall’art. 4 del Collegato lavoro.
I dati statistici raccolti negli ultimi mesi dal Ministero evidenziano altresì l’efficacia della funzione deflattiva rappresentata dalla diffida obbligatoria rispetto al carico dei contenziosi di cui alla L. n. 689/1981.
Passando all’analisi delle nuove sanzioni in tema di orario di lavoro, con l’art. 7 della legge n. 183/2010, il legislatore ha proseguito nell’opera di riorganizzazione dell’apparato sanzionatorio  già iniziato con la legge n. 133/2008, secondo un principio che punisce, da un punto di vista amministrativo, le violazioni secondo “fasce predeterminate”.
Esso è radicalmente diverso rispetto all’impianto contenuto, in via originaria, nell’art. 18 bis del D.L.vo n. 66/2003 ove la previsione consisteva, essenzialmente, in una moltiplicazione delle sanzioni strettamente proporzionale al numero dei lavoratori interessati.
Tanto premesso, va sottolineato come la definizione del periodo di riferimento sia determinante nel calcolo delle sanzioni comminate per violazione della durata massima dell’orario di lavoro e la mancata concessione del riposo settimanale. Il periodo di riferimento stabilito per legge è di 4 mesi, ma la contrattazione collettiva lo può estendere a 6 mesi o addirittura ad un anno.
Appare pertanto evidente il vantaggio di tale estensione per il datore di lavoro. Da un lato, in un periodo più lungo, è più facile compensare eventuali sforamenti delle 48 ore salvando la media, dall’altro il costo delle infrazioni può ridursi, in quanto possono ridursi il numero di periodi di riferimento nel corso dei quali si son verificate violazioni di legge.

BIBLIOGRAFIA
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Collegato lavoro. Commento alla  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″legge 4 novembre 2010 n. 183, a cura di Tiraboschi, in I libri di Guida lav., 2010.
Ispezioni del lavoro. Controlli e garanzie. Mauro Parisi, Collana Pianeta lavoro, 2011.

GIURISPRUDENZA
Cass. Civ. 8 aprile 2010, n. 8335
Verbale di ispezione e querela di falso
Il verbale redatto dall’Ispettore del lavoro o dal funzionario dell’Istituto previdenziale, contenente i fatti che sono avvenuti in sua presenza, fa prova fino a querela di falso. Le circostanze apprese in conseguenza di acquisizione di documenti sono, invece, valutate dal giudice, che può considerarle prove sufficienti dei fatti riportati nel verbale ove pervenga al convincimento dell’effettiva sussistenza degli addebiti mossi dall’ispettore.

Cass. Civ. Ordinanza 29 luglio 2010, n. 17720
Verbale di ispezione e prova dei fatti
I verbali dei funzionari addetti alla vigilanza fanno piena prova dei fatti che questi ultimi dichiarano avvenuti alla loro presenza, mentre, sulle altre circostanze di fatto che gli stessi segnalino aver accertato, il giudice valuta ed apprezza secondo il proprio convincimento.

Cons. Stato Sez. VI, 16 dicembre 2010, n. 9102
Accesso ai documenti amministrativi relativi ad un accertamento ispettivo previdenziale.
In tema di diniego di accesso agli atti opposto dall’Amministrazione sulla base di norme che precludono l’accesso alla documentazione contenente le dichiarazioni rese in sede ispettiva da dipendenti delle imprese che richiedono l’accesso deve ritenersi che le finalità che sostengono tale tipo di disposizioni preclusive (fondate su un particolare aspetto della riservatezza, quello cioè attinente all’esigenza di preservare l’identità dei dipendenti autori delle dichiarazioni allo scopo di sottrarli a potenziali azioni discriminatorie, pressioni indebite o ritorsioni da parte del datore di lavoro) recedono a fronte dell’esigenza contrapposta di tutela della difesa dei propri interessi giuridici, essendo la realizzazione del diritto alla difesa garantita “comunque” dall’art. 24, comma 7 della legge n. 241 del 1990 (Riforma della sentenza del T.a.r. Lazio – Roma, sez. III quater, n. 8611/2010).

LEGISLAZIONE
D.Lgs. 23 aprile 2004, n. 124 razionalizzazione delle funzioniispettive in materia di previdenza sociale e di lavoro, a norma dell’art. 8 della l. 14 febbraio 2003, n. 30
13.Accesso ispettivo, potere di diffida e verbalizzazione unica.
1. Il personale ispettivo accede presso i luoghi di lavoro nei modi e nei tempi consentiti dalla legge. Alla conclusione delle attività di verifica compiute nel corso del primo accesso ispettivo, viene rilasciato al datore di lavoro o alla persona presente all’ispezione, con l’obbligo alla tempestiva consegna al datore di lavoro, il verbale di primo accesso ispettivo contenente:
a) l’identificazione dei lavoratori trovati intenti al lavoro e la descrizione delle modalità del loro impiego;
b) la specificazione delle attività compiute dal personale ispettivo;
c) le eventuali dichiarazioni rese dal datore di lavoro o da chi lo assiste, o dalla persona presente all’ispezione;
d) ogni richiesta, anche documentale, utile al proseguimento dell’istruttoria finalizzata all’accertamento degli illeciti, fermo restando quanto previsto dall’articolo 4, settimo comma, della legge 22 luglio 1961, n. 628.
2. In caso di constatata inosservanza delle norme di legge o del contratto collettivo in materia di lavoro e legislazione sociale e qualora il personale ispettivo rilevi inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, questi provvede a diffidare il trasgressore e l’eventuale obbligato in solido, ai sensi dell’ articolo 6della legge 24 novembre 1981, n. 689, alla regolarizzazione delle inosservanze comunque materialmente sanabili, entro il termine di trenta giorni dalla data di notificazione del verbale di cui al comma 4.
3. In caso di ottemperanza alla diffida, il trasgressore o l’eventuale obbligato in solido è ammesso al pagamento di una somma pari all’importo della sanzione nella misura del minimo previsto dalla legge ovvero nella misura pari ad un quarto della sanzione stabilita in misura fissa, entro il termine di quindici giorni dalla scadenza del termine di cui al comma 2. Il pagamento dell’importo della predetta somma estingue il procedimento sanzionatorio limitatamente alle inosservanze oggetto di diffida e a condizione dell’effettiva ottemperanza alla diffida stessa.
4. All’ammissione alla procedura di regolarizzazione di cui ai commi 2 e 3, nonché alla contestazione delle violazioni amministrative di cui all’ articolo 14 della legge 24 novembre 1981, n. 689, si provvede da parte del personale ispettivo esclusivamente con la notifica di un unico verbale di accertamento e notificazione, notificato al trasgressore e all’eventuale obbligato in solido. Il verbale di accertamento e notificazione deve contenere:
a) gli esiti dettagliati dell’accertamento, con indicazione puntuale delle fonti di prova degli illeciti rilevati;
b) la diffida a regolarizzare gli inadempimenti sanabili ai sensi del comma 2;
c) la possibilità di estinguere gli illeciti ottemperando alla diffida e provvedendo al pagamento della somma di cui al comma 3 ovvero pagando la medesima somma nei casi di illeciti già oggetto di regolarizzazione;
d) la possibilità di estinguere gli illeciti non diffidabili, ovvero quelli oggetto di diffida nei casi di cui al comma 5, attraverso il pagamento della sanzione in misura ridotta ai sensi dell’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689;
e) l’indicazione degli strumenti di difesa e degli organi ai quali proporre ricorso, con specificazione dei termini di impugnazione.
5. L’adozione della diffida interrompe i termini di cui all’ articolo 14 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e del ricorso di cui all’articolo 17 del presente decreto, fino alla scadenza del termine per compiere gli adempimenti di cui ai commi 2 e 3. Ove da parte del trasgressore o dell’obbligato in solido non sia stata fornita prova al personale ispettivo dell’avvenuta regolarizzazione e del pagamento delle somme previste, il verbale unico di cui al comma 4 produce gli effetti della contestazione e notificazione degli addebiti accertati nei confronti del trasgressore e della persona obbligata in solido ai quali sia stato notificato.
6. Il potere di diffida nei casi previsti dal comma 2, con gli effetti e le procedure di cui ai commi 3, 4 e 5, è esteso anche agli ispettori e ai funzionari amministrativi degli enti e degli istituti previdenziali per le inadempienze da essi rilevate. Gli enti e gli istituti previdenziali svolgono tale attività con le risorse umane e finanziarie esistenti a legislazione vigente.
7. Il potere di diffida di cui al comma 2 è esteso agli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria che accertano, ai sensi dell’ articolo 13 della legge 24 novembre 1981, n. 689, violazioni in materia di lavoro e legislazione sociale. Qualora rilevino inadempimenti dai quali derivino sanzioni amministrative, essi provvedono a diffidare il trasgressore e l’eventuale obbligato in solido alla regolarizzazione delle inosservanze comunque materialmente sanabili, con gli effetti e le procedure di cui ai commi 3, 4 e 5 (1).

(1) Articolo così sostituito dal comma 1 dell’art. 33, L. 4 novembre 2010, n. 183.

D.Lgs. 8 aprile 2003 n. 66 Attuazione della direttiva 93/104/CE e della direttiva 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro.
18-bis. Sanzioni.
1. La violazione del divieto di adibire le donne al lavoro, dalle 24 alle ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino, è punita con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da 516 euro a 2.582 euro. La stessa sanzione si applica nel caso in cui le categorie di lavoratrici e lavoratori di cui alle lettere a), b) c), dell’articolo 11, comma 2, sono adibite al lavoro notturno nonostante il loro dissenso espresso in forma scritta e comunicato al datore di lavoro entro 24 ore anteriori al previsto inizio della prestazione.
2. La violazione delle disposizioni di cui all’articolo 14, comma 1, è punita con l’arresto da tre a sei mesi o con l’ammenda da 1.549 euro a 4.131 euro.
3. In caso di violazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 2, e dall’articolo 9, comma 1, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 750 euro. Se la violazione si riferisce a più di cinque lavoratori ovvero si è verificata in almeno tre periodi di riferimento di cui all’articolo 4, commi 3 o 4, la sanzione amministrativa è da 400 a 1.500 euro. Se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori ovvero si è verificata in almeno cinque periodi di riferimento di cui all’articolo 4, commi 3 o 4, la sanzione amministrativa è da 1.000 a 5.000 euro e non è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta. In caso di violazione delle disposizioni previste dall’articolo 10, comma 1, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 600 euro. Se la violazione si riferisce a più di cinque lavoratori ovvero si è verificata in almeno due anni, la sanzione amministrativa è da 400 a 1.500 euro. Se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori ovvero si è verificata in almeno quattro anni, la sanzione amministrativa è da 800 a 4.500 euro e non è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta (1).
4. In caso di violazione delle disposizioni previste dall’articolo 7, comma 1, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 50 a 150 euro. Se la violazione si riferisce a più di cinque lavoratori ovvero si è verificata in almeno tre periodi di ventiquattro ore, la sanzione amministrativa è da 300 a 1.000 euro. Se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori ovvero si è verificata in almeno cinque periodi di ventiquattro ore, la sanzione amministrativa è da 900 a 1.500 euro e non è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta (2).
5. [La violazione della disposizione prevista dall’articolo 4, comma 5, è punita con la sanzione amministrativa da 103 euro a 200 euro] (3).
6. La violazione delle disposizioni previste dall’articolo 5, commi 3 e 5, è soggetta alla sanzione amministrativa da 25 a 154 euro. Se la violazione si riferisce a più di cinque lavoratori ovvero si è verificata nel corso dell’anno solare per più di cinquanta giornate lavorative, la sanzione amministrativa va da 154 a 1.032 euro e non è ammesso il pagamento della sanzione in misura ridotta (4).
7. La violazione delle disposizioni previste dall’articolo 13, commi 1 e 3, è soggetta alla sanzione amministrativa da 51 euro a 154 euro, per ogni giorno e per ogni lavoratore adibito al lavoro notturno oltre i limiti previsti (5).

(1) Comma così sostituito prima dall’art. 41, comma 8, D.L. 25 giugno 2008, n. 112, come modificato dalla relativa legge di conversione, e poi dalla lettera a) del comma 1 dell’art. 7, L. 4 novembre 2010, n. 183.
(2) Comma così sostituito prima dall’art. 41, comma 9, D.L. 25 giugno 2008, n. 112 e poi dalla lettera b) del comma 1 dell’art. 7, L. 4 novembre 2010, n. 183.
(3) Comma abrogato dall’art. 41, comma 14, D.L. 25 giugno 2008, n. 112.
(4) Comma così sostituito dall’art. 41, comma 10, D.L. 25 giugno 2008, n. 112.
(5) Articolo aggiunto dall’art. 1, D.Lgs. 19 luglio 2004, n. 213 (Gazz. Uff. 17 agosto 2004, n. 192).


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La maxisanzione amministrativa per il lavoro nero

Category : Diritto del lavoro

La maxisanzione amministrativa per il lavoro nero alla luce della l. 4 novembre 2010 n. 183 – collegato lavoro alla finanziaria 2010.
La legge 4 novembre 2010 n.183, all’art. 4 ha introdotto rilevanti modifiche alla disciplina della   maxisanzione amministrativa sul lavoro nero, già contenuta nell’art. 3 del D.L. 12/2002 convertito con modificazioni dalla legge 23 aprile 2002 n.73.
L’articolo 39 del decreto legge n. 112/2008 convertito,  con modificazioni, in legge n. 133/2008  ha
introdotto misure di semplificazione in merito agli adempimenti obbligatori di natura formale nella gestione dei rapporti di lavoro.
La norma prevede l’istituzione del “libro unico del lavoro”, in sostituzione di tutti i libri obbligatori che il datore di lavoro doveva istituire ai sensi della normativa previgente.
Il nuovo criterio scelto dal legislatore per stabilire se un lavoratore è “in nero” è quello di verificare se è stata effettuata o meno la comunicazione di assunzione preventiva al Centro per l’impiego tramite il sistema informatico competente.
All’accertamento del lavoro in nero, ai sensi dell’articolo 36 bis, comma 7, D.L. 4 luglio 2006, n. 223, conv. In L. n. 248/2006, segue l’irrogazione di una maxisanzione amministrativa, consistente nel pagamento di una somma di denaro variante da un minimo di € 1.500 ad un massimo di € 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorato di € 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo.
Il legislatore, con il D.L. 12/2002 sopracitato, aveva introdotto una sanzione per il lavoro nero  parametrata in percentuale al costo del lavoro irregolare (“dal 200 al 400 per cento dell’importo per ciascun lavoratore irregolare, del costo del lavoro calcolato sulla base dei contratti collettivi nazionali per il periodo compreso tra l’inizio dell’anno e la constatazione della violazione”).
La Corte Costituzionale, tuttavia, ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, nella parte in cui non ammetteva la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare avesse avuto inizio successivamente al 1 gennaio dell’anno in cui era stata constatata la violazione, trasformando la presunzione da assoluta in relativa, ovviamente con onere di fornire tale prova a carico del potenziale trasgressore (cfr., C.Cost., 12 aprile 2005, n. 144).
Il legislatore, pertanto, ha sostituito la disposizione dichiarata illegittima con l’articolo 36 bis, comma 7, D.L. 4 luglio 2006.
Oltre alla rivisitazione dell’importo (da un minimo di € 1.500 ad un massimo di € 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorato di € 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo), il legislatore ha previsto una sanzione specifica e aggiuntiva, per quanto concerne l’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore irregolare, disponendosi che l’importo delle sanzioni civili connesse a tale omissione non può essere inferiore a € 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.
La maxisanzione si applica per tutto il periodo, anche quello antecedente all’entrata in vigore della novella del 2006.
Sul punto, la Corte di Cassazione, a sezioni unite, ha invero  fatto rilevare che:”In materia di sanzioni amministrative pecuniarie non si applica il principio di retroattività della legge più favorevole, previsto dall’art. 3 del d.lgs. n. 472 del 1997soltanto per le infrazioni valutarie e tributarie, e ciò tenuto conto della peculiarità sostanziale che caratterizza le rispettive materie”(cfr.,Cass., Sez. Unite, sent. n. 356 del 13 gennaio 2010).
Il legislatore, con la L. n. 183/2010, più che sulla maxisanzione in sé considerata, è intervenuto sui presupposti e sulle modalità applicative di quest’ultima:
a) La maxisanzione si applica soltanto nel caso di impiego di lavoratori subordinati per i quali non risulti effettuata la preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro privato al centro per l’impiego.nel senso che la novella sostanzialmente segna un ritorno al passato.
Si tratta di un ritorno al passato. Ed infatti, la fattispecie sanzionata è di nuovo quella dell’impiego “irregolare” di lavoratori subordinati, così eliminandosi l’estensione operata dall’art. 36 bis, comma 7, cit., all’impiego irregolare anche di lavoratori non subordinati, come si ricava dall’inciso “l’impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria”;
b)  La maxisanzione non si applica in caso di lavoro domestico;
c) Viene prevista una c.d. minisanzione, e cioè una riduzione della maxisanzione “nel caso in cui il lavoratore risulti regolarmente occupato per un periodo lavorativo successivo”.
In tale ipotesi, infatti, l’importo della sanzione si riduce da € 1.000 a € 8.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorato di € 30 per ciascuna giornata di lavoro irregolare;
d) Ai sensi del nuovo articolo, 3, comma 3, “l’importo delle sanzioni civili connesse all’evasione dei contributi e dei premi riferiti a ciascun lavoratore irregolare di cui ai periodi precedenti è aumentato del 50 per cento”.
La nuova sanzione sostituisce quella non inferiore a € 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata, introdotta dall’art. 36 bis, comma 7, L. n. 248/2006 dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui non ammetteva la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare avesse avuto inizio successivamente al 1 gennaio dell’anno in cui era stata constatata la violazione (cfr.,  C. Cost. 12 aprile 2005, n. 144);
e) L’applicazione della maxisanzione viene esclusa, se dagli adempimenti di carattere contributivo assolti in precedenza, risulta comunque la volontà del datore di lavoro di non occultare il rapporto anche se diversamente qualificato;
f) Nel caso di irregolarità che determinano l’adozione della maxisanzione, si può ricorrere alla procedura di diffida, di cui all’art.13, D.Lgs. n. 124/2004, prima dell’attuale riforma, espressamente esclusa. La conseguenza di tale rilevante novità è che, qualora il personale ispettivo verifichi ipotesi di lavoro irregolare, deve diffidare il trasgressore e gli eventuali obbligati in solido a regolarizzare la posizione dei lavoratori in nero. La diffida resta inapplicabile per gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno e per i minori, in quanto in tali ipotesi la violazione non è sanabile;
g) Alla irrogazione della maxisanzione possono provvedere tutti gli organi di vigilanza  che effettuano accertamenti in materia di lavoro, fisco e previdenza.
I chiarimenti del Ministero.
Il Ministero è intervenuto con la Circolare n. 38 del 12 novembre 2010 per illustrare la nuova maxisanzione contro il lavoro sommerso, come innovata dall’art. 4 della legge 4 novembre 2010, n. 183.
La maxisanzione viene descritta come “misura sanzionatoria aggiuntiva” che va a sommarsi a tutte le altre sanzioni previste nelle ipotesi di irregolare instaurazione del rapporto di lavoro, individuando il presupposto per la identificazione del lavoro sommerso nell’impiego di lavoratori in assenza di comunicazione preventiva di instaurazione del rapporto di lavoro.
Ne consegue che, in caso di applicazione della maxisanzione, deve ritenersi “assorbita” la sanzione di cui all’art. 19, c.3 del D. Lgs. n. 276/2003, per la violazione dell’art. 9-bis, c. 2 del D. Lgs. n. 510/1996, come convertito dalla L. n. 608/1996, da ultimo sostituito dall’articolo unico, c. 1180, L. n. 296/2006.
La sanzione per la omessa o tardiva comunicazione preventiva al Centro per l’impiego, resterà comunque applicabile in tutti gli altri casi in cui non trova applicazione la maxisanzione.
La Nota ministeriale evidenzia la differenza che sussiste fra i presupposti per l’adozione del provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale di cui all’art. 14 del D. Lgs. n. 81/2008, che continua a ricomprendere la generalità dei rapporti di lavoro, anche di tipo non subordinato, svolti senza alcuna regolarizzazione preventiva con documentazione certa e pubblica, stante la natura cautelare della sospensione, che necessariamente prescinde dalla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro.
Oggetto della maxisanzione è l’impiego di “lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto” alle dipendenze di datori di lavoro privati o di enti pubblici economici. Nessuna maxisanzione, quindi, sarà consentita per i rapporti di lavoro “genuinamente instaurati con lavoratori autonomi e parasubordinati” per i quali non sia stata effettuata, qualora normativamente prevista, la comunicazione preventiva.
La maxisanzion, tuttavia, dovrà essere applicata con riferimento a tutte le prestazioni di natura subordinata non formalizzate attraverso la comunicazione preventiva, ovvero senza i requisiti documentali preventivi obbligatori, salvo che per i lavoratori domestici addetti con continuità al funzionamento della vita familiare o comunitaria (cfr. Ccnl del 13 febbraio 2007).
Nella fattispecie rappresentata dal lavoratore occasionale accessorio (art. 70, d. lgs. n. 276/2003) e dalle prestazioni rese da soci, coadiuvanti familiari e assimilati (art. 4, c. 1, n. 6 e 7, e 23 del D.P.R. n. 1124/1965), il requisito della subordinazione viene “dato per accertato”, con conseguente applicazione della maxisanzione, quando non sono stati effettuati gli adempimenti formali previsti (denunce all’Inail), salvo che i rapporti risultino genuinamente non subordinati, in tal caso, infatti, la presunzione individuata dal Ministero, al fine di agevolare gli accertamenti, cesserà di operare. Analogamente, per quanto attiene al lavoro autonomo occasionale (art. 2222 c.c.), rispetto al quale la presunzione ai fini dell’applicazione della maxisanzione opera “in assenza della documentazione utile ad una verifica circa la pretesa autonomia del rapporto”, che viene espressamente individuata nelle evidenze documentali tipiche di un genuino lavoro autonomo: iscrizione alla CCIAA, titolarità di partita IVA, produzione di valida documentazione fiscale.
Per le Agenzie di somministrazione di lavoro (che comunicano l’assunzione dei somministrati entro il giorno 20 del mese successivo), si richiama la circolare n. 13 del 9 aprile 2009, per cui la regolare occupazione del lavoratore in missione deve essere dimostrata con l’esibizione del contratto di lavoro o della comunicazione di invio di somministrazione, in mancanza opererà la maxisanzione. Alle istituzioni scolastiche private (che comunicano i rapporti di lavoro entro i 10 giorni successivi, ex art. 2, c. 4, del D.L. n. 147/2007, convertito da L. n. 176/2007) si applica la maxisanzione se non attestano la regolarità della occupazione con la documentazione in essere per inserire nella organizzazione il lavoratore (cfr. interpello n. 32 del 25 marzo 2009).
La maxisanzione opera anche per il lavoro sommerso dei lavoratori extracomunitari clandestini o privi di idoneo permesso di soggiorno e per l’impiego di minori, bambini e adolescenti, privi dei requisiti legalmente richiesti per l’ammissione al lavoro.
Con riferimento alle assunzioni del settore turistico, che possono essere effettuate con una comunicazione preventiva semplificata (dalla quale risultino “la tipologia contrattuale e l’identificazione del prestatore di lavoro”, art. 4, c. 2, della L. n. 183/2010) da integrare entro 3 giorni, la maxisanzione è applicabile solo in mancanza della comunicazione semplificata.
Nel caso di assunzione per eventi straordinari o cause di forza maggiore, dove non è obbligatoria la comunicazione preventiva di instaurazione del rapporto di lavoro (cfr. note n. 440 del 4 gennaio 2007 e n. 4746 del 14 febbraio 2007), la maxisanzione non opera se l’evento risulta imprevedibile in base alle concrete circostanze del caso, avendo determinato l’impossibilità di comunicare i nominativi dei lavoratori da assumere.
La maxisanzione non è applicata se “dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi, comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione” (art. 3, c.4, D.L. n. 12/2002 novellato). Il personale ispettivo, pertanto, per l’impiego di lavoratori subordinati in assenza della preventiva comunicazione, potrà tener conto, della sola documentazione comprovante l’assolvimento degli obblighi contributivi (DM10, EMENS, UNIEMENS), anche per gestioni previdenziali diverse dal Fondo lavoratori dipendenti, prima dell’intervento ispettivo, senza che rilevino l’esibizione di documentazione come il libro unico del lavoro, il contratto individuale di lavoro (tranne che per i lavoratori somministrati), la tessera personale di riconoscimento, la documentazione assicurativa e fiscale (con l’eccezione  dei lavoratori occasionali autonomi).
Come fatto rilevare supra, non si fa luogo alla maxisanzione se si sono instaurati regolarmente, sul piano formale, rapporti di lavoro non subordinati oggetto di differente qualificazione. Non è soggetto alla maxisanzione neppure il datore di lavoro che, prima di qualsiasi intervento ispettivo o dell’avvio di una conciliazione monocratica, regolarizza spontaneamente e integralmente il rapporto di lavoro privo di preventiva comunicazione.
Coerentemente con il disposto di cui all’art. 116, c.8, lett. b), della L. n. 388/2000, non scatta la maxisanzione se, entro 12 mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi riferiti al primo periodo di paga (giorno 16 del mese successivo a quello di inizio del rapporto) il datore di lavoro, in assenza di verifiche o controlli, denuncia spontaneamente la situazione debitoria e versa gli importi dovuti per tutto il periodo di irregolare occupazione (entro 30 gg. dalla denuncia), pagando la sanzione civile prevista, comunicando la data di effettiva instaurazione del rapporto. Non opera la maxisanzione (cfr. Circolare n. 20 del 21 agosto 2008) nei casi di ferie o chiusura dei professionisti o degli altri soggetti abilitati cui il datore di lavoro si è affidato per le comunicazioni di assunzione, se provvede ad inviare la comunicazione preventiva come modello UniUrg a mezzo fax.
L’art. 3, c.3, del D. L. n. 12/2002, come modificato dall’art. 4 della Legge n. 183/2010, prevede due distinte ipotesi di sanzione amministrativa:
– da € 1.500 ad € 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di € 150 per ogni giorno di lavoro effettivo, in caso di lavoro totalmente “in nero”;
- da € 1.000 ad € 8.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di € 30 per ogni giorno di lavoro irregolare (ipotesi attenuata), quando il datore di lavoro ha regolarizzato il rapporto successivamente all’instaurazione e solo in parte.
La Circolare n. 38/2010 ricomprende gli importi de quibus nell’ambito di applicazione della procedura di estinzione agevolata degli illeciti amministrativi mediante pagamento della sanzione in misura ridotta (ai sensi dell’art. 16 della L. n. 689/1981).
In dettaglio:
a) € 3.000 per lavoratore oltre a € 50 di maggiorazione giornaliera;
b) € 2.000 per lavoratore oltre a € 10 di maggiorazione giornaliera;
E ancora.
In entrambi i casi si applica la procedura di diffida a regolarizzare ex art. 13 del D. Lgs. n. 124/2004 (tranne che, come riportato precedentemente, per le ipotesi di lavoro irregolare degli extracomunitari senza permesso di soggiorno e dei minori non occupabili), comunicando il giorno di effettiva instaurazione del rapporto di lavoro, versando i contributi e ricorrendo, di norma, a contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato (full-time o part-time non inferiore a 20 ore settimanali). L’ottemperanza alla diffida ammette il trasgressore (o l’obbligato in solido) al pagamento della sanzione ridottissima:
a) € 1.500 per ciascun lavoratore oltre a € 37,50 per ciascuna giornata di lavoro (ipotesi base, lavoro
totalmente in nero);
b) € 1.000 per ciascun lavoratore oltre a € 7,50 per ciascuna giornata di lavoro irregolare (ipotesi attenuata, lavoro parzialmente in nero).
La Circolare n. 38/2010 sottolinea l’intento sotteso al Collegato lavoro di intensificare le capacità di controllo e repressione del lavoro nero con il riconoscimento della competenza ad irrogare la maxisanzione, adottando il relativo provvedimento (verbale unico di accertamento e notificazione ex art. 33 della legge n. 183/2010), a tutti gli organi di vigilanze che effettuano accertamenti in materia di lavoro, fisco e previdenza (Inps, Inail, Enpals, Ipsema, Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Dogane, Guardia di Finanza, etc.).
Alla Direzione Provinciale del Lavoro territorialmente competente spetta l’adozione degli ulteriori provvedimenti sanzionatori in materia di lavoro (ex art. 10, c.5, del D. Lgs. n. 124/2004, verificando correttezza e fondatezza degli accertamenti), nonchè, in caso di mancato pagamento della maxisanzione, ricevere il rapporto circostanziato ex art. 17 della legge n. 689/1981, recante tutta la documentazione probatoria.
Il Collegato Lavoro (cfr., nuovo comma 7-bis dell’art. 36 del D. L. n. 223/2006) affida alla Agenzia delle Entrate la competenza ad irrogare la maxisanzione in base al momento della “commissione dell’illecito” e la Circolare n. 38/2010 invita le Direzioni Provinciali del Lavoro ad inviare tempestivamente tutti i fascicoli riferiti ai procedimenti non ancora definiti con ordinanza all’Agenzia.
Il Ministero, sul punto, ha stabilito che:
a) Gli illeciti cessati entro il 12/08/2006 siano di competenze esclusiva dell’ Agenzia delle Entrate;
b) Gli illeciti iniziati anche prima del 12/08/2006 e cessati anteriormente al 24/11/2010 siano di competenza esclusiva Direzioni Provinciali del Lavoro;
c) Gli illeciti iniziati anche prima del 12/08/2006 ma proseguiti oltre il 24/11/2010 siano di competenze di tutti gli organismi di vigilanza.
La Circolare n. 38/2010 sottolinea come la legge n. 183/2010 abbia profondamente modificato la sanzione civile previdenziale prevedendo che in caso di lavoro sommerso la maxisanzione previdenziale opera quale aumento del 50% delle sanzioni civili calcolate ex art. 116 della legge n. 388/2000 (dall’ordinario 30% in ragione di anno, dunque, si passa al 45%).
Il Dicastero rammenta che la maxisanzione civile si applica solo quando all’atto dell’accesso ispettivo i termini per il pagamento di contributi e premi sono già scaduti, nonchè (per la natura risarcitoria delle sanzioni civili previdenziali) che le nuove modalità di calcolo vanno applicate solo in caso di accertamenti avviati dopo il 24 novembre 2010.
La Nota ministeriale del 12 novembre 2010 precisa che per stabilire la disciplina sanzionatoria applicabile il personale ispettivo deve individuare il momento in cui si consuma l’illecito, ovvero indicare il tempo della cessazione della occupazione irregolare.
In particolare:
a) nel caso di condotta cessata prima del 24/11/2010, si applica la maxisanzione da 1.500 a 12.000 € più 150 € di maggiorazione in tutte le ipotesi (anche di lavoro parzialmente in nero);
b) nel caso di condotta proseguita o iniziata dopo il 24/11/2010, si applica la nuova maxisanzione (operando l’ipotesi attenuata da 1.000 a 8.000 più 30 € di maggiorazione giornaliera per le ipotesi di lavoro parzialmente in nero).
Se le persone fisiche che rivestono la figura di trasgressore sono differenti nel tempo, durante la prosecuzione della illecita occupazione irregolare dei lavoratori, la maxisanzione deve essere applicata a tutti i trasgressori per la base sanzionatoria, ma la maggiorazione giornaliera deve essere calcolata distintamente, sanzionando ciascuno per l’effettivo periodo di lavoro irregolare.
Infine la Circolare n. 38/2010 estende la possibilità di adottare la diffida a regolarizzare a tutti gli accertamenti in corso alla data del 24/11/2010 che non siano ancora conclusi con verbale di accertamento e notificazione, nonchè le nuove modalità di calcolo della sanzione in misura ridotta.
Analogamente, le nuove procedure di calcolo della sanzione in misura ridotta devono essere applicate nei procedimenti sanzionatori oggetto di rapporto al Direttore della Direzione Provinciale del lavoro nella determinazione della maxisanzione in sede di ordinanza-ingiunzione.

BREVI CONSIDERAZIONI

Alla luce di quanto sopra esposto, appare evidente che il legislatore, intervenendo sull’apparato sanzionatorio volto al contrasto del lavoro sommerso, abbia tenuto debitamente conto della semplificazione amministrativa in materia di adempimenti connessi alle assunzioni, realizzata nelle ultime legislature.
Infatti, la lotta al dc. Lavoro nero si è spostata dalla verifica sulle scritture o sulla documentazione obbligatoria al corretto espletamento delle comunicazioni telematiche preventive di instaurazione del rapporto di lavoro, rese obbligatorie dal 1 marzo 2008, in conseguenza del D.I. 30 ottobre 2007, n. 29026, attuativo dell’art. unico, commi 1180-1185, L. n. 296/2006.
Il Collegato lavoro, inoltre, tende alla differenziazione delle misure sanzionatorie per coloro che rifiutano qualsiasi regolarizzazione, fosse anche parziale o tardiva e riconduce ad equità la reazione punitiva.
Di rilievo anche la possibilità per gli organi di vigilanza di diffidare alla immediata regolarizzazione dei rapporti di lavoro e il contestuale aumento dei soggetti titolari del potere di contestazione della maxisaznione.
Alcuni aspetti della novella destano tuttavia più di una perplessità.
Appare infatti evidente l’ incompatibilità tra la maxisanzione e la sospensione dell’attività.
Ed invero, la restrizione del campo di applicazione della maxisanzione al solo lavoro irregolare subordinato pone il problema della compatibilità con quest’ultima della diversa sanzione della sospensione dell’attività imprenditoriale, prevista dall’art. 14, D.Lgs. n. 81/2008, che si applica anche alle violazioni commesse in relazione a rapporti di lavoro non subordinati, in quanto il legislatore ha inteso prescindere per quest’ultima sanzione dalla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro, con l’effetto che l’impiego irregolare di lavoro non subordinato è sanzionabile con la sospensione ma non anche con la maxisanzione (cfr., Circolare n. 38/2010).
Al fine di regolarizzare i rapporti di lavoro per ottenere, da un lato, la revoca del provvedimento di sospensione e,. dall’altro lato, l’ammissione al pagamento della maxisanzione nella misura minima, la Circolare n. 33/2009 consente la revoca della sospensione a condizione che si regolarizzino i rapporti di lavoro oggetto di contestazione, utilizzando qualsiasi tipologia contrattuale, purché non sia richiesta la forma scritta (cfr., Circolare n. 33/2009). Ne consegue che la regolarizzazione con l’utilizzo di fattispecie di lavoro non subordinato potrebbe consentire la revoca della sospensione, ma non anche di ottemperare alla diffida impartita dagli organi ispettivi di procedere alla regolarizzazione utilizzando la fattispecie del lavoro subordinato, in tal modo perdendo la possibilità del pagamento della maxisanzione nella misura minima.
La Corte Costituzionale, peraltro, ha dichiarato l’illegittimità dell’art 14, comma 1, D.Lgs. n. 81/2008 nella parte in cui, stabilendo che ai provvedimenti di sospensione non si applicano le disposizioni della L. 7 agosto 1990, n. 241, esclude l’applicazione ai medesimi provvedimenti dell’art. 3, comma 1, della citata legge, che obbliga la pubblica amministrazione di motivare i provvedimenti amministrativi (cfr.,C. Cost. 2 novembre 2010, n. 310).
Ulteriori perplessità desta la disciplina della minisanzione per il lavoro irregolare successivamente regolarizzato.
Come fatto rilevare, la minisanzione si sostanzia in una  riduzione della maxisanzione “nel caso in cui il lavoratore risulti regolarmente occupato per un periodo lavorativo successivo”. Infatti, ivi si prevede che l’importo della sanzione vada da € 1.000 a € 8.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorato di € 30 per ciascuna giornata di lavoro irregolare.
Non si comprende tuttavia perché l’abbattimento sia pari ad un terzo per la sanzione e ad un quinto per la maggiorazione giornaliera della stessa e, soprattutto, non si comprende l’omessa quantificazione del “periodo lavorativo successivo”, non potendosi infatti escludere che anche un giorno di regolarizzazione possa consentire l’applicazione della minisanzione.
E ancora.
Secondo la Legge Bersani, era la Direzione provinciale del lavoro INCLUDEPICTURE  “http://gfx.leggiditalia.it/gfx/ft_next.jpg” d  territorialmente competente ad ‘ irrogare la sanzione amministrativa di cui al comma 3; ora è prevista la competenza degli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di INCLUDEPICTURE  “http://gfx.leggiditalia.it/gfx/ft_prev.jpg” d  lavoro (Dpl), fisco (Agenzia delle entrate) e previdenza (Inps, Inail, etc).
Nel corso dell’iter parlamentare, è stata espunta la disposizione che riservava al Giudice ordinario la competenza per le relative opposizioni, consentendo così l’impugnazione dinanzi a diversi organi giurisdizionali in base all’organo che irroga la sanzione (Commissione Tributaria Provinciale per provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate, Giudice ordinario per provvedimenti della Dpl e degli Enti previdenziali), con conseguenti dubbi di legittimità costituzionale in considerazione della diversità del rito: ad esempio, la prova testimoniale, essenziale al fine della qualificazione di un rapporto di lavoro, non è ammessa  INCLUDEPICTURE  “http://gfx.leggiditalia.it/gfx/ft_next.jpg” d davanti alle Commissioni tributarie.
Si può tuttavia affermare che, malgrado ciò, i principi elaborati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 130/2008, militano a favore di un radicamento della competenza per le relative opposizioni in capo al giudice ordinario.

BIBLIOGRAFIA
A. Vallebona, Una buona svolta del diritto del lavoro: il “collegato” 2010, in Mass. giur. lav., 2010, 213.
Collegato lavoro. Commento alla  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″legge 4 novembre 2010 n. 183, a cura di Tiraboschi, in I libri di Guida lav., 2010.
A. Millo, Alcune riflessioni sulla nuova “maxisanzione” dopo la circolare del Ministero del lavoro n. 38, in La Circolare di Lavoro e previdenza, 13 dicembre 2010, n. 48, 11 ss.

GIURISPRUDENZA

Cass. Sez. Unite, sent. n. 356 del 13 gennaio 2010
In materia di sanzioni amministrative pecuniarie non si applica il principio di retroattività della legge più favorevole, previsto dall’art. 3 del d.lgs. n. 472 del 1997soltanto per le infrazioni valutarie e tributarie, e ciò tenuto conto della peculiarità sostanziale che caratterizza le rispettive materie. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto non applicabile, alle sanzioni amministrative in materia di omessa registrazione nelle scritture contabili dei lavoratori dipendenti, previste dal terzo comma dell’art. 3 del d.l. 22 febbraio 2002, n. 12, conv. In legge 23 aprile 2002, n. 73, la modifica apportata a detta norma dall’art. 36-bis, comma 7, del d.l. 4 luglio 2006, n. 223, conv. in legge 8 aprile 2006, n. 248 e più favorevole al contribuente). (Rigetta, Comm. Trib. Reg. Venezia, 19/04/2007)

Cass., Sez. V, sent. n. 26873 del 21 dicembre 2009.

La disposizione dell’art. 36-bis, comma 7, lett. a), del d.l. 4 luglio 2006 n. 223, conv. in legge 24 agosto 2006, n. 248, ancorché inserita in un testo che riguarda il contrasto al lavoro nero nel settore edilizio, modifica in via generale l’art. 3 del d.l. 22 febbraio 2002, n. 12, mutandone radicalmente il sistema sanzionatorio e collegando l’inasprimento della sanzione a ciascuna giornata di lavoro effettivo. Il nuovo regime sanzionatorio, più favorevole ai contravventori, si applica anche alle infrazioni commesse prima della sua entrata in vigore, sia perchè, essendo la sanzione irrogata dagli uffici finanziari, trova applicazione il principio del “favor rei” previsto dall’art. 3 del d.lgs. n. 472 del 1997, sia perchè la nuova norma va a colmare la lacuna creatasi con la declaratoria di incostituzionalità dell’art. 3 deld.l. n. 12 cit. (cfr. Corte cost., sent. n. 144 del 2005). (Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. Milano, 12/04/2007).

C.Cost., 12 aprile 2005, n. 144

L’art. 3, 3° comma, del D.L. 22 febbraio 2002, n. 12, convertito in legge con modificazioni dall’art.1, L. 23 aprile 2002, n. 73 (secondo il quale il datore di lavoro che impieghi lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie, è soggetto ad una sanzione amministrativa pari ad una somma compresa tra il 200 ed il 400 per cento dell’importo, per ciascun lavoratore irregolare, del costo del lavoro calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali, per il periodo compreso tra l’inizio dell’anno e la data di constatazione della violazione) è costituzionalmente illegittimo, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non ammette la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare ha avuto inizio successivamente al 1° gennaio dell’anno in cui è stata contestata la violazione.

LEGISLAZIONE
L.  4 novembre 2010, n. 183
Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro.
Pubblicata nella Gazz. Uff. 9 novembre 2010, n. 262, S.O.

Art. 4 Misure contro il lavoro sommerso
1. All’articolo 3 del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2002, n. 73, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 3 è sostituito dal seguente:
«3. Ferma restando l’applicazione delle sanzioni già previste dalla normativa in vigore, in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro privato, con la sola esclusione del datore di lavoro domestico, si applica altresì la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo. L’importo della sanzione è da euro 1.000 a euro 8.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorato di euro 30 per ciascuna giornata di lavoro irregolare, nel caso in cui il lavoratore risulti regolarmente occupato per un periodo lavorativo successivo. L’importo delle sanzioni civili connesse all’evasione dei contributi e dei premi riferiti a ciascun lavoratore irregolare di cui ai periodi precedenti è aumentato del 50 per cento»;
b)  il comma 4 è sostituito dal seguente:
«4. Le sanzioni di cui al comma 3 non trovano applicazione qualora, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione»;
c)  il comma 5 è sostituito dal seguente:
«5. All’irrogazione delle sanzioni amministrative di cui al comma 3 provvedono gli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di lavoro, fisco e previdenza. Autorità competente a ricevere il rapporto ai sensi dell’ articolo 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689, è la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente».
2. Al comma 2 dell’articolo 9-bis del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, dopo il secondo periodo è inserito il seguente: «Nel settore turistico il datore di lavoro che non sia in possesso di uno o più dati anagrafici inerenti al lavoratore può integrare la comunicazione entro il terzo giorno successivo a quello dell’instaurazione del rapporto di lavoro, purché dalla comunicazione preventiva risultino in maniera inequivocabile la tipologia contrattuale e l’identificazione del prestatore di lavoro».
3. Al comma 7-bis dell’articolo 36-bis del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, introdotto dall’ articolo 1, comma 54, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, la parola: «constatate» è sostituita dalla seguente: «commesse».
D.L. 22 febbraio 2001, n. 12
Disposizioni urgenti per il completamento delle operazioni di emersione di attività detenute all’estero e di lavoro irregolare.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 23 febbraio 2002, n. 46.

3. Modifiche alle disposizioni in materia di lavoro irregolare.
1. Alla legge 18 ottobre 2001, n. 383, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 1:
1) al comma 1, le parole: «30 giugno 2002» sono sostituite dalle seguenti: «30 novembre 2002»;
2) al comma 2, dopo le parole: «Per il periodo di imposta» sono inserite le seguenti: «successivo a quello»;
3) al comma 2, lettera a), primo periodo, le parole: «rispetto a quello relativo al periodo d’imposta precedente» sono sostituite dalle seguenti: «rispetto a quello relativo al secondo periodo d’imposta precedente»;
4) … (1);
5) … (2);
6) al comma 4, le parole: «30 giugno 2002», ovunque ricorrono, sono sostituite dalle seguenti: «30 novembre 2002»;
7) … (3);
8) … (4);
b) … (5);
c) all’articolo 3, comma 1, le parole: «di cui all’articolo 1 e degli altri modelli di dichiarazione» sono sostituite dalle seguenti: «di cui agli articoli 1 e 1-bis e degli altri modelli di dichiarazione».
2. Per i soggetti che hanno presentato la dichiarazione di emersione prima della data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto resta ferma l’applicazione del regime di incentivo fiscale per il periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore della citata legge n. 383 del 2001, e per i due successivi; per i medesimi soggetti si applicano le disposizioni di maggiore favore recate dai commi 2-bis, 2-ter e 4-bis dell’articolo 1 della legge n. 383 del 2001, introdotte con il comma 1, lettera a), del presente articolo.
3. Ferma restando l’applicazione delle sanzioni già previste dalla normativa in vigore, in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro privato, con la sola esclusione del datore di lavoro domestico, si applica altresì la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo. L’importo della sanzione è da euro 1.000 a euro 8.000 per ciascun lavoratore irregolare, maggiorato di euro 30 per ciascuna giornata di lavoro irregolare, nel caso in cui il lavoratore risulti regolarmente occupato per un periodo lavorativo successivo. L’importo delle sanzioni civili connesse all’evasione dei contributi e dei premi riferiti a ciascun lavoratore irregolare di cui ai periodi precedenti è aumentato del 50 per cento (6) (7).
4. Le sanzioni di cui al comma 3 non trovano applicazione qualora, dagli adempimenti di carattere contributivo precedentemente assolti, si evidenzi comunque la volontà di non occultare il rapporto, anche se trattasi di differente qualificazione (8).
5. All’irrogazione delle sanzioni amministrative di cui al comma 3 provvedono gli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di lavoro, fisco e previdenza. Autorità competente a ricevere il rapporto ai sensi dell’articolo 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689, è la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente (9) (10) (11).

(1) Sostituisce il comma 2-bis all’art. 1, L. 18 ottobre 2001, n. 383.
(2)  Sostituisce il primo periodo al comma 2-ter dell’art. 1, L. 18 ottobre 2001, n. 383.
(3)  Aggiunge il comma 4-bis all’art. 1, L. 18 ottobre 2001, n. 383.
(4)   Sostituisce il comma 7 dell’art. 1, L. 18 ottobre 2001, n. 383.
(5)  Aggiunge l’art. 1-bis alla L. 18 ottobre 2001, n. 383.
(6) Comma così sostituito prima dal comma 7 dell’art. 36-bis, D.L. 4 luglio 2006, n. 223, nel testo integrato dalla relativa legge di conversione, e poi dalla letteraa) del comma 1 dell’art. 4, L. 4 novembre 2010, n. 183. Vedi, anche, il comma 7-bis del citato art. 36-bis, aggiunto dal comma 54 dell’art. 1, L. 24 dicembre 2007, n. 247. Peraltro la Corte costituzionale, con sentenza 4-12 aprile 2005, n. 144 (Gazz. Uff. 20 aprile 2005, n. 16 – Prima Serie speciale), aveva dichiarato l’illegittimità del presente comma, nel testo precedentemente in vigore, nella parte in cui non ammetteva la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare aveva avuto inizio successivamente al primo gennaio dell’anno in cui era stata constatata la violazione.
(7) La Corte costituzionale, con ordinanza 23 gennaio-1° febbraio 2006, n. 35 (Gazz. Uff. 8 febbraio 2006, n. 6, 1ª Serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, sollevata in relazione all’art. 3 Cost.; ha inoltre dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, in relazione all’art. 2, comma 1, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, sollevata per contrasto con l’art. 102, secondo comma, nonché con la VI disposizione transitoria della Costituzione; ha infine dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3 sollevata in relazione agli artt. 3, 24 e 27 della Costituzione.
(8)  Comma così sostituito dalla lettera b) del comma 1 dell’art. 4, L. 4 novembre 2010, n. 183.
(9) Comma così sostituito prima dal comma 7 dell’art. 36-bis, D.L. 4 luglio 2006, n. 223, nel testo integrato dalla relativa legge di conversione, e poi dalla letterac) del comma 1 dell’art. 4, L. 4 novembre 2010, n. 183.
(10) Articolo così sostituito dalla legge di conversione 23 aprile 2002, n. 73. Per la proroga del termine per la notifica delle sanzioni previste dal presente articolo vedi il comma 1 dell’art. 7, D.L. 31 dicembre 2007, n. 248.
(11) La Corte costituzionale, con ordinanza 23 gennaio-1° febbraio 2006, n. 34 (Gazz. Uff. 8 febbraio 2006, n. 6, 1ª Serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 5, sollevata in relazione agli artt. 24, 25 e 102 della Costituzione; ha inoltre dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 5, sollevata, in relazione all’art. 24 Cost. La stessa Corte, con successiva ordinanza 19-23 novembre 2007, n. 394 (Gazz. Uff. 28 novembre 2007, n. 46, 1ª Serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 5, convertito con modificazioni dalla legge 23 aprile 2002, n. 73, sollevata in riferimento all’art. 3 della Costituzione. La Corte, con altra ordinanza 26-30 gennaio 2009, n. 22 (Gazz. Uff. 4 febbraio 2009, n. 5, 1ª Serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 3, convertito in legge dall’art. 1 della legge 23 aprile 2002, n. 73 sollevate in riferimento agli artt. 3, 24, 102 e 103 della Costituzione.

D.L. 25 giugno 2008, n. 112
Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 25 giugno 2008, n. 147, S.O.

Art. 39. Adempimenti di natura formale nella gestione dei rapporti di lavoro
1.Il datore di lavoro privato, con la sola esclusione del datore di lavoro domestico, deve istituire e tenere il libro unico del lavoro nel quale sono iscritti tutti i lavoratori subordinati, i collaboratori coordinati e continuativi e gli associati in partecipazione con apporto lavorativo. Per ciascun lavoratore devono essere indicati il nome e cognome, il codice fiscale e, ove ricorrano, la qualifica e il livello, la retribuzione base, l’anzianità di servizio, nonché le relative posizioni assicurative.
2. Nel libro unico del lavoro deve essere effettuata ogni annotazione relativa a dazioni in danaro o in natura corrisposte o gestite dal datore di lavoro, compresi le somme a titolo di rimborso spese, le trattenute a qualsiasi titolo effettuate, le detrazioni fiscali, i dati relativi agli assegni per il nucleo familiare, le prestazioni ricevute da enti e istituti previdenziali. Le somme erogate a titolo di premio o per prestazioni di lavoro straordinario devono essere indicate specificatamente. Il libro unico del lavoro deve altresì contenere un calendario delle presenze, da cui risulti, per ogni giorno, il numero di ore di lavoro effettuate da ciascun lavoratore subordinato, nonché l’indicazione delle ore di straordinario, delle eventuali assenze dal lavoro, anche non retribuite, delle ferie e dei riposi. Nella ipotesi in cui al lavoratore venga corrisposta una retribuzione fissa o a giornata intera o a periodi superiori è annotata solo la giornata di presenza al lavoro. (1)
3. Il libro unico del lavoro deve essere compilato coi dati di cui ai commi 1 e 2, per ciascun mese di riferimento, entro il giorno 16 del mese successivo.
4. Il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali stabilisce, con decreto da emanarsi entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, le modalità e tempi di tenuta e conservazione del libro unico del lavoro e disciplina il relativo regime transitorio (4).
5. Con la consegna al lavoratore di copia delle scritturazioni effettuate nel libro unico del lavoro il datore di lavoro adempie agli obblighi di cui alla legge 5 gennaio 1953, n. 4.
6. La violazione dell’obbligo di istituzione e tenuta del libro unico del lavoro di cui al comma 1 è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 500 a 2.500 euro. L’omessa esibizione agli organi di vigilanza del libro unico del lavoro è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 200 a 2.000 euro. I soggetti di cui all’articolo 1, quarto comma, della legge 11 gennaio 1979, n. 12, che, senza giustificato motivo, non ottemperino entro quindici giorni alla richiesta degli organi di vigilanza di esibire la documentazione in loro possesso sono puniti con la sanzione amministrativa da 250 a 2000 euro. In caso di recidiva della violazione la sanzione varia da 500 a 3000 euro. (1)
7. Salvo i casi di errore meramente materiale, l’omessa o infedele registrazione dei dati di cui ai commi 1 e 2 che determina differenti trattamenti retributivi, previdenziali o fiscali è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 150 a 1500 euro e se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori la sanzione va da 500 a 3000 euro. La violazione dell’obbligo di cui al comma 3 è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 100 a 600 euro, se la violazione si riferisce a più di dieci lavoratori la sanzione va da 150 a 1500 euro. La mancata conservazione per il termine previsto dal decreto di cui al comma 4 è punita con la sanzione pecuniaria amministrativa da 100 a 600 euro. Alla contestazione delle sanzioni amministrative di cui al presente comma provvedono gli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di lavoro e previdenza. Autorità competente a ricevere il rapporto ai sensi dell’articolo 17 della legge 24 novembre 1981, n. 689 è la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente.
8. Il primo periodo dell’articolo 23 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 è sostituito dal seguente: «Se ai lavori sono addette le persone indicate dall’articolo 4, primo comma, numeri 6 e 7, il datore di lavoro, anche artigiano, qualora non siano oggetto di comunicazione preventiva di instaurazione del rapporto di lavoro di cui all’articolo 9-bis, comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, nellalegge 28 novembre 1996, n. 608, e successive modificazioni, deve denunciarle, in via telematica o a mezzo fax, all’Istituto assicuratore nominativamente, prima dell’inizio dell’attività lavorativa, indicando altresì il trattamento retributivo ove previsto». (1)
9. Alla legge 18 dicembre 1973, n. 877 sono apportate le seguenti modifiche: a) nell’articolo 2, è abrogato il comma 3; b) nell’articolo 3, i commi da 1 a 4 e 6 sono abrogati, il comma 5 è sostituito dal seguente: «Il datore di lavoro che faccia eseguire lavoro al di fuori della propria azienda è obbligato a trascrivere il nominativo ed il relativo domicilio dei lavoratori esterni alla unità produttiva, nonché la misura della retribuzione nel libro unico del lavoro»; c) nell’articolo 10, i commi da 2 a 4 sono abrogati, il comma 1 è sostituito dal seguente: «Per ciascun lavoratore a domicilio, il libro unico del lavoro deve contenere anche le date e le ore di consegna e riconsegna del lavoro, la descrizione del lavoro eseguito, la specificazione della quantità e della qualità di esso»; d) nell’articolo 13, i commi 2 e 6 sono abrogati, al comma 3 sono abrogate le parole «e 10, primo comma», al comma 4 sono abrogate le parole «3, quinto e sesto comma, e 10, secondo e quarto comma».
10. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogati, fermo restando quanto previsto dal decreto di cui al comma 4: (2)
a)  l’articolo 134 del regolamento di cui al regio decreto 28 agosto 1924, n. 1422; (3)
b) l’articolo 7 della legge 9 novembre 1955, n. 1122;
c) gli articoli 39 e 41 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1955, n. 797; (3)
d) il decreto del Presidente della Repubblica 24 settembre 1963, n. 2053;
e)  gli articoli 20, 21, 25 e 26 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124; (3)
f)  l’articolo 42 della legge 30 aprile 1969, n. 153;
g) la legge 8 gennaio 1979, n. 8;
h) il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 21 gennaio 1981, n. 179;(3)
i) l’articolo 9-quater del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito con modificazioni dalla legge 28 novembre 1996, n. 608; (3)
j) il comma 1178 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296;
k) il decreto ministeriale 30 ottobre 2002, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 282 del 2 dicembre 2002; (3)
l) la legge 17 ottobre 2007, n. 188;
m)  i commi 32, lettera d), 38, 45, 47, 48, 49, 50, dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 247;
n)  i commi 1173 e 1174 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
11. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto trovano applicazione gli articoli 14, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 39, 40 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e successive modifiche e integrazioni.
12. Alla lettera h) dell’articolo 55, comma 4, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, le parole «degli articoli 18, comma 1, lettera u)» sono soppresse.

(1) Comma così modificato dalla legge di conversione 6 agosto 2008, n. 133.
(2) Alinea così modificato dalla legge di conversione 6 agosto 2008, n. 133.
(3) Lettera così modificata dalla legge di conversione 6 agosto 2008, n. 133.
(4) In attuazione di quanto disposto dal presente comma vedi il D.M. 9 luglio 2008.

D.L. 4 luglio 2006, n. 223
Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonchè interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 4 luglio 2006, n. 153.

36-bis. Misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro.
1. [Al fine di garantire la tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori nel settore dell’edilizia, nonchè al fine di contrastare il fenomeno del lavoro sommerso ed irregolare ed in attesa dell’adozione di un testo unico in materia di sicurezza e salute dei lavoratori, ferme restando le attribuzioni del coordinatore per l’esecuzione dei lavori di cui all’articolo 5, comma 1, lettera e), del decreto legislativo 14 agosto 1996, n. 494, e successive modificazioni, nonchè le competenze in tema di vigilanza attribuite dalla legislazione vigente in materia di salute e sicurezza, il personale ispettivo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, anche su segnalazione dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL), può adottare il provvedimento di sospensione dei lavori nell’ambito dei cantieri edili qualora riscontri l’impiego di personale non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria, in misura pari o superiore al 20 per cento del totale dei lavoratori regolarmente occupati nel cantiere ovvero in caso di reiterate violazioni della disciplina in materia di superamento dei tempi di lavoro, di riposo giornaliero e settimanale, di cui agli articoli 4, 7 e 9 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, e successive modificazioni. I competenti uffici del Ministero del lavoro e della previdenza sociale informano tempestivamente i competenti uffici del Ministero delle infrastrutture dell’adozione del provvedimento di sospensione al fine dell’emanazione da parte di questi ultimi di un provvedimento interdittivo alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni ed alla partecipazione a gare pubbliche di durata pari alla citata sospensione nonchè per un eventuale ulteriore periodo di tempo non inferiore al doppio della durata della sospensione, e comunque non superiore a due anni. A tal fine, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministero delle infrastrutture e il Ministero del lavoro e della previdenza sociale predispongono le attività necessarie per l’integrazione dei rispettivi archivi informativi e per il coordinamento delle attività di vigilanza ed ispettive in materia di prevenzione e sicurezza dei lavoratori nel settore dell’edilizia] (1).
2. [È condizione per la revoca del provvedimento da parte del personale ispettivo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale di cui al comma 1:
a) la regolarizzazione dei lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria;
b) l’accertamento del ripristino delle regolari condizioni di lavoro nelle ipotesi di reiterate violazioni alla disciplina in materia di superamento dei tempi di lavoro, di riposo giornaliero e settimanale, di cui al decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, e successive modificazioni. È comunque fatta salva l’applicazione delle sanzioni penali e amministrative vigenti;
b-bis) il pagamento di una sanzione amministrativa aggiuntiva rispetto a quelle di cui alla lettera b), ultimo periodo, pari ad un quinto delle sanzioni amministrative complessivamente irrogate (2)] (3).
3. Nell’ambito dei cantieri edili i datori di lavoro debbono munire, a decorrere dal 1° ottobre 2006, il personale occupato di apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia, contenente le generalità del lavoratore e l’indicazione del datore di lavoro. I lavoratori sono tenuti ad esporre detta tessera di riconoscimento. Tale obbligo grava anche in capo ai lavoratori autonomi che esercitano direttamente la propria attività nei cantieri, i quali sono tenuti a provvedervi per proprio conto. Nei casi in cui siano presenti contemporaneamente nel cantiere più datori di lavoro o lavoratori autonomi, dell’obbligo risponde in solido il committente dell’opera.
4. I datori di lavoro con meno di dieci dipendenti possono assolvere all’obbligo di cui al comma 3 mediante annotazione, su apposito registro di cantiere vidimato dalla Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente da tenersi sul luogo di lavoro, degli estremi del personale giornalmente impiegato nei lavori. Ai fini del presente comma, nel computo delle unità lavorative si tiene conto di tutti i lavoratori impiegati a prescindere dalla tipologia dei rapporti di lavoro instaurati, ivi compresi quelli autonomi per i quali si applicano le disposizioni di cui al comma 3.
5. La violazione delle previsioni di cui ai commi 3 e 4 comporta l’applicazione, in capo al datore di lavoro, della sanzione amministrativa da euro 100 ad euro 500 per ciascun lavoratore. Il lavoratore munito della tessera di riconoscimento di cui al comma 3 che non provvede ad esporla è punito con la sanzione amministrativa da euro 50 a euro 300. Nei confronti delle predette sanzioni non è ammessa la procedura di diffida di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124.
6. L’articolo 86, comma 10-bis, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, è sostituito dal seguente:
«10-bis. Nei casi di instaurazione di rapporti di lavoro nel settore edile, i datori di lavoro sono tenuti a dare la comunicazione di cui all’articolo 9-bis, comma 2, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, e successive modificazioni, il giorno antecedente a quello di instaurazione dei relativi rapporti, mediante documentazione avente data certa».
7. All’articolo 3 del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2002, n. 73, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) il comma 3 è sostituito dal seguente:
«3. Ferma restando l’applicazione delle sanzioni già previste dalla normativa in vigore, l’impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria è altresì punito con la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo. L’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore di cui al periodo precedente non può essere inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.»;
b) il comma 5 è sostituito dal seguente:
«5. Alla irrogazione della sanzione amministrativa di cui al comma 3 provvede la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente. Nei confronti della sanzione non è ammessa la procedura di diffida di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124».
7-bis. L’adozione dei provvedimenti sanzionatori amministrativi di cui all’articolo 3 del decreto-legge 22 febbraio 2002, n. 12, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2002, n. 73, relativi alle violazioni commesse prima della data di entrata in vigore del presente decreto, resta di competenza dell’Agenzia delle entrate ed è soggetta alle disposizioni del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, e successive modificazioni, ad eccezione del comma 2 dell’articolo 16 (4).
8. Le agevolazioni di cui all’articolo 29 del decreto-legge 23 giugno 1995, n. 244, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1995, n. 341, trovano applicazione esclusivamente nei confronti dei datori di lavoro del settore edile in possesso dei requisiti per il rilascio della certificazione di regolarità contributiva anche da parte delle Casse edili. Le predette agevolazioni non trovano applicazione nei confronti dei datori di lavoro che abbiano riportato condanne passate in giudicato per la violazione della normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro per la durata di cinque anni dalla pronuncia della sentenza.
9. Al comma 213-bis dell’articolo 1 della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Le predette disposizioni non si applicano, inoltre, al personale ispettivo del lavoro del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) e dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL)».
10. All’articolo 10, comma 1, del decreto legislativo 23 aprile 2004, n. 124, dopo le parole: «Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione» sono inserite le seguenti: «, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano,».
11. Il termine di prescrizione di cui all’articolo 3, comma 9, lettera a), della legge 8 agosto 1995, n. 335, relativo ai periodi di contribuzione per l’anno 1996, di pertinenza della gestione di cui all’articolo 2, comma 26, della predetta legge n. 335 del 1995, è prorogato fino al 31 dicembre 2007.
12. Nell’ambito del Fondo per l’occupazione di cui all’articolo 1, comma 7, del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, le risorse destinate alla finalità di cui all’articolo 1, comma 410, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, sono ridotte da 480 milioni di euro a 456 milioni di euro e sono corrispondentemente aumentate da 63 milioni di euro a 87 milioni di euro le risorse destinate alla finalità di cui all’articolo 1, comma 1, deldecreto-legge 5 ottobre 2004, n. 249, convertito, con modificazioni, dalla
legge 3 dicembre 2004, n. 291, e successive modificazioni (5).

(1) Comma abrogato dall’art. 304, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81.
(2) Lettera aggiunta dall’art. 5, L. 3 agosto 2007, n. 123.
(3) Comma abrogato dall’art. 304, D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81.
(4) Comma aggiunto dal comma 54 dell’art. 1, L. 24 dicembre 2007, n. 247 e poi così modificato dall’art. 4, comma 3, L. 4 novembre 2010, n. 183. Vedi, anche, i commi 92 e 94 del citato articolo 1 della legge n. 247 del 2007.
(5)  Articolo aggiunto dalla legge di conversione 4 agosto 2006, n. 248.


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Le novita’ in materia di assistenza e previdenza

Category : Diritto del lavoro

Le novita’ in materia di assistenza e previdenza alla luce della l. 4 novembre 2010 n. 183 – collegato lavoro alla finanziaria 2010 e del decreto “salva italia”
a cura di Alfonso Emiliano Buonaiuto, Avvocato

Il “Collegato lavoro” detta una serie di misure inerenti la disciplina delle prestazioni assistenziali.
Attesa la varietà degli interventi normativi, pare opportuno procedere ad una trattazione specifica dei singoli argomenti.
1. La nuova disciplina dei lavori usuranti.
L’art. 1 della l. n. 183/2010 ha affidato al Governo la delega per procedere alla revisione della disciplina sui lavori usuranti, al fine di consentire ai soggetti che svolgono tali attività di godere di un trattamento pensionistico anticipato rispetto a quello di cui godono la maggioranza dei lavoratori dipendenti.
Il legislatore, nel confermare i principi di cui all’art. 1, comma 3, l. 24 dicembre 2007, n. 247, ha introdotto una clausola di salvaguardia volta a garantire priorità nella decorrenza del trattamento pensionistico, ove vi siano scostamenti tra la copertura finanziaria ed il numero delle richieste avanzate: a parità di maturazione dei requisiti pensionistici vale la data di presentazione dell’istanza da parte dell’interessato.
In attuazione della legge delega, è stato pubblicato l’11 maggio in Gazzetta ufficiale il Decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67 “Accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, a norma dell’articolo 1 della legge 4 novembre 2010, n. 183″.
La nuova disposizione riconosce il valore del lavoro manuale e, prevedendo il beneficio dell’anticipazione fino a tre anni del collocamento in pensione, si pone a tutela di coloro che svolgono lavori particolarmente pesanti e pericolosi.
Tra le attività riconosciute ai fini dell’agevolazione prevista dal decreto legislativo, figurano il lavoro in spazi angusti, cave, casseformi, etc. Potranno beneficiare delle agevolazioni anche i dipendenti addetti alle linee di catena e i conducenti di mezzi per il trasporto di persone (che devono avere almeno nove posti).
1.1. L’art. 24, comma 17,  HYPERLINK “http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/8593D80A-CF2A-427F-A012-CED4884F9EFE/0/20111222_L_214.pdf”Legge n. 214 del 22 dicembre 2011, di conversione del  HYPERLINK “http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/9A1E3559-4769-483E-9E1E-BE886A784A41/0/20111206_DL_201.pdf”Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”.
Il decreto legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (c.d. manovra “salva Italia”), convertito nella L. n. 214 del 22 dicembre 2011, ha introdotto sui lavori usuranti alcune modifiche peggiorative rispetto alla legge delega n.183/2010 e dal successivo decreto legislativo dell’ aprile 2011.
Al precipuo scopo di contemperare le esigenze di lavoratori e datori di lavoro, il Governo Monti ha previsto a favore dei lavoratori che svolgono mansioni “usuranti”, un beneficio ai fini pensionistici che garantisce uno sconto sul requisito anagrafico e contributivo per il pensionamento pari a 3 anni.
I lavoratori interessati da tale beneficio sono i seguenti: 
a) lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti di cui all’articolo 2 del decreto del Ministro del Lavoro e della previdenza sociale in data 19 maggio 1999 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 208 del 4 settembre 1999;
b)lavoratori-notturni;
c) lavoratori impiegati in lavorazioni a catena in attività individuate con specifiche voci di tariffa per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. I criteri da tenere in considerazione per la definizione di codeste tipologie di attività riguardano il “determinato ritmo produttivo” e/o la valutazione della prestazione “in base al risultato delle misurazioni dei tempi di lavorazione” mentre il richiamo al sistema del cottimodi cui all’articolo 2100 c.c., inteso come metodo di retribuzione, non è da intendersi quale elemento discriminante nell’individuazione dei lavoratori interessati.alla.norma; 
d) conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore ai 9 posto adibiti al trasporto pubblico. Devono essere intese “tutte le macchine, di qualsiasi specie, che, guidate dall’uomo, circolano sulle strade” (art. 46, D.Lgs n. 285/1992), e il limite di 9 posti deve essere inteso compreso.quello.occupato.dal.conducente.
Tanto premesso, secondo quanto previsto dal decreto salva Italia chi è occupato in mansioni usuranti andrà in pensione tre anni più tardi. La manovra, infatti, ha anticipato l’entrata a regime della riforma, ma ne ha attenuato gli effetti eliminando gli sconti sulle quote (tre anni) e lasciando in vita la finestra mobile. L’originaria disciplina attribuiva il diritto alla pensione a un’età ridotta di tre anni e una somma di età e anzianità contributiva ridotta di tre unità rispetto ai requisiti (le cd. quote) previsti dalla tabella B allegata alla legge n. 247/2007. Di conseguenza: 
1) a far data dal 2012 gli usuranti andranno in pensione con quota 96 (età minima di 60 anni); 
2) a far data dal 2013 con quota 97 (età minima di 61 anni). 
In entrambi i casi, secondo quanto stabilito dalla manovra, andrà attesa la finestra mobile, ossia la decorrenza di altri 12 mesi.
In particolare, quindi, è stato ridotto agli anni 2008-2011 (anziché 2008-2012) il periodo transitorio, di conseguenza dal 01.01.2012 (anziché dal 1° gennaio 2013) entra in vigore la disciplina a regime. 
La manovra, infine, ha previsto alcune modifiche ai benefici pensionistici concessi ai lavoratori notturni. L’originaria disciplina prevedeva una riduzione massima dell’età di uno o due anni rispettivamente per i lavoratori che abbiano svolto turni da 64 a 71 giorni all’anno ovvero da 72 a 78 giorni all’anno. Per effetto delle nuove disposizioni introdotte dal decreto 201/2011 tale previsione resta valida solo per gli anni 2009-2011: a regime – ovvero dal 01.01.2012 viene previsto che il pensionamento avvenga secondo il sistema delle quote previste dalla predetta tabella B, incrementate di due anni e due unità per i lavoratori che abbiano svolto turni notturni da 64 a 71 giorni all’anno, e di un anno e una unità per i lavoratori che abbiano svolto turni da 72 a 78 giorni all’anno.
2. Pensionamento dei dirigenti medici del servizio sanitario nazionale.
Il “Collegato lavoro 2010” , con l’art. 22, ha introdotto alcune modifiche all’art. 15-nonies, comma 1, Dlgs 502/1992 sull’età pensionabile dei dirigenti medici del Servizio sanitario nazionale.
La nuova norma stabilisce che il limite massimo di età per il collocamento a riposo dei dirigenti medici e del ruolo sanitario del Ssn, compresi i responsabili di struttura complessa, è stabilito dal sessantacinquesimo anno di età, ovvero su istanza dell’interessato, dal quarantesimo anno di servizio effettivo.
La l. n. 183/2010 prevede altresì che in ogni caso il limite massimo non può superare il settantesimo anno di età e la permanenza in servizio non può dar luogo a un aumento del numero dei dirigenti medici del ruolo sanitario.
L’Inpdap, con nota operativa del 22 dicembre 2010 n. 56,  in ordine all’età pensionabile dei dirigenti medici del Ssn dopo l’entrata in vigore del collegato lavoro 2010, ha precisato che “si ritiene che nella locuzione servizio effettivo siano da ricomprendersi tutte le attività lavorative effettivamente rese e, in particolare, oltre al servizio prestato presso l’amministrazione o ente di appartenenza, anche i servizi comunque resi per lo Stato (quale ad esempio il servizio militare purché già valorizzato a fini pensionistici), i servizi ricongiungibili in base alla legge 523/1954 o 1092/1973, i servizi correlati ad attività lavorativa e ricongiunti in base alla legge 29/1979 o 45/1990 ovvero totalizzati in base al Reg. Ce 1606/1998 o al Dlgs 42/2000 e i servizi riscattabili (ad esempio per lavoro prestato all’estero); restano per contro esclusi i periodi valorizzati attraverso il riscatto di periodi non connessi con attività effettivamente resa, ma correlati a titoli di studio (per esempio laurea o dottorato di ricerca)”.
L’Inpdap, successivamente, con nota del 7 giugno ha sottolineato che per effetto delle novità introdotte dal collegato lavoro 2010 il limite massimo di età dei dirigenti medici e quelli del ruolo sanitario del Ssn è così suddiviso alternativamente: a) al compimento dei 65 anni; b) al maturare del 40˚ anno di servizio effettivo e nel limite di 70 anno di età.
In particolare, la possibilità del dirigente sanitario di chiedere di essere riassunto e di rimanere in servizio fino al settantesimo anno di età ha come conseguenza che viene meno l’individuazione del titolo “limiti di età” per le risoluzioni del rapporto di lavoro avvenute al compimento dei sessantacinque anni, poiché la nuova età pensionabile è individuata alla maturazione dei quaranta anni di servizio effettivo e nel limite dei settanta anni di età. Ciò si ripercuote sul regime di cumulo tra pensione e redditi di lavoro dipendente applicabili a questi dirigenti.
Nell’ipotesi di cessazione del servizio per motivi diversi da quelli del limite di età, trovano applicazione le disposizioni previste dagli articoli 133 e 134 del Dpr 1092/1973, che prevedono, nei casi di derivazione, continuazione o rinnovo del rapporto di lavoro, il divieto di cumulo tra trattamento pensionistico spettante per il precedente rapporto, che si è concluso per motivi differenti dal limite di età, e trattamento economico relativo alla rinnovata attività lavorativa. Allo stesso modo è evidenziato che la cessazione dal servizio con quaranta anni di anzianità contributiva non consente l’equiparazione, ai fini del regime di cumulo, con il pensionamento che derivi dal raggiungimento dei limiti di età. Per i tecnici Inpdap tale equiparazione nel caso di maturazione dei 40 anni di anzianità e nel limite dei settanta anni, avviene solo al quarantesimo anno di servizio effettivo.
3. Certificati di malattia.
L’art. 25 l. n. 183/2010 ha equiparato la disciplina del lavoro privato a quella del lavoro pubblico in materia di rilascio e trasmissione della attestazione di malattia, con conseguenbte applicazione dei primi quattro commi dell’art. 55 septies D.Lgs. n. 165/2001.
Pertanto nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare, l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il S.s.n.
In tutti i casi di assenza per malattia la certificazione medica è inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Inps, e dal predetto Istituto è immediatamente inoltrata, con le medesime modalità, all’amministrazione interessata.
L’inosservanza degli obblighi di trasmissione per via telematica della certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta l’applicazione della sanzione del licenziamento ovvero, per i medici in rapporto convenzionale con le aziende sanitarie locali, della decadenza dalla convenzione, in modo inderogabile dai contratti o accordi collettivi.
Il legislatore aveva già mostrato in passato la volontà di intervenire in materia: ed invero, l’art. 1, comma 149, della legge n. 311/2004 prevedeva l’obbligo, per il settore privato, dell’invio telematico dei certificati di malattia a partire dal giugno 2005; l’art. 1, comma 810, della legge n. 296/2006, il DPCM attuativo del 26 marzo 2008 e il DM del Ministro della Salute del 26 febbraio 2010 che stabilivano l’obbligo per il medico curante di rilasciare, dopo la visita, all’assistito copia cartacea del certificato telematico.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica e il Ministero del Lavoro, con circolare congiunta 18 marzo 2011, n. 4 , hanno fornito le indicazioni operative per lavoratori dipendenti e datori di lavoro dei settori pubblico e privato al fine di dare attuazione al sopracitato artcicolo 25 del 2collegato lavoro”.
Nella circolare si sottolineava che con la legge n. 183/2010, in vigore dal 24 novembre 2010, “è stato uniformato il regime legale del rilascio e della trasmissione dei certificati in caso di assenza per malattia per i dipendenti pubblici e per quelli privati …”, con conseguente abrogazione della previgente normativa per il settore privato.
La circolare descriveva gli oneri e gli adempimenti del lavoratore e del datore di lavoro ai fini dell’attuazione delle nuove disposizioni, e le opportunità che dalle stesse discendono per i predetti soggetti.
In particolare era previsto un periodo transitorio, di tre mesi dall’emanazione della circolare (fino al 17 giugno 2011), durante il quale il datore di lavoro poteva richiedere ai lavoratori di continuare ad inviare all’azienda, con le modalità vigenti, la copia cartacea dell’attestazione di malattia.
Al termine del periodo transitorio,  non si sarebbe potuto più richiedere al lavoratore l’invio della copia cartacea dell’attestazione di malattia,  ma per la relativa acquisizione si sarebbe dovuto, necessariamente avvalere di una delle modalità telematiche messe a disposizione dall’INPS.  La nota sottolineava tuttavia la possibilità di  richiedere ai propri lavoratori la comunicazione del numero di protocollo identificativo del certificato inviato per via telematica dal medico.
L’applicazione della nuova disciplina veniva poi prorogata dal Comitato Tecnico di Monitoraggio presso il Dipartimento per la digitalizzazione della pubblica amministrazione e l`innovazione tecnologica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, al 13 settembre 2011 in quanto la decorrenza del periodo transitorio della durata di tre mesi scattava a partire dalla data di pubblicazione della Circolare Ministeriale in G.U. (Gazzetta Ufficiale 13 giugno 2011, n. 135) e non dalla sua data di emissione.
Attualmente, pertanto, il datore di lavoro privato acquisisce le attestazioni di malattia attraverso una delle due modalità messe a disposizione dall’INPS, vale a dire:
a) mediante accesso diretto al sistema INPS tramite PIN appositamente rilasciato dall’Istituto (cfr. circolare INPS n. 300 del 22 aprile 2010);
b) mediante invio alla casella di PEC comunicata all’INPS (cfr. circolare INPS n. 554 del 16 settembre 2010).
Il datore di lavoro, come riferito supra, potrà comunque sempre richiedere ai propri lavoratori la comunicazione del numero di protocollo identificativo del certificato inviato per via telematica dal medico e potrà usufruire del nuovo servizio messo a disposizione dall’INPS per la richiesta di visite fiscali on line.
Il lavoratore:
a) resta obbligato a segnalare al datore di lavoro, nei termini previsti dal CCNL  applicato in azienda, la propria assenza e l’indirizzo di reperibilità, qualora diverso  dalla residenza o domicilio abituale, al fine di consentire i controlli medico fiscali;
b) comunica al medico curante, nel corso della visita, l’indirizzo di reperibilità da inserire nel  certificato, nel caso in cui sia diverso da quello di residenza (o dal domicilio abituale) in  precedenza indicato al proprio datore di lavoro;
c) richiede al medico il numero di protocollo identificativo del certificato inviato per via  telematica e, se espressamente richiesto dal proprio datore di lavoro, ha obbligo di  fornirlo allo stesso;
d) in aggiunta, ha facoltà di chiedere al medico il rilascio di copia cartacea del certificato e
dell’attestato di malattia.
Il nuovo sistema di gestione online dei certificati medici di malattia continua a suscitare molte perplessità, non solo tra le associazioni di rappresentanza dei medici, le quali sin dal varo della normativa, sottolinearono possibili difficoltà di collegamento internet, ove non si disponesse della banda larga, il poco tempo a disposizione per adottare le nuove procedure e, soprattutto, le gravissime conseguenze connesse alla mancata trasmissione del certificato.
La procedura su cui fondamentalmente si baserà il sistema prevede innanzitutto che il certificato venga inviato per via telematica, dal medico certificatore o dalla struttura sanitaria pubblica che l’abbia rilasciato, al SAC, Sistema di Accoglienza Centrale (curato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze), e, tramite questo, all’INPS. In seguito il SAC restituisce al medico il numero di identificazione del certificato, il medico stampa certificato e attestato di malattia e li consegna al lavoratore. L’INPS, che ha ricevuto i dati del certificato dal SAC, individua il datore di lavoro riferito all’intestatario del certificato e mette a sua disposizione il certificato stesso.
Il lavoratore potrà, così, accedere al sito dell’INPS e consultare o stampare i propri certificati, attraverso l’inserimento del codice fiscale o del numero di certificato, o, se ne ha ottenuto accreditamento tramite PIN, entrando nell’apposita area dedicata.
Nonostante gli aspetti relativi alle procedure telematiche siano stati chiariti, mancano regole certe nella gestione del rapporto di lavoro tra dipendente e impresa in caso di assenza per malattia. In assenza di tali regole e in attesa dell’adeguamento dei diversi contratti collettivi con le nuove previsioni di legge, è stato sottoscritto, il 20 luglio2011, l’accordo interconfederale tra Confindustria e sindacati (Cgil, Cisl e Uil), grazie al quale si è cercato di chiarire quali siano i comportamenti da adottare e gli oneri richiesti ai dipendenti che realizzino delle assenze e ai loro datori di lavoro. Esso, pur limitato al comparto industriale, offre delle istruzioni utili anche agli altri settori (un accordo analogo è stato, inoltre, sottoscritto il 26 luglio 2011 da Confapi con i sindacati suindicati).
Secondo quanto si legge, restano invariate e sono pienamente efficaci le disposizioni contenute nei contratti collettivi che disciplinano il trattamento economico e quello normativo da applicare in caso di malattia del lavoratore, compresi gli obblighi, in capo al lavoratore stesso, di dare tempestiva comunicazione dell’assenza e di fornire indicazione circa qualsiasi variazione dell’indirizzo di reperibilità, dove potrà essere realizzata l’eventuale visita di controllo.
L’accordo introduce, poi, un ulteriore onere a carico del lavoratore, quello, cioè, di comunicare all’azienda, “nei tempi previsti per l’invio del certificato cartaceo dal contratto collettivo nazionale di lavoro che disciplina il suo rapporto”, il numero di protocollo identificativo del certificato inviato dal medico in forma telematica, onere che sembra sostituirsi alla previgente richiesta di consegna del certificato medico cartaceo.
Il datore di lavoro disporrà così di diverse alternative per recuperare le informazioni circa gli attestati di malattia dei suoi dipendenti: la prima è, appunto, quella delineata nell’accordo del 20 luglio, cioè la comunicazione, secondo modalità predefinite, del numero identificativo, grazie al quale il datore potrà collegarsi al sito dell’INPS e proseguire con la consultazione.
Diversamente è possibile chiedere all’INPS il PIN per consultare gli attestati in un’area Web dedicata all’azienda, dove la ricerca può avvenire in base al codice fiscale o altri dati anagrafici relativi al dipendente coinvolto, o in riferimento ad un preciso intervallo temporale.
L’ultima opzione a disposizione è quella dettata dalla circolare INPS n. 119 del 7 settembre 2010, avente ad oggetto la “trasmissione telematica delle certificazioni di malattia all’Inps” e le “nuove modalità di invio degli attestati ai datori di lavoro pubblici e privati tramite PEC”. Stando a questa circolare, il datore può inviare, alle caselle PEC delle strutture territoriali dell’INPS competenti, la richiesta di vedersi recapitare nella propria PEC gli attestati di malattia.
Ad ogni modo, il datore di lavoro può fare riferimento alla disposizione contenuta nella circolare ministeriale 4/2011 che impone al dipendente di fornire il numero di protocollo, qualora ve ne sia stata esplicita richiesta da parte dell’azienda (tale richiesta dovrebbe essere opportunamente comunicata in forma scritta, magari aggiornando i regolamenti aziendali). Tale disposizione consente di superare le critiche che hanno visto nella nuova procedura un eccesso di oneri a carico dei datori di lavoro, i quali potrebbero non avere un direttore del personale che si occupi della faccenda o potrebbero non avere la giusta alfabetizzazione informatica.
Permane comunque, anche dopo il termine del 13 settembre, l’obbligo per il lavoratore di esibire la copia cartacea del certificato all’INPS e al datore di lavoro nei casi di ricovero ospedaliero, degenza in strutture di pronto soccorso e nel caso in cui il certificato sia stato emesso da una struttura privata non ancora abilitata alla procedura telematica, così come specificato nel messaggio dell’INPS n. 9197 del 20 aprile 2011 (“Certificazione di malattia in modalità cartacea”). Lo stesso obbligo persiste nel momento in cui il medico sia impossibilitato – ad esempio per malfunzionamenti nel sistema di trasmissione – a procedere all’invio digitale del certificato medico.
Il sistema telematico, tuttavia, sembra funzionare.
Il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, sulla base dei dati forniti dall’Inps, ha infatti reso noto che il totale dei certificati trasmessi a partire dalla data di attivazione della nuova procedura è di ben 14.365.917 unità.

4. Indicazione di situazione economica equivalente.
La l. n.183/2010, in relazione ai redditi, ha introdotto variazioni alle modalità di compilazione della Dichiarazione Sostitutiva Unica.
Ai fini del riconoscimento del diritto a prestazioni “non destinate alla generalità dei soggetti o comunque collegati nella misura e nel costo a determinate situazioni economiche (con l’esclusione delle prestazioni previdenziali, delle invalidità civili, di quelle di accompagnamento e altre assimilate), l’ISEE, ai sensi dell’art. 34 del “Collegato lavoro” viene determinato dall’INPS in base alla dichiarazione dell’interessato.
L’indicatore ISEE non va confuso con l’ISE che è l’indicatore della situazione economica costituito dalla somma dei redditi e del 20 per cento del patrimonio immobiliare e immobiliare del nucleo familiare. Il reddito da prendere in considerazione è quello complessivamente posseduto dal nucleo familiare, risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi dei singoli componenti oppure, nell’ipotesi di esonero dall’obbligo di presentazione della dichiarazione, dall’ultima certificazione presentata dagli interessati. Al valore del reddito va sommato il 20 per cento del patrimonio mobiliare e immobiliare posseduto al 31 dicembre dell’anno precedente la presentazione della dichiarazione sostitutiva unica. Dal rapporto tra il valore così stabilito e l’indice corrispondente al numero dei componenti del nucleo familiare e la sua composizione, si ricava l’ISEE.
L’INPS, con circolare 12 gennaio 2011, n. 2, ha fornito dei chiarimenti riguardo le modifiche alla disciplina ISE/ISEE apportate dall’art. 34 della Legge n. 183/2010.
Per la presentazione della dichiarazione sostitutiva unica (DSU), l’Istituto comunica che viene introdotta una nuova modalità: il soggetto richiedente la prestazione sociale agevolata può presentare la domanda all’Inps anche per via telematica (art. 4, comma 3, del D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/2010), collegandosi al sito Internet dell’Istituto e possedendo un’utenza specifica (PIN) per l’accesso.
In relazione ai dati autocertificati dal soggetto richiedente, l’Inps indica che vengono effettuati dei controlli da parte dell’Agenzia delle entrate, degli Enti erogatori e della Guardia di Finanza, per verificare la veridicità delle informazioni pervenute.
L’Agenzia delle entrate, infatti, attraverso appositi controlli automatici, rileva l’esistenza di eventuali difformità od omissioni dei dati autocertificati rispetto alle informazioni contenute nel Sistema informativo dell’anagrafe tributaria, comunicando l’esito delle attività effettuate all’Inps, mediante procedura informatica.
L’Istituto, successivamente, le inoltra agli Enti acquisitori (Comuni, Centri di Assistenza Fiscale, Enti erogatori delle prestazioni sociali agevolate) o al soggetto richiedente nel caso di presentazione della dichiarazione in via telematica (art. 4, commi 5 e 6, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, l. 183/2010.
I soggetti acquisitori o l’Inps stesso (nell’ipotesi di invio telematico) rilasciano un’attestazione riportante:
a) l’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE);
b) il contenuto della dichiarazione;
c) gli elementi informativi necessari per il calcolo;
d) le eventuali omissioni e difformità rilevate dal controllo automatico operato dall’Agenzia delle entrate.
La dichiarazione, munita dell’attestazione rilasciata, può essere utilizzata, nel periodo di validità, da ogni componente del nucleo familiare per l’accesso alle prestazioni agevolate (art. 4, comma 7, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/2010).
La Nota in parola specifica che nell’ipotesi di difformità od omissioni relative alla determinazione del patrimonio mobiliare gestito dagli operatori finanziari, quali banche, società Poste italiane Spa, intermediari finanziari, imprese di investimento, organismi di investimento collettivo del risparmio, società di gestione del risparmio (art. 7, comma 6, del D.P.R. n. 605/1973), spetta all’Agenzia delle entrate, effettuare, attraverso criteri selettivi, richieste di informazioni ai suddetti operatori, avvalendosi delle relative procedure automatizzate di colloquio (art. 4, comma 9, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/2010).
A seguito del suddetto controllo automatico dell’Agenzia, in presenza di omissioni o difformità riscontrate, il soggetto richiedente la prestazione può presentare una nuova DSU, che tenga conto dei rilievi formulati, oppure richiedere ugualmente la prestazione tramite l’attestazione relativa alla dichiarazione presentata recante le omissioni o le difformità rilevate dall’Agenzia delle entrate.
Tale dichiarazione è valida ai fini dell’erogazione della prestazione, fatto salvo il diritto degli Enti erogatori di richiedere idonea documentazione volta a dimostrare la completezza e la veridicità dei dati dichiarati.
Gli Enti erogatori, singolarmente o mediante un apposito servizio comune, hanno il compito di svolgere tutti i controlli ulteriori e necessari, provvedendo ad ogni adempimento conseguente qualora si verifichi la non veridicità dei dati dichiarati (art. 4, comma 8, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art.34, l. n. 183/2010).
Nell’ambito della programmazione dell’attività di accertamento della Guardia di Finanza, una quota delle sue verifiche è riservata al controllo sostanziale della posizione reddituale e patrimoniale dei nuclei familiari dei soggetti beneficiari di prestazione, secondo criteri selettivi.
Per assicurare il coordinamento e l’efficacia dei controlli suddetti, il legislatore ha previsto che vengano comunicati alla Guardia di Finanza i nominativi dei richiedenti nei confronti dei quali l’Agenzia delle entrate ha rilevato divergenze nella consistenza del patrimonio mobiliare (art. 4, commi 10 e 11, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/2010).
L’Inps, per l’alimentazione del Sistema informativo ISE/ISEE, può stipulare delle apposite convenzioni con i Centri di Assistenza Fiscale (art. 4- bis, comma 1, D. Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, L. 183/2010).
Tra i redditi da dichiarare ai fini ISE/ISEE, il legislatore prevede altre componenti, oltre quelle previste dalla normativa (art. 3, comma 1, delle norme integrate dai D.P.C.M. n. 221/1999 e n. 242/2001).
In particolare, devono essere aggiunti al reddito complessivo i redditi da lavoro dipendente ed assimilati, di lavoro autonomo ed impresa, redditi diversi (art. 67, comma 1, lett. i) e l) del TUIR), assoggettati ad imposta sostitutiva o definitiva, salvo che il legislatore espressamente manifesti una diversa volontà nelle norme che disciplinano tali componenti reddituali (tabella 1, parte I, D.Lgs. 109/1998, modificata dall’art. 34 del  “Collegato lavoro”.
Ne consegue che i redditi rientranti in tali categorie, assoggettati ad imposta sostitutiva o definitiva, come ad esempio quelli indicati nei quadri CM, RE, RG e RQ del modello Unico, andranno sommati al reddito complessivo dichiarato ai fini IRPEF nel primo rigo del quadro F4 (situazione reddituale del soggetto) della DSU, eccetto nell’ipotesi in cui il legislatore espressamente li escluda nelle disposizioni che li disciplinano.
Il legislatore, allo scopo di disciplinare le modalità attuative e le specifiche tecniche di scambio delle informazioni e nel rispetto del Codice in materia di protezione dei dati personali, ha previsto la stipula di una convenzione tra l’INPS e l’Agenzia delle entrate.
In tal senso tra l’Istituto e l’Amministrazione è stato sottoscritto apposito accordo (art. 4, comma 12, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/10).
Da ultimo, l’Inps rende noto che per consentire la semplificazione ed il miglioramento degli adempimenti dei soggetti richiedenti le prestazioni agevolate, in presenza di un’evoluzione dei sistemi informativi dell’INPS e dell’Agenzia delle entrate, è prevista dalla normativa la possibilità di considerare un periodo di sperimentazione finalizzato a sviluppare l’assetto dei relativi flussi di informazione.
Inoltre, ai fini del rispetto dei criteri di equità sociale, è prevista la possibilità di razionalizzare e armonizzare i criteri di determinazione dell’ISEE rispetto all’evoluzione della normativa fiscale attraverso un decreto del Ministero dell’economia e delle finanze, sulla base della valutazioni dell’INPS e dell’Agenzia delle entrate (art. 4, commi 13 e 14, D.Lgs. 109/1998, sostituito dall’art. 34, Legge n. 183/2010).
5. Cessazione dell’attività commerciale.
Il legislatore, con il DLgs 207/1996 aveva istituito un indennizzo temporaneo per la cessazione definitiva dell’attività commerciale ad alcune categorie di iscritti alla gestione speciale dell’INPS per gli esercenti attività commerciali. Per finanziare l’indennizzo, fu previsto un contributo aggiuntivo alla contribuzione IVS dovuta da tutti gli iscritti alla gestione nella misura dello 0,9%.
Nel tempo, l’indennizzo fu prorogato, esteso ad altre categorie e, conseguentemente, l’obbligo contributivo addizionale è stato rinnovato a più riprese con nuove disposizioni di legge. L’ultima, in ordine di tempo, è contenuta nell’art. 35 della legge 4 novembre 2010, n. 183  con la quale il diritto all’indennizzo è esercitabile da chi raggiunge i requisiti richiesti entro il 31 dicembre 2011 e l’aliquota aggiuntiva prorogata fino al 31dicembre 2014.
I destinatari sono:
a) Soggetti che esercitano, in qualità di titolari o coadiutori, attività commerciale
al minuto in sede fissa, anche abbinata ad attività di somministrazione al pubblico
di alimenti e bevande;
b) soggetti che esercitano attività commerciale su aree pubbliche;
c) agenti e rappresentanti di commercio;
d) esercenti attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande.
L’indennizzo spetta ai soggetti che, entro il periodo di validità di volta in volta stabilito, si trovino in possesso dei seguenti requisiti:
a) 62 anni di età, se uomini, ovvero 57 anni di età, se donne;
b) iscrizione, al momento della cessazione dell’attività, per almeno 5 anni, in qualità di titolari o di coadiutori, nella Gestione dei contributi e delle prestazioni previdenziali degli esercenti attività commerciali.
L’erogazione dell’indennizzo e’ subordinata alle seguenti condizioni che devono
verificarsi tutte entro il periodo di validità:
a) cessazione definitiva dell’attività commerciale;
b) riconsegna al Comune dell’autorizzazione per l’esercizio dell’attività commerciale al minuto o dell’autorizzazione per l’attività di somministrazione al pubblico.
L’indennità corrisponde al trattamento minimo di pensione previsto per gli iscritti alla gestione commercianti e spetta dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda, ove risultino perfezionati i requisiti richiesti e fino alla decorrenza della finestra di accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia.
6. Contribuzione figurativa.
I contributi figurativi sono contributi accreditati, senza onere a carico del lavoratore, per periodi durante i quali:
a) non ha prestato attività lavorativa né dipendente né autonoma;
b) ha percepito un’indennità a carico dell’Inps;
c) ha percepito retribuzioni in misura ridotta.
L’accertamento del diritto alla prestazione viene effettuato con la totalizzazione.
I contributi de quibus sono utilizzabili:
a) “a copertura” se il periodo, durante il quale si è verificato l’evento, è completamente scoperto di contribuzione e non risultano, quindi, accreditate settimane per attività lavorativa soggetta a contribuzione obbligatoria;
b) “ad integrazione” se nel periodo, durante il quale si è verificato l’evento, è stata corrisposta una retribuzione ridotta che ha determinato l’obbligo del versamento contributivo e, il conseguente, accredito di settimane sul conto assicurativo dell’assicurato;
c) “ad incremento” se l’attività lavorativa è stata svolta nel settore agricolo.
Sono accreditabili solo a domanda, i periodi di:
1) servizio militare;
2) malattia e infortunio;
3) assenza dal lavoro per donazione sangue;
4) congedo per maternità durante il rapporto di lavoro (ex astensione obbligatoria per gravidanza e puerperio);
5) maternità al di fuori del rapporto di lavoro corrispondente al congedo per maternità;
6) congedo parentale (ex assenza facoltativa post partum);
7) riposi giornalieri (ex per messi per allattamento);
8) assenze dal lavoro per malattia del bambino;
9) congedo per gravi motivi familiari;
10) permesso retribuito ai sensi della Legge 104/92 (handicap grave);
11) congedo straordinario ai sensi della Legge 388/2000 (handicap grave);
12) periodi di aspettativa per lo svolgimento di funzioni pubbliche elettive o per l’assunzione di cariche sindacali.
Sono accreditati d’ufficio, senza specifica domanda, i contributi figurativi per i periodi durante i quali il lavoratore è stato:
1) incassa integrazione guadagni straordinaria;
2) assunto con contratto di solidarietà;
3) impegnato in lavori socialmente utili.
oppure ha beneficiato:
1) di indennità di mobilità;
2) di indennità di disoccupazione;
3) di assistenza antitubercolare a carico dell’Inps.
L’art. 40 l. n. 183/2010 modifica i criteri di calcolo della contribuzione figurativa ai fini previdenziali, con riferimento all’anzianità contribuitva successiva al 31 dicembre 2004 in base all’importo normale della retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore nel mese in cui si colloca l’evento, come stabilita dal datore di lavoro sulla scorta degli elementi retributivi ricorrenti e continuativi.
Nel “collegato lavoro”è stato stabilito che il valore retributivo dei contributi figurativi accreditati al lavoratore, successivamente al 1° gennaio 2005, è pari all’intero  stipendio  mensile  percepito, esclusa la “tredicesima” e altre mensilità “extra”.
Inoltre, durante i periodi di malattia o infortunio, la contribuzione figurativa per il lavoratore è prolungata per un massimo di 22 mesi, oltre i quali si è senza copertura  assicurativa. Per il lavoratore inabile, l’intero periodo sarà coperto dai contributi figurativi anche se si percepisce la rendita Inail.
7. Obbligo contributivo per gli artigiani.
Ai sensi dell’art. 43 l. n. 183/2010, a far data dal 2010, gli atti inerenti le variazioni relative ai soggetti iscritti all’albo delle imprese artigiane non sono opponibili all’Inps decorsi tre anni dal verificarsi dei relativi presupposti.
All’iscrizione all’Albo delle imprese artigiane viene attribuito valore costitutivo e dall’iscrizione al suddetto Albo discende automaticamente l’iscrizione all’Inps, con correlato obbligo contribuitvo.

APPROFONDIMENTI
Il Governo Monti, con l’art. 24 del decreto “salva Italia” ha operato una radicale modifica del sistema pensionistico italiano.
La pensione di anzianità è infatti stata abolita e, pertanto, a seguito di tale riforma, è possibile andare in pensione solo dopo aver maturato i requisiti anagrafici di “vecchiaia”, cioè solo dopo aver raggiunto l’età prevista per la pensione di vecchiaia.
Al posto della pensione di anzianità c’è ora la pensione anticipata: chi vuole andare in pensione prima dell’età di vecchiaia, può farlo, se ha una certà “anzianità contributiva” (nel 2012, 41 anni e un mese per le donne, 42 anni e un mese per gli uomini). Ma in tal caso subisce una penalizzazione: l’importo della pensione viene tagliato dell’1 per cento per ciascun anno di anticipo rispetto ai requisiti di vecchiaia.
Benchè soltanto l’art. 24, comma 17 del decreto in parola abbia modificato la disciplina introdotta dal collegato lavoro, l’ampiezza dell’intervento normativo richiede un doveroso approfondimento delle radicali innovazioni introdotte in materia pensionistica dal legislatore.
Con il comma 1, il Legislatore spiega i fini della riforma previdenziale che sono collegati, ai principi di equità e di convergenza tra generazioni ed all’interno delle stesse, con l’obiettivo di eliminare i privilegi esistenti nel vecchio apparato normativo. In tale logica, nel rispetto degli impegni internazionali, dei vincoli di bilancio e della sostenibilità “di lungo termine” del sistema previdenziale, sono previsti momenti di flessibilità in accesso ai trattamenti pensionistici ed incentivi nella prosecuzione della vita lavorativa, nonchè adeguamenti sia alle variazioni legate all’allungamento delle prospettive di vita, che alla armonizzazione delle diverse gestioni previdenziali.
Con il comma 2 si stabilisce che, a partire dal 1° gennaio 2012, avendo come riferimento le anzianità contributive maturate successivamente, il sistema contributivo per quote di pensione corrispondenti alle stesse vale per tutti i lavoratori.
Questo sistema presenta una propria logica che è quella della c.d. “corrispettività”, nel senso che l’importo delle future rate pensionistiche va calcolato esclusivamente sui contributi versati (dedotte le spese di gestione), fermo restando che per il passato continua a valere il sistema precedente (se retributivo).
Con il metodo contributivo il trattamento pensionistico si calcola attraverso una moltiplicazione del montante contributivo individuale con il coefficiente di trasformazione: quest’ultimo varia in relazione all’età del lavoratore al momento del pensionamento ed all’aspettativa di vita..
Il comma 3 consente al lavoratore che entro il 31 dicembre 2011 abbia maturato i requisiti di età e di anzianità contributiva, previsti dalle vecchie disposizioni, la possibilità di ottenere la certificazione del diritto da chiedere all’Ente previdenziale di appartenenza.
A partire dal 1° gennaio 2012 per i soggetti che maturano i requisiti, secondo i regimi misto e contributivo, per le pensioni di vecchiaia, vecchiaia anticipata ed anzianità, si potrà parlare soltanto di
a) pensione di vecchiaia, sulla base dei requisiti ex commi 6 e 7 e fatte salve le eccezioni previste ai commi 14, 15 – bis e 18;
b) pensione anticipata, conseguita soltanto con i requisiti previsti ai commi 10 e 11 e fatte salve le eccezioni previste ai commi 14, 15 – bis, 17 e 18.
Con il comma 4 viene introdotto il principio della continuazione dell’attività lavorativa dopo la maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia. La prosecuzione sarà incentivata, nel rispetto dei limiti massimi ordinamentali, attraverso coefficienti di trasformazione fino all’età di 70 anni, fatti salvi gli adeguamenti alla speranza di vita, come previsto dall’art. 12 della legge n. 122/2010. Questo sistema prevede una sorta di aggancio automatico dei requisiti anagrafici alla speranza di vita, finalizzato all’equilibrio delle gestioni previdenziali nel medio – lungo periodo. L’aumento dei requisiti è agganciato in modo automatico alle rilevazioni periodiche dell’ISTAT. L’applicazione, originariamente prevista dal 1° gennaio 2015 ma anticipata, nel corso del 2011, al 1° gennaio 2013, riguarda tutti i tipi di pensione.
Prevedendo la possibilità incentivare la permanenza in attività lavorativa dopo il termine per la fruizione del diritto alla pensione, il Legislatore si è preoccupato anche di tutelare i lavoratori sotto l’aspetto della garanzia del posto di lavoro affermando che nei confronti di costoro l’efficacia delle disposizioni di tutela contenute nell’art. 18 della legge n. 300/1970 operano fino al conseguimento del predetto limite massimo di flessibilità (70 anni).
Ciò significa che vale, in caso di licenziamento individuale, la tutela reale o quella obbligatoria, a seconda che il datore di lavoro sia “dimensionato” o meno sopra le quindici unità.
La tutela è “sul piano individuale”, nel senso che una eventuale procedura collettiva di riduzione di personale ex art. 4, 5, 16 e 24 della legge n. 223/1991 può ben interessare anche i lavoratori “incentivati” alla prosecuzione.
Va, poi, sottolineato come, a partire dal 1° gennaio 2012, finita la fase di “prima applicazione”, si applicano, ai fini dell’impugnativa giudiziale del licenziamento, i termini previsti dall’art. 32 della legge n. 183/2010 che ha innovato i primi due commi della legge n. 604/1966: 270 giorni dalla giorno in cui è stata comunicata al datore la volontà di impugnare la risoluzione del rapporto (ci sono 60 giorni di tempo) o 60 giorni dal rifiuto della richiesta facoltativa di conciliazione o dal mancato accordo per l’arbitrato irrituale previsto avanti ad uno dei tanti organismi a ciò deputati o ex art. 412 – quater cpc.
Con il comma 5 vengono cancellate, a partire dal1° gennaio 2012, le c.d. “finestre mobili”, non più coerenti con il nuovo sistema e che, tuttavia, secondo i dati INPS hanno, nel corso del 2011, ridotto il pensionamento per quasi il 30% rispetto all’anno precedente.
Esse restano, in ogni caso, per i “lavoratori usurati”.
I commi 6 e 7 sono collegati alla lettera a) del comma 3 in ordine alla pensione di vecchiaia.
Quest’ultima, a partire dal 2012, richiede quale requisito anagrafico quello dei 62 anni per le lavoratrici con rapporto di lavoro subordinato del settore privato: l’età sale a 63 anni e 6 mesi a partire dal 1° gennaio 2014, a 65 anni con decorrenza 1° gennaio 2016, e, a regime, a 66 anni a far data dal 1° gennaio 2018.
Per le lavoratrici autonome la cui pensione è liquidata dall’assicurazione generale obbligatoria (AGO) o dalla gestione separata ex art. 2, comma 26, della legge n. 335/1995 il requisito anagrafico è fissato a 63 anni e 6 mesi. Esso sale a 64 e 6 mesi a partire dal 1° gennaio 2014, a 65 anni e 6 mesi a far data dal 1° gennaio 2016 per raggiungere i 66 anni con il 1° gennaio 2018.
Per tutti gli altri lavoratori dipendenti e per quelli autonomi (la cui pensione è a carico dell’AGO o della gestione separata) il requisito anagrafico dei 65 anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia è aumentato a 66 anni.
Con il comma 7 il Legislatore, invece, generalizza il requisito minimo finalizzato al godimento della pensione di vecchiaia: esso, fermo restando quello anagrafico, prevede un’anzianità contributiva di almeno 20 anni. L’importo, non può essere inferiore a 1,5 volte quello previsto per l’assegno sociale: esso è annualmente rivalutato sulla base della valutazione media quinquennale del prodotto interno lordo (Pil) nominale, appositamente calcolata dall’ISTAT, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare
Con il comma 8 si stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2018, il requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno sociale è incrementato di un anno.
Con il comma 9 viene inserita una c.d. “norma di salvaguardia”: per i lavoratori in carico all’AGO o alla gestione separata, i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione di vecchiaia (comma 6) devono essere tali da garantire un’età minima di accesso al trattamento pensionistico non inferiore a 67 anni per chi matura il diritto alla prima decorrenza utile del pensionamento dal 2021.
Con il comma 10 vengono stabiliti i requisiti minimi per l’accesso alla “pensione anticipata”, i quali sostituiscono “in toto” quelli che, in precedenza, si riferivano alle pensioni di anzianità.
Può accedere al trattamento pensionistico anticipato chi, nel corso del 2012, matura un’anzianità contributiva di 42 anni ed 1 mese, se uomo, o di 41 anni e 1 mese, se donna.
Nel 2013 e nel 2014 tale requisito aumenta, per ogni anno, di 1 mese.
La disposizione continua prevedendo una sorta di penalizzazione, pari ad 1 punto percentuale, per ogni anno di anticipo nell’accesso al pensionamento rispetto all’età di 62 anni: la percentuale si eleva a 2 punti, per ogni anno ulteriore di anticipo rispetto ai due anni. Se l’età del pensionamento non è intera, la riduzione percentuale è rapportata in proporzione al numero dei mesi.
Il comma 11 si occupa del diritto alla pensione anticipata in favore di coloro che hanno avuto il primo accredito contributivo dopo il 1° gennaio 1996.
Ai fini del godimento, occorrono le seguenti condizioni:
a) risoluzione del rapporto di lavoro in essere;
b) requisito anagrafico pari ad almeno 63 anni;
c) almeno 20 anni di contribuzione effettiva (cosa che sembra escludere la c.d. “contribuzione figurativa”);
d) ammontare mensile della prima rata di pensione che risulti essere non inferiore ad un importo soglia mensile, annualmente rivalutato sulla base della variazione media quinquennale del Pil nominale, appositamente calcolato dall’ISTAT con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, pari per il 2012, a 2,5 volte l’importo mensile dell’assegno sociale.
Il comma 12 ricorda come a tutti i requisiti anagrafici previsti per l’accesso alle diverse modalità di pensionamento (vecchiaia, anticipata, assegno sociale, ecc.), trovi applicazione il meccanismo correlato alla “speranza di vita”, previsto dall’art. 12 della legge n. 122/2010: esso pensato, in precedenza, con una cadenza triennale, diviene biennale (comma 13) e scatterà dal 1° gennaio 2013. Tale meccanismo trova la propria ragione d’essere nel fatto che l’allungamento della vita va correlato con la permanenza al lavoro la quale deve essere, simmetricamente, più lunga, per non appesantire il sistema previdenziale.
Il successivo comma 14 è strettamente correlato con quelli precedenti che hanno stabilito i requisiti minimi per l’accesso al sistema pensionistico, nel senso che vi vengono trattate una serie di ipotesi “esonerative”. Sono esentati dalla riforma, nei limiti delle risorse stabilite al comma 15 e sulla base della procedura ivi prevista:
a) i soggetti che maturano i requisiti vigenti prima della data di entrata in vigore del
D.L. n. 201/2011 (poi, convertito, con modificazioni, nella legge n. 214/2011) entro il 31 dicembre 2011;
b) le lavoratrici che hanno optato per il sistema contributivo (art. 1, comma 9, della legge n. 243/2004);
c) i lavoratori collocati in mobilità a seguito di procedura di riduzione collettiva di personale ex artt. 4 e 24 della legge n. 223/1991 con accordo sindacale stipulato entro il 3 dicembre 2011, a condizione che gli stessi maturino i requisiti per il pensionamento durante la fruizione dell’indennità di mobilità (art. 7, commi 1 e 2, della legge n. 223/1991);
d) i lavoratori collocati in mobilità lunga (art. 7, commi 6 e 7, della legge n. 223/1991), a seguito di accordi collettivi stipulati entro il 4 dicembre 2011;
e) i lavoratori titolari, alla data del 4 dicembre 2011, di prestazioni straordinarie a carico dei fondi di solidarietà di settore (art. 2, comma 28, della legge n. 662/1996) o per i quali accordi collettivi ne riconoscevano il diritto di accesso: in questa seconda ipotesi i lavoratori restano a carico dei fondi stessi almeno fino al compimento dei 59 anni, pur se maturino prima del compimento di tale età, i requisiti per l’accesso al pensionamento, previsti prima della riforma;
f) i lavoratori autorizzati prima del 4 dicembre 2011 alla prosecuzione volontaria della contribuzione;
g) i lavoratori del settore pubblico per i quali, alla data del 4 dicembre 2011, era in corso l’esonero dal servizio (art. 72, comma 1, della legge n. 133/2008) , il quale viene considerato come tale se concesso prima del 4 dicembre: a partire da tale data sono abrogati i commi da 1 a 6 del predetto articolo 72 che trovano applicazione soltanto per i soggetti destinatari di detta norma. Il Legislatore
continua affermando che si considerano disapplicate le disposizioni previste da leggi regionali contenenti discipline analoghe a quelle dell’istituto dell’esonero dal servizio.
Con il comma 15 il Legislatore affida agli Enti previdenziali il monitoraggio delle istanze di pensione presentate ex comma 14: gli stessi dovranno fissare il numero massimo delle domande accoglibili nel limite massimo delle risorse disponibili che sono 240 milioni di euro per il 2013, 630 milioni di euro per il 2014, 1.040 milioni per il 2015. 1.220 milioni di euro per il 2016, 1.030 milioni per il 2017, 630 milioni di euro per il 2018 e 300 milioni per il 2019.
In sede di approvazione della legge, è stato inserito il comma 15 –bis attraverso il quale si è cercato di fornire una soluzione al problema dei c.d. “nati nel 1952”: coloro che al 31 dicembre 2012 possono vantare un’anzianità contributiva di 35 anni e che avrebbero maturato i requisiti per andare in pensione, possono conseguire il trattamento di pensione anticipata al compimento dei 64 anni. Per le lavoratrici donne è previsto un analogo trattamento, nel senso che possono conseguire il trattamento pensionistico a 64 anni, qualora maturino un’anzianità contributiva di almeno 20 anni alla data del 31 dicembre 2012, con un’età anagrafica di almeno 60 anni.
Il comma 16 affida ad un decreto direttoriale, l’estensione del coefficiente di trasformazione alle età corrispondenti a valori fino a 70.
Il comma 17, come esposto supra, adegua, invece, la disciplina sui lavori usuranti alle novità previste dalla nuova disciplina. Vale la pena di ricordare come, per effetto del D.L.vo n. 76/2011, sia stata fornita disciplina completa alla materia: su questa è, ora, intervenuto l’art. 24: sono lavoratori “usurati” coloro che per almeno 7 degli ultimi 10 anni hanno prestato la loro attività in specifici settori: lavori nelle cave ed in galleria, nel vetro, alla catena di montaggio, alla conduzione di autobus e pullman turistici. A questi si aggiungono anche i c.d. “lavoratori notturni” i quali, però, debbono aver prestato la loro attività per almeno 64 notti l’anno (o 78 per chi ha maturato i requisiti tra il 1° gennaio 2008 ed il 30 giugno 2009).
Il D.L.vo n. 67/2011 offriva a tali soggetti la possibilità di andare in pensione di anzianità con 3 anni di anticipo (58 anni invece di 61), condizionandola alla c.d. “quota 94” (ad esempio, 58 anni e 36 anni di contributi): ora, nel 2012, coloro che hanno svolto lavori usuranti possono andare in pensione soltanto se raggiungono per intero la quota già prevista dalla legge n. 244/2007: ossia, la somma tra età anagrafica (almeno 60 anni) e contribuzione deve dare 96: nel 2013 il “tetto” aumenta, nel senso che la somma deve risultare 97, con almeno 61 anni di età.
Altre importanti novità introdotte con il comma 17, si riferiscono alla quota necessaria per coloro che svolgono l’attività su turni e che lavorano di notte per almeno 6 ore per meno di 78 giornate. Coloro che lo hanno fatto in un numero compreso tra le 64 e le 71 devono raggiungere, nel 2012, quota 98 (con almeno 62 anni di età e 36 di contribuzione); se, invece, il numero delle giornate è compreso tra 72 e 77, la quota da “toccare” è 97 (con 61 anni di età anagrafica). A partire dal 2013 la soglia sale ancora: nel primo dei due casi occorre raggiungere quota 99 (e 63 anni di età), nel secondo è sufficiente raggiungere 98 (con 62 anni di età).
Il successivo comma 17 –bis opera una deroga alla disciplina generale che al comma 5 ha “cancellato” le finestre mobili: queste restano per i lavoratori “usurati” che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2012.
Con il comma 18 il Legislatore si preoccupa di intervenire su quei regimi e gestione pensionistiche nelle quali siano vigenti requisiti diversi (minori) da quelli vigenti, in via generale, nell’assicurazione generale obbligatoria: tutto questo in un’ottica di piena armonizzazione, dovrà avvenire con DPR entro il 30 giugno 2012, su proposta “concertata” tra i Ministri del Lavoro e dell’Economia.
Il successivo comma 19, intervenendo sull’art. 1, comma 1, del D.L.vo n. 42/2006, elimina il limite minimo di 3 anni finalizzato alla totalizzazione dei contributi necessari per il pensionamento.
L’origine dell’istituto è nell’art. 71 della legge n. 388/2000: l’obiettivo che ci si proponeva era quello di facilitare il lavoratore che non avesse raggiunto il minimo in alcuna forma pensionistica, di cumulate ed utilizzare le singole contribuzioni. Con la legge n. 243/2004 l’Esecutivo fu delegato a “revisionare” il principio della totalizzazione, estendendolo anche ai casi in cui fossero stati raggiunti i requisiti minimi per il diritto al trattamento pensionistico in uno dei fondi ove risultavano accreditati i contributi: il Governo, attuò la delega, attraverso il D.L.vo n. 42/2006.
La totalizzazione fa sì che il lavoratore possa utilizzare i diversi periodi di iscrizione alle varie gestioni previdenziali per un unico trattamento pensionistico, il quale viene posto, in maniera proporzionale, a carico delle singole gestioni che hanno riscosso le relative contribuzioni, ivi comprese quelle della gestione separata INPS.
Tre sono i requisiti fondamentali per la totalizzazione:
a) il lavoratore non deve essere titolare di alcun trattamento pensionistico, cosa che è di ostacolo alla stessa;
b) presenza di contributi da totalizzare: fino al 31 dicembre 2007, per effetto del D.L.vo n. 42/2006, la contribuzione minima presso ogni gestione interessata non doveva essere inferiore a 6 anni. Con l’entrata in vigore dell’art. 1, comma 47, della legge n. 247/2007, il limite della contribuzione passò a 3 anni. Ora, per effetto, della novità introdotta con il comma 19, non c’è più un limite, sicchè risulta possibile cumulare qualsiasi periodo di contribuzione:
c) contribuzione piena e per intero riferita ai periodi da totalizzare: questo principio sta a significare che eventuali omissioni o irregolarità contributive non sono ammesse.
Ogni gestione previdenziale interessata determina, ai sensi del D.L.vo n. 180/1997, il trattamento pensionistico per la propria quota in rapporto al periodo di iscrizione, sulla base del puro sistema contributivo.
Il comma 20 si occupa, invece, dei dipendenti pubblici ed, in particolare, degli effetti scaturenti dall’attuazione dell’art. 72 della legge n. 133/2008, affermando che nei confronti di chi matura i requisiti a decorrere dal 1° gennaio 2012, occorre tenere conto dei nuovi requisiti di accesso al pensionamento. Tuttavia, per non vanificare gli effetti concernenti il processo di razionalizzazione e di riduzione del personale in corso in tutte le Pubbliche Amministrazioni (si fa riferimento all’art. 1, comma 2, del D.L.vo n. 165/2001), restano salvi i provvedimenti di collocamento a riposo adottati prima del 4 dicembre 2011, anche se aventi effetto dopo il 1° gennaio 2012. La norma appena descritta, riferita ai nuovi limiti, avrà effetto anche nella possibile procedura di messa in disponibilità del personale in esubero nella Pubblica Amministrazione prevista dall’art. 33 del D.L.vo n. 165/2001 (di recente, riscritto completamente dall’art. 16 della legge n. 183/2011) in quanto il limite di 40 anni di contribuzione che abilitava l’Amministrazione a risolvere previo preavviso di 6 mesi, il rapporto di lavoro, è stato elevato.
Viene istituito un contributo di solidarietà (comma 21) per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2012 ed il 31 dicembre 2017 a carico degli iscritti e dei pensionati delle gestioni previdenziali confluite nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti e del Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente da aziende di navigazione aerea.
La misura del contributo è riportata nella Tabella A dell’Allegato n. 1 alla legge n. 214/2011 e la sua determinazione scaturisce in rapporto al periodo di iscrizione antecedente l’armonizzazione prevista dalla legge n. 335/1995 ed alla quota di pensione calcolata sulla base di parametri migliori rispetto all’AGO. Sono escluse le pensioni di importo pari od inferiore a 5 volte il trattamento minimo INPS, le pensioni e gli assegni di invalidità e le pensioni di inabilità.
A partire dal 1° gennaio 2012 (comma 22) le aliquote contributive pensionistiche degli artigiani, dei commercianti e dei coltivatori diretti iscritti alle gestioni autonome INPS subiscono un incremento destinato a raggiungere nel 2018 il 24%. Il primo al 2012 è dell’1,3%, quello degli anni successivi dello 0,45%: di conseguenza (comma 23) le aliquote contributive pensionistiche relative a coltivatori diretti, mezzadri e coloni vengono rideterminate nella misura prevista dalle tabelle B e C contenute nell’Allegato n. 1.
Per i commercianti e gli artigiani l’importo dei contributi pensionistici si computa avendo quale parametro di riferimento il reddito denunciato ai fini IRPEF relativamente all’anno preso in considerazione: ci sono, poi, alcune variabili (di non facile spiegazione in questa breve riflessione) che tengono conto dell’anzianità contributiva, delle fasce reddituali e di minimali e massimali di reddito, con valori che vengono aggiornati ogni anno. Al momento, le aliquote contributive dei commercianti, rispetto agli artigiani, sono leggermente più elevate (0,09%), in quanto scontano una “finalizzazione” nel fondo destinato all’indennizzo di chi, a determinate condizioni (art. 19 – ter della legge n. 2/2009, come sostituito dall’art. 35 della legge n. 183/2010), cessa la propria attività.
Con il comma 24 il Legislatore, partendo dalla considerazione che vi sono categorie professionali che gestiscono la previdenza attraverso strutture autonome rispetto alla casistica generale, ha previsto alcuni correttivi finalizzati ad assicurare l’equilibrio nel medio – lungo periodo: per far ciò ha stabilito che entro il 30 giugno 2012 le Casse di previdenza private dovranno adottare i necessari correttivi finalizzati all’equilibrio tra entrate ed uscite per prestazioni di natura pensionistica, “secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di 50 anni”: tali delibere sono soggette all’approvazione delle Amministrazioni vigilanti che hanno, altresì l’obbligo, di esprimersi entro 30 giorni dalla ricezione delle delibere. Se ciò non accadrà o se sarà stato espresso un parere negativo da parte dei Ministeri vigilanti si applicheranno, a partire dal 1° gennaio 2012, in via automatica, il sistema del calcolo contributivo “ pro rata”(da valere, ovviamente, per il futuro) ed un contributo di solidarietà a carico di tutti i pensionati pari all’1% per gli anni 2012 e 2013.
Il comma successivo, il 25, limita la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, nella misura del 100%, soltanto a quelli di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS.
L’art. 1, comma 778, della legge n. 296/2006 prevede tutele in materia di malattia per i collaboratori coordinarti e continuativi, anche a progetto: ora, il comma 26, estende tale tutela anche ai professionisti, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria, purchè iscritti alla gestione separata prevista dall’art. 2, comma 26, della legge n. 335/1995.
I commi 27 e 27 –bis vanno letti unitariamente, atteso che riguardano la istituzione di un Fondo per il finanziamento di iniziative finalizzate a favorire l’occupazione giovanile e quella femminile in termini quali – quantitativi: le modalità istitutive ed i criteri saranno fissati in un decreto “concertato” tra Lavoro ed Economia. Il Fondo è finanziato per l’anno 2012 con 200 milioni di euro, con 300 milioni per il 2013 ed il 2014 e con 240 milioni per il 2015. E’ opportuno ricordare come l’occupazione con contratto a tempo indeterminato dei giovani fino a 35 anni e delle donne sia stata già oggetto di alcune agevolazioni “incrementali” rispetto alla deduzione ex art. 11, comma 1, lettera a) del D.L.vo n. 446/1997: essa (art. 2, commi 1 e 2 della legge 214/2011) è pari, per ogni assunzione a tempo indeterminato, a 10.600 euro, importo che, nelle Regioni del Mezzogiorno, arriva a 15.200 euro.
Il comma 28 istituisce, a costo zero, con il solito decreto “concertato” tra Lavoro ed Economia, una commissione composta da esperti, da rappresentanti degli enti gestori della previdenza obbligatoria e da Autorità di vigilanza operanti nel settore, il cui scopo è quello di valutare, entro il prossimo 31 dicembre 2012, nel rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica, possibili gradualità ed aggiustamenti nell’accesso pensionistico determinato attraverso il metodo contributivo. Ugualmente, sempre entro il suddetto termine, potrebbero essere ipotizzate forme di decontribuzione parziale dell’aliquota obbligatoria finalizzate esclusivamente verso schemi previdenziali integrativi con particolare riguardo ai giovani.
Nel quadro del nuovo modello pensionistico è, altresì, prevista un’attività di natura promozionale. La prevede il comma 29 il quale afferma che il Ministero del Lavoro, unitamente agli enti gestori della previdenza obbligatoria, elabora, con cadenza annuale, programmi coordinati di informazione e di educazione previdenziale. La campagna promozionale deve tendere a diffondere la consapevolezza della necessità dell’accantonamento di risorse a fini previdenziali, anche per l’assolvimento di quanto previsto dall’art. 38 della Costituzione. In tale quadro potrebbero trovare spazio iniziative condotte, congiuntamente, dalle Direzioni Territoriali del Lavoro e dalle sedi provinciali dell’INPS, non dimenticando che le prime, per effetto di quanto previsto dall’art. 8 del D.L.vo n. 124/2004, hanno, tra i loro compiti, quello di svolgere attività informativa e promozionale sui nuovi provvedimenti (e sulle conseguenti interpretazioni ministeriali) in materia di lavoro e legislazione sociale.
Il comma 30 prevede un onere, a carico dell’Esecutivo che, già, è stato assolto con i previsti incontri fissati con le parti sociali nel mese di gennaio 2012: infatti, la promozione di un tavolo di confronto per il riordino degli ammortizzatori sociali, degli istituti di sostegno al reddito e della formazione continua.
Con il comma 31, il Legislatore affronta il tema del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e della relativa tassazione relativamente alle quote eccedenti 1.000.000 di euro, erogate sia in denaro che in natura. Non è più previsto il regime della tassazione separata ex art. 19 del Tuir, attesochè concorrono alla formazione del reddito complessivo. Le medesime disposizioni si applicano anche a tutti i compensi e le indennità, a qualsiasi titolo, erogate agli amministratori delle società di capitali. La valenza temporale delle disposizioni appena descritte decorre dal 1° gennaio 2011, per tutte le indennità ed i compensi per i quali risulta maturato il diritto alla percezione.

BIBLIOGRAFIA
A. Vallebona, Una buona svolta del diritto del lavoro: il “collegato” 2010, in Mass. giur. lav., 2010, 213.
Collegato lavoro. Commento alla  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000743367″legge 4 novembre 2010 n. 183, a cura di Tiraboschi, in I libri di Guida lav., 2010.
La Guida dei lavoratori 2011, Edizioni lavoro.
Codice del lavoro degli infortuni, della previdenza e dell’assistenza sociale, La Tribuna.

GIURISPRUDENZA
L’art. 18, comma 1,  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000169815″L. n. 230/2005 va interpretato nel senso che si consente il mantenimento delle funzioni assistenziali fino al termine dell’anno accademico nel quale si è compiuto il settantesimo anno di età, al docente delle materie cliniche che tali funzioni ancora possiede alla data di entrata in vigore della legge stessa (20.11.2005). Stante tale disposto, quindi, si deve escludere l’applicazione della norma stessa a tutti coloro che, alla data anzidetta, risultassero nella posizione di collocati fuori ruolo, con perdita della titolarità dell’insegnamento e, con essa, della strutturazione assistenziale e connesse funzioni, o in pensionamento assistenziale, ex art.  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042ART50″15 nonies  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042″D.Lgs. n. 502/1992.
Cons.Stato Sez. VI, Sent. n. 5304 del 09-10-2007

L’art.  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000169815ART1″1, comma 18,  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000169815″L. n. 230/2005 stabilisce che i professori di materie cliniche in servizio alla data di entrata in vigore della legge mantengono le proprie funzioni assistenziali e primariali, inscindibili da quelle di insegnamento e ricerca e ad esse complementari, fino al termine dell’anno accademico nel quale si è compiuto il settantesimo anno di età, non consentendosi, però, per tali professori, il recupero di posizioni ormai cessate in virtù della previgente disciplina o l’acquisizione di nuove funzioni. Tale norma, quindi, evidenzia la volontà di limitare il beneficio a funzioni in corso di svolgimento, senza incidere sugli effetti già verificatosi in applicazione dell’art.  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042ART50″15 nonies  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042″D.Lgs. n. 502/1992. Ne consegue che tale disciplina non può essere applicata al docente che, avendo chiesto, in attesa di una definizione dei compiti assistenziali ex art.  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042ART50″15 nonies del  HYPERLINK “http://bd01.leggiditalia.it/cgi-bin/FulShow?TIPO=5&NOTXT=1&KEY=01LX0000110042″D.Lgs. n. 502/1992, di poter svolgere l’attività assistenziale presso un Istituto Ricovero e Cura convenzionato con l’Università, abbia cessato l’attività assistenziale ordinaria e sia stato assegnato allo svolgimento dell’attività assistenziale residuale.
Cons. Stato Sez. VI, Sent. n. 5108 del 03-10-2007

LEGISLAZIONE
L. 24 dicembre 2007, n. 247 Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l’equità e la crescita sostenibili, nonchè ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale.
1.La Tabella A allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, è sostituita dalle Tabelle A e B contenute nell’Allegato 1 alla presente legge.
2. All’articolo1 della legge 23 agosto 2004, n. 243, sono apportate le seguenti modifiche:
a) il comma 6 è così modificato:
1) la lettera a) è sostituita dalla seguente:
«a) il diritto per l’accesso al trattamento pensionistico di anzianità per i lavoratori dipendenti e autonomi iscritti all’assicurazione generale obbligatoria e alle forme di essa sostitutive ed esclusive si consegue, fermo restando il requisito di anzianità contributiva non inferiore a trentacinque anni, al raggiungimento dei requisiti di età anagrafica indicati, per il periodo dal 1° gennaio 2008 al 30 giugno 2009, nella Tabella A allegata alla presente legge e, per il periodo successivo, fermo restando il requisito di anzianità contributiva non inferiore a trentacinque anni, dei requisiti indicati nella Tabella B allegata alla presente legge. Il diritto al pensionamento si consegue, indipendentemente dall’età, in presenza di un requisito di anzianità contributiva non inferiore a quaranta anni»;
2) alla lettera b), il numero 2 è sostituito dal seguente:
«2) con un’anzianità contributiva pari ad almeno trentacinque anni, al raggiungimento dei requisiti di età anagrafica indicati, per il periodo dal 1° gennaio 2008 al 30 giugno 2009, nella Tabella A allegata alla presente legge e, per il periodo successivo, fermo restando il requisito di anzianità contributiva non inferiore a trentacinque anni, dei requisiti indicati nella Tabella B allegata alla presente legge»;
3) l’ultimo periodo della lettera c) è sostituito dal seguente: «Per il personale del comparto scuola resta fermo, ai fini dell’accesso al trattamento pensionistico, che la cessazione dal servizio ha effetto dalla data di inizio dell’anno scolastico e accademico, con decorrenza dalla stessa data del relativo trattamento economico nel caso di prevista maturazione dei requisiti entro il 31 dicembre dell’anno avendo come riferimento per l’anno 2009 i requisiti previsti per il primo semestre dell’anno»;
b) il comma 7 è sostituito dal seguente:
«7. Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro il 31 dicembre dell’anno 2012, può essere stabilito il differimento della decorrenza dell’incremento dei requisiti di somma di età anagrafica e anzianità contributiva e di età anagrafica minima indicato dal 2013 nella Tabella B allegata alla presente legge, qualora, sulla base di specifica verifica da effettuarsi, entro il 30 settembre 2012, sugli effetti finanziari derivanti dalle modifiche dei requisiti di accesso al pensionamento anticipato, risultasse che gli stessi effetti finanziari conseguenti dall’applicazione della Tabella B siano tali da assicurare quelli programmati con riferimento ai requisiti di accesso al pensionamento indicati a regime dal 2013 nella medesima Tabella B»;
c) al comma 8, le parole: «1° marzo 2004» sono sostituite dalle seguenti: «20 luglio 2007»;
d) dopo il comma 18 è inserito il seguente:
«18-bis. Le disposizioni in materia di pensionamenti di anzianità vigenti prima della data di entrata in vigore della presente legge continuano ad applicarsi, nei limiti del numero di 5.000 lavoratori beneficiari, ai lavoratori collocati in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 15 luglio 2007, che maturano i requisiti per il pensionamento di anzianità entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, commi 1 e 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223»;
e) il comma 19 è così modificato:
1) le parole: «10.000 domande di pensione» sono sostituite dalle seguenti: «15.000 domande di pensione»;
2) le parole: «di cui al comma 18» ove ricorrono sono sostituite dalle seguenti: «di cui ai commi 18 e 18-bis»
3. Il Governo è delegato ad adottare, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi, al fine di concedere ai lavoratori dipendenti che maturano i requisiti per l’accesso al pensionamento a decorrere dal 1° gennaio 2008 impegnati in particolari lavori o attività la possibilità di conseguire, su domanda, il diritto al pensionamento anticipato con requisiti inferiori a quelli previsti per la generalità dei lavoratori dipendenti, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:
a) previsione di un requisito anagrafico minimo ridotto di tre anni e, in ogni caso, non inferiore a 57 anni di età, fermi restando il requisito minimo di anzianità contributiva di 35 anni e il regime di decorrenza del pensionamento secondo le modalità di cui all’articolo 1, comma 6, lettere c) e d), della legge 23 agosto 2004, n. 243;
b) i lavoratori siano impegnati in mansioni particolarmente usuranti di cui all’articolo 2 del decreto 19 maggio 1999 del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con i Ministri del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, della sanità e per la funzione pubblica; ovvero siano lavoratori dipendenti notturni come definiti dal decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, che, fermi restando i criteri di cui alla successiva lettera c), possano far valere, nell’arco temporale ivi indicato, una permanenza minima nel periodo notturno; ovvero siano lavoratori addetti alla cosiddetta «linea catena» che, all’interno di un processo produttivo in serie, contraddistinto da un ritmo collegato a lavorazioni o a misurazione di tempi di produzione con mansioni organizzate in sequenze di postazioni, svolgano attività caratterizzate dalla ripetizione costante dello stesso ciclo lavorativo su parti staccate di un prodotto finale, che si spostano a flusso continuo o a scatti con cadenze brevi determinate dall’organizzazione del lavoro o dalla tecnologia, con esclusione degli addetti a lavorazioni collaterali a linee di produzione, alla manutenzione, al rifornimento materiali e al controllo di qualità; ovvero siano conducenti di veicoli pesanti adibiti a servizi pubblici di trasporto di persone;
c) i lavoratori che al momento del pensionamento di anzianità si trovano nelle condizioni di cui alla lettera b) devono avere svolto nelle attività di cui alla lettera medesima:
1) nel periodo transitorio, un periodo minimo di sette anni negli ultimi dieci anni di attività lavorativa;
2) a regime, un periodo pari almeno alla metà della vita lavorativa;
d) stabilire la documentazione e gli elementi di prova in data certa attestanti l’esistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi, anche con riferimento alla dimensione e all’assetto organizzativo dell’azienda, richiesti dal presente comma, e disciplinare il relativo procedimento accertativo, anche attraverso verifica ispettiva;
e) prevedere sanzioni amministrative in misura non inferiore a 500 euro e non superiore a 2.000 euro e altre misure di carattere sanzionatorio nel caso di omissione da parte del datore di lavoro degli adempimenti relativi agli obblighi di comunicazione ai competenti uffici dell’Amministrazione dell’articolazione dell’attività produttiva ovvero dell’organizzazione dell’orario di lavoro aventi le caratteristiche di cui alla lettera b), relativamente, rispettivamente, alla cosiddetta «linea catena» e al lavoro notturno; prevedere, altresì, fermo restando quanto previsto dall’articolo 484 del codice penale e dalle altre ipotesi di reato previste dall’ordinamento, in caso di comunicazioni non veritiere, anche relativamente ai presupposti del conseguimento dei benefìci, una sanzione pari fino al 200 per cento delle somme indebitamente corrisposte;
f) assicurare, nella specificazione dei criteri per la concessione dei benefìci, la coerenza con il limite delle risorse finanziarie di un apposito Fondo costituito, la cui dotazione finanziaria è di 83 milioni di euro per il 2009, 200 milioni per il 2010, 312 milioni per il 2011, 350 milioni per il 2012, 383 milioni a decorrere dal 2013;
g) prevedere che, qualora nell’ambito della funzione di accertamento del diritto di cui alle lettere c) e d) emerga, dal monitoraggio delle domande presentate e accolte, il verificarsi di scostamenti rispetto alle risorse finanziarie di cui alla lettera f), il Ministro del lavoro e della previdenza sociale ne dia notizia tempestivamente al Ministro dell’economia e delle finanze ai fini dell’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 11-ter, comma 7, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni.
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D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo

15-nonies.Limite massimo di età per il personale della dirigenza medica e per la cessazione dei rapporti convenzionali.
1. Il limite massimo di età per il collocamento a riposo dei dirigenti medici e del ruolo sanitario del Servizio sanitario nazionale, ivi compresi i responsabili di struttura complessa, è stabilito al compimento del sessantacinquesimo anno di età, ovvero, su istanza dell’interessato, al maturare del quarantesimo anno di servizio effettivo. In ogni caso il limite massimo di permanenza non può superare il settantesimo anno di età e la permanenza in servizio non può dar luogo ad un aumento del numero dei dirigenti. È abrogata la legge 19 febbraio 1991, n. 50, fatto salvo il diritto a rimanere in servizio per coloro i quali hanno già ottenuto il beneficio (1).
2. Il personale medico universitario di cui all’articolo 102 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, cessa dallo svolgimento delle ordinarie attività assistenziali di cui all’articolo 6, comma 1, nonché dalla direzione delle strutture assistenziali, al raggiungimento del limite massimo di età di sessantasette anni. Il personale già in servizio cessa dalle predette attività e direzione al compimento dell’età di settanta anni se alla data del 31 dicembre 1999 avrà compiuto sessantasei anni e all’età di sessantotto anni se alla predetta data avrà compiuto sessanta anni. I protocolli d’intesa tra le regioni e le Università e gli accordi attuativi dei medesimi, stipulati tra le Università e le aziende sanitarie ai sensi dell’articolo 6, comma 1, disciplinano le modalità e i limiti per l’utilizzazione del suddetto personale universitario per specifiche attività assistenziali strettamente correlate all’attività didattica e di ricerca (2).
3. Le disposizioni di cui al precedente comma 1 si applicano anche nei confronti del personale a rapporto convenzionale di cui all’articolo 8. In sede di rinnovo delle relative convenzioni nazionali sono stabiliti tempi e modalità di attuazione (3).
4. Restano confermati gli obblighi contributivi dovuti per l’attività svolta, in qualsiasi forma, dai medici e dagli altri professionisti di cui all’articolo 8 (4) (5).
(1) Comma così modificato dal comma 1 dell’art. 22, L. 4 novembre 2010, n. 183. Vedi, anche, il comma 3 del medesimo art. 22.
(2) La Corte costituzionale, con sentenza 7-16 marzo 2001, n. 71 (Gazz. Uff. 21 marzo 2001, n. 12 – Serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità del presente comma nella parte in cui dispone la cessazione del personale medico universitario di cui all’art. 102 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, dallo svolgimento delle ordinarie attività assistenziali, nonché dalla, direzione delle strutture assistenziali, al raggiungimento dei limiti massimi di età ivi indicati, in assenza della stipula dei protocolli d’intesa tra università e regioni previsti dalla stessa norma ai fini della disciplina delle modalità e dei limiti per l’utilizzazione del suddetto personale universitario per specifiche attività assistenziali strettamente connesse all’attività didattica e di ricerca.
(3) Per la sospensione dell’efficacia della disposizione di cui al presente comma vedi il comma 2-ter dell’art. 8 del presente provvedimento, aggiunto dall’art. 6,D.Lgs. 28 luglio 2000, n. 254 (Gazz. Uff. 12 settembre 2000, n. 213, S.O.).
(4)  Articolo aggiunto dall’art. 13, D.Lgs. 19 giugno 1999, n. 229 (Gazz. Uff. 16 luglio 1999, n. 165, S.O.).
(5) La Corte costituzionale, con ordinanza 12-25 luglio 2001, n. 303 (Gazz. Uff. 1° agosto 2001, n. 30, serie speciale), ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 15-nonies aggiunto dall’art. 13 del decreto legislativo 19 giugno 1999, n. 229, sollevate in riferimento agli articoli 3, 9, 36, 76 e 77 della Cost.

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D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165 Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

55. Responsabilità, infrazioni e sanzioni, procedure conciliative.
(Art. 59 del D.Lgs. n. 29 del 1993, come sostituito dall’art. 27 del D.Lgs. n. 546 del 1993 e successivamente modificato dall’art. 2 del decreto legge n. 361 del 1995, convertito con modificazioni dalla legge n. 437 del 1995, nonché dall’art. 27, comma 2 e dall’art. 45, comma 16 del D.Lgs. n. 80 del 1998)
1. Le disposizioni del presente articolo e di quelli seguenti, fino all’articolo 55-octies, costituiscono norme imperative, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1339 e 1419, secondo comma, del codice civile, e si applicano ai rapporti di lavoro di cui all’articolo 2, comma 2, alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2.
2. Ferma la disciplina in materia di responsabilità civile, amministrativa, penale e contabile, ai rapporti di lavoro di cui al comma 1 si applica l’articolo 2106 del codice civile. Salvo quanto previsto dalle disposizioni del presente Capo, la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi. La pubblicazione sul sito istituzionale dell’amministrazione del codice disciplinare, recante l’indicazione delle predette infrazioni e relative sanzioni, equivale a tutti gli effetti alla sua affissione all’ingresso della sede di lavoro.
3. La contrattazione collettiva non può istituire procedure di impugnazione dei provvedimenti disciplinari. Resta salva la facoltà di disciplinare mediante i contratti collettivi procedure di conciliazione non obbligatoria, fuori dei casi per i quali è prevista la sanzione disciplinare del licenziamento, da instaurarsi e concludersi entro un termine non superiore a trenta giorni dalla contestazione dell’addebito e comunque prima dell’irrogazione della sanzione. La sanzione concordemente determinata all’esito di tali procedure non può essere di specie diversa da quella prevista, dalla legge o dal contratto collettivo, per l’infrazione per la quale si procede e non è soggetta ad impugnazione. I termini del procedimento disciplinare restano sospesi dalla data di apertura della procedura conciliativa e riprendono a decorrere nel caso di conclusione con esito negativo. Il contratto collettivo definisce gli atti della procedura conciliativa che ne determinano l’inizio e la conclusione.
4. Fermo quanto previsto nell’articolo 21, per le infrazioni disciplinari ascrivibili al dirigente ai sensi degli articoli 55-bis, comma 7, e 55-sexies, comma 3, si applicano, ove non diversamente stabilito dal contratto collettivo, le disposizioni di cui al comma 4 del predetto articolo 55-bis, ma le determinazioni conclusive del procedimento sono adottate dal dirigente generale o titolare di incarico conferito ai sensi dell’articolo 19, comma 3 (1).
(1) Articolo così sostituito dal comma 1 dell’art. 68, D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150.

HYPERLINK “http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/8593D80A-CF2A-427F-A012-CED4884F9EFE/0/20111222_L_214.pdf”Legge n. 214 del 22 dicembre 2011, di conversione del  HYPERLINK “http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/9A1E3559-4769-483E-9E1E-BE886A784A41/0/20111206_DL_201.pdf”Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”.Gazzetta Ufficiale n. 300 del 27 dicembre 2011 – Supplemento Ordinario n. 276 –

Art. 24 Disposizioni in materia di trattamenti pensionistici
1. Le disposizioni del presente articolo sono dirette a garantire il rispetto, degli impegni internazionali e con l’Unione europea, dei vincoli di bilancio, la stabilità economico-finanziaria e a rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico in termini di incidenza della spesa previdenziale sul prodotto interno lordo, in conformità dei seguenti principi e criteri:
a) equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi e clausole derogative soltanto per le categorie più deboli;
b) flessibilità nell’accesso ai trattamenti pensionistici anche attraverso incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa;
c) adeguamento dei requisiti di accesso alle variazioni della speranza di vita; semplificazione, armonizzazione ed economicità dei profili di funzionamento delle diverse gestioni previdenziali.
2. A decorrere dal 1° gennaio 2012, con riferimento alle anzianità contributive maturate a decorrere da tale data, la quota di pensione corrispondente a tali anzianità è calcolata secondo il sistema contributivo.
3.  Il lavoratore che maturi entro il 31 dicembre 2011 i requisiti di età e di anzianità contributiva, previsti dalla normativa vigente, prima della data di entrata in vigore del presente decreto, ai fini del diritto all’accesso e alla decorrenza del trattamento pensionistico di vecchiaia o di anzianità, consegue il diritto alla prestazione pensionistica secondo tale normativa e può chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto. A decorrere dal 1° gennaio 2012 e con riferimento ai soggetti che, nei regimi misto e contributivo, maturano i requisiti a partire dalla medesima data, le pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità sono sostituite, dalle seguenti prestazioni:
a) «pensione di vecchiaia», conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 6 e 7, salvo quanto stabilito ai commi 14, 15-bis e 18; (1)
b)  «pensione anticipata», conseguita esclusivamente sulla base dei requisiti di cui ai commi 10 e 11, salvo quanto stabilito ai commi 14, 15-bis, 17 e 18. (1)
4. Per i lavoratori e le lavoratrici la cui pensione è liquidata a carico dell’Assicurazione Generale Obbligatoria (di seguito AGO) e delle forme esclusive e sostitutive della medesima, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, la pensione di vecchiaia si può conseguire all’età in cui operano i requisiti minimi previsti dai successivi commi. Il proseguimento dell’attività lavorativa è incentivato, fermi restando i limiti ordinamentali dei rispettivi settori di appartenenza, dall’operare dei coefficienti di trasformazione calcolati fino all’età di settant’anni, fatti salvi gli adeguamenti alla speranza di vita, come previsti dall’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni. Nei confronti dei lavoratori dipendenti, l’efficacia delle disposizioni di cui all’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300 e successive modificazioni opera fino al conseguimento del predetto limite massimo di flessibilità.
5. Con riferimento esclusivamente ai soggetti che a decorrere dal 1° gennaio 2012 maturano i requisiti per il pensionamento indicati ai commi da 6 a 11 del presente articolo non trovano applicazione le disposizioni di cui all’articolo 12, commi 1 e 2 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni, e le disposizioni di cui all’articolo 1, comma 21, primo periodo del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.
6. Relativamente ai soggetti di cui al comma 5, al fine di conseguire una convergenza verso un requisito uniforme per il conseguimento del diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia tra uomini e donne e tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, a decorrere dal 1° gennaio 2012 i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione di vecchiaia sono ridefiniti nei termini di seguito indicati:
a)  62 anni per le lavoratrici dipendenti la cui pensione è liquidata a carico dell’AGO e delle forme sostitutive della medesima. Tale requisito anagrafico è fissato a 63 anni e sei mesi a decorrere dal 1° gennaio 2014, a 65 anni a decorrere dal 1° gennaio 2016 e 66 anni a decorrere dal 1° gennaio 2018. Resta in ogni caso ferma la disciplina di adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
b) 63 anni e 6 mesi per le lavoratrici autonome la cui pensione è liquidata a carico dell’assicurazione generale obbligatoria, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335. Tale requisito anagrafico è fissato a 64 anni e 6 mesi a decorrere dal 1° gennaio 2014, a 65 anni e 6 mesi a decorrere dal 1° gennaio 2016 e a 66 anni a decorrere dal 1° gennaio 2018. Resta in ogni caso ferma la disciplina di adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122;
c) per i lavoratori dipendenti e per le lavoratrici dipendenti di cui all’articolo 22-ter, comma 1, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, e successive modificazioni e integrazioni, la cui pensione è liquidata a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive ed esclusive della medesima il requisito anagrafico di sessantacinque anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia nel sistema misto e il requisito anagrafico di sessantacinque anni di cui all’articolo 1, comma 6, lettera b), della legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, è determinato in 66 anni;
d)  per i lavoratori autonomi la cui pensione è liquidata a carico dell’assicurazione generale obbligatoria, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, il requisito anagrafico di sessantacinque anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia nel sistema misto e il requisito anagrafico di sessantacinque anni di cui all’articolo 1, comma 6, lettera b), della legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, è determinato in 66 anni.
7.  Il diritto alla pensione di vecchiaia di cui al comma 6 è conseguito in presenza di un’anzianità contributiva minima pari a 20 anni, a condizione che l’importo della pensione risulti essere non inferiore, per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre successivamente al 1° gennaio 1996, a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335. Il predetto importo soglia pari, per l’anno 2012, a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, è annualmente rivalutato sulla base della variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare. In occasione di eventuali revisioni della serie storica del PIL operate dall’ISTAT, i tassi di variazione da considerare sono quelli relativi alla serie preesistente anche per l’anno in cui si verifica la revisione e quelli relativi alla nuova serie per gli anni successivi. Il predetto importo soglia non può in ogni caso essere inferiore, per un dato anno, a 1,5 volte l’importo mensile dell’assegno sociale stabilito per il medesimo anno. Si prescinde dal predetto requisito di importo minimo se in possesso di un’età anagrafica pari a settant’anni, ferma restando un’anzianità contributiva minima effettiva di cinque anni. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 2 del decreto-legge 28 settembre 2001, n. 355, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 novembre 2001, n. 417, all’articolo 1, comma 23 della legge 8 agosto 1995, n. 335, le parole «, ivi comprese quelle relative ai requisiti di accesso alla prestazione di cui al comma 19,» sono soppresse.(2)
8.A decorrere dal 1° gennaio 2018 il requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno di cui all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335 e delle prestazioni di cui all’articolo 10 della legge 26 maggio 1970, n. 381, e all’articolo 19 della legge 30 marzo 1971, n. 118, è incrementato di un anno.(2)
9.Per i lavoratori e le lavoratrici la cui pensione è liquidata a carico dell’AGO e delle forme esclusive e sostitutive della medesima, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione di vecchiaia di cui al comma 6 del presente articolo devono essere tali da garantire un’età minima di accesso al trattamento pensionistico non inferiore a 67 anni per i soggetti, in possesso dei predetti requisiti, che maturano il diritto alla prima decorrenza utile del pensionamento dall’anno 2021. Qualora, per effetto degli adeguamenti dei predetti requisiti agli incrementi della speranza di vita ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni, la predetta età minima di accesso non fosse assicurata, sono ulteriormente incrementati gli stessi requisiti, con lo stesso decreto direttoriale di cui al citato articolo 12, comma 12-bis, da emanare entro il 31 dicembre 2019, al fine di garantire, per i soggetti, in possesso dei predetti requisiti, che maturano il diritto alla prima decorrenza utile del pensionamento dall’anno 2021, un’età minima di accesso al trattamento pensionistico comunque non inferiore a 67 anni. Resta ferma la disciplina di adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, per gli adeguamenti successivi a quanto previsto dal secondo periodo del presente comma. L’articolo 5 della legge 12 novembre 2011, n. 183 è abrogato. (2)
10. A decorrere dal 1° gennaio 2012 e con riferimento ai soggetti la cui pensione è liquidata a carico dell’AGO e delle forme sostitutive ed esclusive della medesima, nonché della gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, che maturano i requisiti a partire dalla medesima data l’accesso alla pensione anticipata ad età inferiori ai requisiti anagrafici di cui al comma 6 è consentito esclusivamente se risulta maturata un’anzianità contributiva di 42 anni e 1 mese per gli uomini e 41 anni e 1 mese per le donne, con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti nell’anno 2012. Tali requisiti contributivi sono aumentati di un ulteriore mese per l’anno 2013 e di un ulteriore mese a decorrere dall’anno 2014. Sulla quota di trattamento relativa alle anzianità contributive maturate antecedentemente il 1° gennaio 2012, è applicata una riduzione percentuale pari ad 1 punto percentuale per ogni anno di anticipo nell’accesso al pensionamento rispetto all’età di 62 anni; tale percentuale annua è elevata a 2 punti percentuali per ogni anno ulteriore di anticipo rispetto a due anni. Nel caso in cui l’età al pensionamento non sia intera la riduzione percentuale è proporzionale al numero di mesi.(2)
11. Fermo restando quanto previsto dal comma 10, per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre successivamente al 1° gennaio 1996 il diritto alla pensione anticipata, previa risoluzione del rapporto di lavoro, può essere conseguito, altresì, al compimento del requisito anagrafico di sessantatre anni, a condizione che risultino versati e accreditati in favore dell’assicurato almeno venti anni di contribuzione effettiva e che l’ammontare mensile della prima rata di pensione risulti essere non inferiore ad un importo soglia mensile, annualmente rivalutato sulla base della variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare, pari per l’anno 2012 a 2,8 volte l’importo mensile dell’assegno sociale di cui all’articolo 3, commi 6 e 7 della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni e integrazioni. In occasione di eventuali revisioni della serie storica del PIL operate dall’ISTAT i tassi di variazione da considerare sono quelli relativi alla serie preesistente anche per l’anno in cui si verifica la revisione e quelli relativi alla nuova serie per gli anni successivi. Il predetto importo soglia mensile non può in ogni caso essere inferiore, per un dato anno, a 2,8 volte l’importo mensile dell’assegno sociale stabilito per il medesimo anno.
12.A tutti i requisiti anagrafici previsti dal presente decreto per l’accesso attraverso le diverse modalità ivi stabilite al pensionamento, nonché al requisito contributivo di cui al comma 10, trovano applicazione gli adeguamenti alla speranza di vita di cui all’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni e integrazioni; al citato articolo sono conseguentemente apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 12-bis dopo le parole “e all’articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni,” aggiungere le seguenti: “e il requisito contributivo ai fini del conseguimento del diritto all’accesso al pensionamento indipendentemente dall’età anagrafica”;
b) al comma 12-ter alla lettera a) le parole “i requisiti di età” sono sostituite dalle seguenti: “i requisiti di età e di anzianità contributiva”;
c) al comma 12-quater, al primo periodo, è soppressa, alla fine, la parola “anagrafici”.
13 Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019 sono aggiornati con cadenza biennale secondo le modalità previste dall’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni. A partire dalla medesima data i riferimenti al triennio, di cui al comma 12-ter dell’articolo 12 del citato decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni, devono riferirsi al biennio.
14.Le disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del presente decreto continuano ad applicarsi ai soggetti che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2011, ai soggetti di cui all’articolo 1, comma 9 della legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni e integrazioni, nonché nei limiti delle risorse stabilite ai sensi del comma 15 e sulla base della procedura ivi disciplinata, ancorché maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011: (3)
a) ai lavoratori collocati in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 4 dicembre 2011 e che maturano i requisiti per il pensionamento entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, commi 1 e 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223; (1)
b) ai lavoratori collocati in mobilità lunga ai sensi dell’articolo 7, commi 6 e 7, della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni e integrazioni, per effetto di accordi collettivi stipulati entro il 4 dicembre 2011; (1)
c) ai lavoratori che, alla data del 4 dicembre 2011, sono titolari di prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà di settore di cui all’articolo 2, comma 28, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, nonché ai lavoratori per i quali sia stato previsto da accordi collettivi stipulati entro la medesima data il diritto di accesso ai predetti fondi di solidarietà; in tale secondo caso gli interessati restano tuttavia a carico dei fondi medesimi fino al compimento di almeno 59 anni di età, ancorché maturino prima del compimento della predetta età i requisiti per l’accesso al pensionamento previsti prima della data di entrata in vigore del presente decreto; (1)
d) ai lavoratori che, antecedentemente alla data del 4 dicembre 2011, siano stati autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione; (1)
e) ai lavoratori che alla data del 4 dicembre 2011 hanno in corso l’istituto dell’esonero dal servizio di cui all’articolo 72, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni con legge 6 agosto 2008, n. 133; ai fini della presente lettera, l’istituto dell’esonero si considera comunque in corso qualora il provvedimento di concessione sia stato emanato prima del 4 dicembre 2011; dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogati i commi da 1 a 6 dell’ articolo 72 del citato decreto-legge n. 112 del 2008, che continuano a trovare applicazione per i lavoratori di cui alla presente lettera. Sono altresì disapplicate le disposizioni contenute in leggi regionali recanti discipline analoghe a quelle dell’istituto dell’esonero dal servizio. (1)
15 Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto sono definite le modalità di attuazione del comma 14, ivi compresa la determinazione del limite massimo numerico dei soggetti interessati ai fini della concessione del beneficio di cui al comma 14 nel limite delle risorse predeterminate in 240 milioni di euro per l’anno 2013, 630 milioni di euro per l’anno 2014, 1.040 milioni di euro per l’anno 2015, 1.220 milioni di euro per l’anno 2016, 1.030 milioni di euro per l’anno 2017, 610 milioni di euro per l’anno 2018 e 300 milioni di euro per l’anno 2019. Gli enti gestori di forme di previdenza obbligatoria provvedono al monitoraggio, sulla base della data di cessazione del rapporto di lavoro o dell’inizio del periodo di esonero di cui alla lettera e) del comma 14, delle domande di pensionamento presentate dai lavoratori di cui al comma 14 che intendono avvalersi dei requisiti di accesso e del regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del presente decreto. Qualora dal predetto monitoraggio risulti il raggiungimento del limite numerico delle domande di pensione determinato ai sensi del primo periodo del presente comma, i predetti enti non prenderanno in esame ulteriori domande di pensionamento finalizzate ad usufruire dei benefìci previsti dalla disposizione di cui al comma 14. Nell’ambito del predetto limite numerico sono computati anche i lavoratori che intendono avvalersi, qualora ne ricorrano i necessari presupposti e requisiti, congiuntamente del beneficio di cui al comma 14 del presente articolo e di quello relativo al regime delle decorrenze disciplinato dall’articolo 12, comma 5, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni, per il quale risultano comunque computati nel relativo limite numerico di cui al predetto articolo 12, comma 5, afferente al beneficio concernente il regime delle decorrenze. Resta fermo che, in ogni caso, ai soggetti di cui al presente comma che maturano i requisiti dal 1° gennaio 2012 trovano comunque applicazione le disposizioni di cui al comma 12 del presente articolo. (4)
15-bis. In via eccezionale, per i lavoratori dipendenti del settore privato le cui pensioni sono liquidate a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive della medesima:
a) i lavoratori che abbiano maturato un’anzianità contributiva di almeno 35 anni entro il 31 dicembre 2012 i quali avrebbero maturato, prima dell’entrata in vigore del presente decreto, i requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012 ai sensi della tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, possono conseguire il trattamento della pensione anticipata al compimento di un’età anagrafica non inferiore a 64 anni;
b) le lavoratrici possono conseguire il trattamento di vecchiaia oltre che, se più favorevole, ai sensi del comma 6, lettera a), con un’età anagrafica non inferiore a 64 anni qualora maturino entro il 31 dicembre 2012 un’anzianità contributiva di almeno 20 anni e alla medesima data conseguano un’età anagrafica di almeno 60 anni. (5)
16. Con il decreto direttoriale previsto, ai sensi dell’articolo 1, comma 11 della legge 8 agosto 1995, n. 335, come modificato dall’articolo 1, comma 15, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, ai fini dell’aggiornamento triennale del coefficiente di trasformazione di cui all’articolo 1, comma 6, della predetta legge n. 335 del 1995, in via derogatoria a quanto previsto all’articolo 12, comma 12-quinquies del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (0), convertito con modificazioni con legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni e integrazioni, con effetto dal 1° gennaio 2013 lo stesso coefficiente di trasformazione è esteso anche per le età corrispondenti a valori fino a 70. Il predetto valore di 70 anni è adeguato agli incrementi della speranza di vita nell’ambito del procedimento già previsto per i requisiti del sistema pensionistico dall’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e successive modificazioni e integrazioni, e, conseguentemente, ogniqualvolta il predetto adeguamento triennale comporta, con riferimento al valore originariamente indicato in 70 anni per l’anno 2012, l’incremento dello stesso tale da superare di una o più unità il predetto valore di 70, il coefficiente di trasformazione di cui al comma 6 dell’articolo 1 della legge 8 agosto 1995, n. 335, è esteso, con effetto dalla decorrenza di tale determinazione, anche per le età corrispondenti a tali valori superiori a 70 nell’ambito della medesima procedura di cui all’articolo 1, comma 11, della citata legge n. 335 del 1995. Resta fermo che la rideterminazione aggiornata del coefficiente di trasformazione esteso ai sensi del presente comma anche per età corrispondenti a valori superiori a 70 anni è effettuata con la predetta procedura di cui all’articolo 1, comma 11, della citata legge n. 335 del 1995. Al fine di uniformare la periodicità temporale della procedura di cui all’articolo 1, comma 11 della citata legge 8 agosto 1995, n. 335 e successive modificazioni e integrazioni, all’adeguamento dei requisiti di cui al comma 12-ter dell’articolo 12 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni, gli aggiornamenti dei coefficienti di trasformazione in rendita, successivi a quello decorrente dal 1° gennaio 2019 sono effettuati con periodicità biennale.
17.Ai fini del riconoscimento della pensione anticipata, ferma restando la possibilità di conseguire la stessa ai sensi dei commi 10 e 11 del presente articolo, per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, a norma dell’ articolo 1 della legge 4 novembre 2010, n. 183, all’ articolo 1 del decreto legislativo 21 aprile 2011, n. 67, sono apportate le seguenti modificazioni: (8)
– al comma 5, le parole “2008-2012” sono sostituite dalle seguenti: “2008-2011” e alla lettera d) del medesimo comma 5 le parole “per gli anni 2011 e 2012” sono sostituite dalle seguenti: “per l’anno 2011”;
– al comma 4, la parola “2013” è sostituita dalla seguente: “2012” e le parole: “con un’età anagrafica ridotta di tre anni ed una somma di età anagrafica e anzianità contributiva ridotta di tre unità rispetto ai requisiti previsti dalla Tabella B” sono sostituite dalle seguenti: “con i requisiti previsti dalla Tabella B”;
– al comma 6 le parole “dal 1° luglio 2009” e “ai commi 4 e 5” sono sostituite rispettivamente dalle seguenti: “dal 1° luglio 2009 al 31 dicembre 2011” e “al comma 5”;
– dopo il comma 6 è inserito il seguente comma:
“6-bis. Per i lavoratori che prestano le attività di cui al comma 1, lettera b), numero 1), per un numero di giorni lavorativi annui inferiori a 78 e che maturano i requisiti per l’accesso anticipato dal 1° gennaio 2012, il requisito anagrafico e il valore somma di cui alla Tabella B di cui all’allegato 1 della legge n. 247 del 2007:
a) sono incrementati rispettivamente di due anni e di due unità per coloro che svolgono le predette attività per un numero di giorni lavorativi all’anno da 64 a 71;
b) sono incrementati rispettivamente di un anno e di una unità per coloro che svolgono le predette attività lavorative per un numero di giorni lavorativi all’anno da 72 a 77.”;
– al comma 7 le parole “comma 6” sono sostituite dalle seguenti: “commi 6 e 6-bis”.
17-bis.  Per i lavoratori di cui al comma 17 non si applicano le disposizioni di cui al comma 5 del presente articolo e continuano a trovare applicazione, per i soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento dal 1° gennaio 2012 ai sensi del citato decreto legislativo n. 67 del 2011, come modificato dal comma 17 del presente articolo, le disposizioni di cui all’articolo 12, comma 2 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 e successive modificazioni e integrazioni. (6)
18. Allo scopo di assicurare un processo di incremento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento anche ai regimi pensionistici e alle gestioni pensionistiche per cui siano previsti, alla data di entrata in vigore del presente decreto, requisiti diversi da quelli vigenti nell’assicurazione generale obbligatoria, ivi compresi quelli relativi ai lavoratori di cui all’articolo 78, comma 23, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e al personale di cui al decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 195, di cui alla legge 27 dicembre 1941, n. 1570, nonché ai rispettivi dirigenti, con regolamento da emanare entro il 30 giugno 2012, ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono adottate le relative misure di armonizzazione dei requisiti di accesso al sistema pensionistico, tenendo conto delle obiettive peculiarità ed esigenze dei settori di attività nonché dei rispettivi ordinamenti. Fermo restando quanto indicato al comma 3, primo periodo, le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai lavoratori iscritti al Fondo speciale istituito presso l’INPS ai sensi dell’articolo 43 della legge 23 dicembre 1999, n. 488.(2)
19.All’articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 42, e successive modificazioni e integrazioni, con effetto dal 1° gennaio 2012 le parole “, di durata non inferiore a tre anni,” sono soppresse.
20. Resta fermo che l’attuazione delle disposizioni di cui all’articolo 72 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni con legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni e integrazioni, con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento a decorrere dal 1° gennaio 2012, tiene conto della rideterminazione dei requisiti di accesso al pensionamento come disciplinata dal presente articolo. Al fine di agevolare il processo di riduzione degli assetti organizzativi delle pubbliche amministrazioni, restano, inoltre, salvi i provvedimenti di collocamento a riposo per raggiungimento del limite di età già adottati, prima della data di entrata in vigore del presente decreto, nei confronti dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 (00), anche se aventi effetto successivamente al 1° gennaio 2012. (68)
21. A decorrere dal 1° gennaio 2012 e fino al 31 dicembre 2017 è istituito un contributo di solidarietà a carico degli iscritti e dei pensionati delle gestioni previdenziali confluite nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti e del Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente da aziende di navigazione aerea, allo scopo di determinare in modo equo il concorso dei medesimi al riequilibrio dei predetti fondi. L’ammontare della misura del contributo è definita dalla Tabella A di cui all’Allegato n. 1 del presente decreto-legge ed è determinata in rapporto al periodo di iscrizione antecedente l’armonizzazione conseguente alla legge 8 agosto 1995, n. 335, e alla quota di pensione calcolata in base ai parametri più favorevoli rispetto al regime dell’assicurazione generale obbligatoria. Sono escluse dall’assoggettamento al contributo le pensioni di importo pari o inferiore a 5 volte il trattamento minimo INPS, le pensioni e gli assegni di invalidità e le pensioni di inabilità. Per le pensioni a carico del Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente da aziende di navigazione aerea l’imponibile di riferimento è al lordo della quota di pensione capitalizzata al momento del pensionamento. A seguito dell’applicazione del predetto contributo sui trattamenti pensionistici, il trattamento pensionistico medesimo, al netto del contributo di solidarietà complessivo non può essere comunque inferiore a 5 volte il trattamento minimo.(2)
22. Con effetto dal 1° gennaio 2012 le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo delle gestioni pensionistiche dei lavoratori artigiani e commercianti iscritti alle gestioni autonome dell’INPS sono incrementate di 1,3 punti percentuali dall’anno 2012 e successivamente di 0,45 punti percentuali ogni anno fino a raggiungere il livello del 24 per cento. (2)
23. Con effetto dal 1° gennaio 2012 le aliquote contributive pensionistiche di finanziamento e di computo dei lavoratori coltivatori diretti, mezzadri e coloni iscritti alla relativa gestione autonoma dell’INPS sono rideterminate come nelle Tabelle B e C di cui all’Allegato n. 1 del presente decreto.
24. In considerazione dell’esigenza di assicurare l’equilibrio finanziario delle rispettive gestioni in conformità alle disposizioni di cui al decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, e al decreto legislativo 10 febbraio 1996, n. 103, gli enti e le forme gestorie di cui ai predetti decreti adottano, nell’esercizio della loro autonomia gestionale, entro e non oltre il 30 giugno 2012, misure volte ad assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di cinquanta anni. Le delibere in materia sono sottoposte all’approvazione dei Ministeri vigilanti secondo le disposizioni di cui ai predetti decreti; essi si esprimono in modo definitivo entro trenta giorni dalla ricezione di tali delibere. Decorso il termine del 30 giugno 2012 senza l’adozione dei previsti provvedimenti, ovvero nel caso di parere negativo dei Ministeri vigilanti, si applicano, con decorrenza dal 1° gennaio 2012: (3)
a) le disposizioni di cui al comma 2 del presente articolo sull’applicazione del pro-rata agli iscritti alle relative gestioni;
b) un contributo di solidarietà, per gli anni 2012 e 2013, a carico dei pensionati nella misura dell’1 per cento.
25. In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento. Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante ai sensi del presente comma, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato. Il comma 3 dell’ articolo 18 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dallalegge 15 luglio 2011, n. 111, è abrogato. (4)
26. A decorrere dal 1° gennaio 2012, ai professionisti iscritti alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie sono estese le tutele di cui all’articolo 1, comma 788 della legge 27 dicembre 2006, n. 296.
27. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è istituito un Fondo per il finanziamento di interventi a favore dell’incremento in termini quantitativi e qualitativi dell’occupazione giovanile e delle donne. Il Fondo è finanziato per l’anno 2012 con 200 milioni di euro, e con 300 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2013 e 2014 e con 240 milioni di euro per l’anno 2015. Con decreti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definiti i criteri e le modalità istitutive del predetto Fondo. (2)
27-bis. L’autorizzazione di spesa di cui all’ articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307, è ridotta di 500.000 euro per l’anno 2013. (5)
28.Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, costituisce, senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica, una Commissione composta da esperti e da rappresentanti di enti gestori di previdenza obbligatoria nonché di Autorità di vigilanza operanti nel settore previdenziale, al fine di valutare, entro il 31 dicembre 2012, nel rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica e delle compatibilità finanziarie del sistema pensionistico nel medio/lungo periodo, possibili ed ulteriori forme di gradualità nell’accesso al trattamento pensionistico determinato secondo il metodo contributivo rispetto a quelle previste dal presente decreto. Tali forme devono essere funzionali a scelte di vita individuali, anche correlate alle dinamiche del mercato del lavoro, fermo restando il rispetto del principio dell’adeguatezza della prestazione pensionistica. Analogamente, e sempre nel rispetto degli equilibri e compatibilità succitati, saranno analizzate, entro il 31 dicembre 2012, eventuali forme di decontribuzione parziale dell’aliquota contributiva obbligatoria verso schemi previdenziali integrativi in particolare a favore delle giovani generazioni, di concerto con gli enti gestori di previdenza obbligatoria e con le Autorità di vigilanza operanti nel settore della previdenza.
29. Il Ministero del lavoro e della politiche sociali elabora annualmente, unitamente agli enti gestori di forme di previdenza obbligatoria, un programma coordinato di iniziative di informazione e di educazione previdenziale. A ciò concorrono la comunicazione da parte degli enti gestori di previdenza obbligatoria circa la posizione previdenziale di ciascun iscritto e le attività di comunicazione e promozione istruite da altre Autorità operanti nel settore della previdenza. I programmi dovranno essere tesi a diffondere la consapevolezza, in particolare tra le giovani generazioni, della necessità dell’accantonamento di risorse a fini previdenziali, in funzione dell’assolvimento del disposto dell’art. 38 della Costituzione. A dette iniziative si provvede attraverso le risorse umane e strumentali previste a legislazione vigente.(2)
30. Il Governo promuove, entro il 31 dicembre 2011, l’istituzione di un tavolo di confronto con le parti sociali al fine di riordinare il sistema degli ammortizzatori sociali e degli istituti di sostegno al reddito e della formazione continua.
31. Alla quota delle indennità di fine rapporto di cui all’articolo 17, comma 1, lettere a) e c), del testo unico delle imposte sui redditi (TUIR), approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, erogate in denaro e in natura, di importo complessivamente eccedente euro 1.000.000 non si applica il regime di tassazione separata di cui all’articolo 19 del medesimo TUIR. Tale importo concorre alla formazione del reddito complessivo. Le disposizioni del presente comma si applicano in ogni caso a tutti i compensi e indennità a qualsiasi titolo erogati agli amministratori delle società di capitali. In deroga all’articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212 (000), le disposizioni di cui al presente comma si applicano con riferimento alle indennità ed ai compensi il cui diritto alla percezione è sorto a decorrere dal 1° gennaio 2011.
31-bis.Al primo periodo del comma 22-bis dell’ articolo 18 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, dopo le parole: «eccedente 150.000 euro» sono inserite le seguenti: «e al 15 per cento per la parte eccedente 200.000 euro». (7)

[0] NDR: In GU è riportato il seguente riferimento normativo non corretto: «decreto-legge 31 maggio 2012, n. 78».
[00] NDR: In GU è riportato il seguente riferimento normativo non corretto: «decreto legislativo 30 marzo 2011, n. 165».
[000] NDR: In GU è riportato il seguente riferimento normativo non corretto: «legge 23 luglio 2000, n. 212».
[1] Lettera così modificata dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[2] Comma così modificato dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[3] Alinea così modificato dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[4] Comma così sostituito dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[5] Comma inserito dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[6] Comma così rinumerato e modificato dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[7] Comma aggiunto dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.
[8] Alinea così sostituito dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214.

Prodotti dolciari; additivi per bevande e altri alimenti; lavorazione e trasformazione delle  sintetiche e dei materiali polimerici termoplastici e termoindurenti; produzione di articoli finiti; macchine per cucire e macchine rimagliatrici per uso industriale e domestico; costruzione di autoveicoli e di rimorchi; apparecchi termici: di produzione di vapore, di riscaldamento, di refrigerazione, di condizionamento; elettrodomestici; altri strumenti ed apparecchi; confezione con tessuti di articoli per abbigliamento ed accessori;
confezione di calzature in qualsiasi materiale, anche limitatamente a singole fasi del ciclo produttivo (cfr. D.Lgs. n. 67/2011. Allegato 1-Elenco n. 1).


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La cooperazione per l’assistenza sanitaria nei paesi dell’Unione Europea

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Il Parlamento Europeo il 23 aprile 2009 si è pronunciato sulla proposta di direttiva volta a istituire un quadro comunitario in tema di assistenza sanitaria transfrontaliera all’interno dell’UE.
L’assemblea ha avanzato numerosi emendamenti alla proposta originaria, volti soprattutto a precisare le competenze nazionali nell’ambito della prestazione dei servizi sanitari, chiarire e rafforzare le norme sui rimborsi dei costi delle prestazioni e garantire la sicurezza, l’informazione e i diritti dei pazienti. Non essendoci un accordo con il Consiglio, la procedura proseguirà nel corso della prossima legislatura.
Basata su talune sentenze della Corte di giustizia UE, la proposta della Commissione intende chiarire i diritti dei pazienti a ottenere cure in uno Stato membro diverso da quello d’origine e il livello dei rimborsi delle spese sanitarie, fissa principi comuni a tutti i sistemi sanitari dell’UE e istituisce un quadro per la cooperazione europea in settori quali il riconoscimento delle prescrizioni mediche rilasciate in altri paesi. Parallelamente, resterebbero in vigore l’attuale quadro e tutti i principi relativi al coordinamento dei regimi di sicurezza sociale (compreso il diritto del paziente di essere assistito in un altro Stato membro in condizioni di parità con i residenti), nonché l’attuale tessera europea di assicurazione malattia. 
Diversi emendamenti adottati dall’Aula sono volti a precisare che la direttiva si applica ai pazienti e alle loro mobilità all’interno dell’UE e non, come indicato dalla proposta della Commissione, alla prestazione transfrontaliera di cure sanitarie (anche temporanea) e alla mobilità dei professionisti della sanità. Più in particolare, il concetto di “assistenza sanitaria” dovrebbe abbracciare “esclusivamente il ricorso all’assistenza sanitaria in uno Stato membro diverso da quello in cui il paziente risulta persona assicurata”, e si tratta quindi della cosiddetta “mobilità del paziente”. Altri emendamenti, suggeriscono di escludere dal campo d’applicazione della direttiva i servizi di assistenza di lunga durata prestati allo scopo di sostenere le persone nei compiti quotidiani e di routine (come quelli per gli anziani), così come i trapianti di organi che, “in considerazione della loro specifica natura”, dovranno essere disciplinati da un atto legislativo distinto.
 I deputati chiariscono poi che la direttiva deve rispettare appieno le competenze nazionali relative all’organizzazione e alla prestazione dell’assistenza sanitaria. E, in proposito, sottolineano che la direttiva “non pregiudica la facoltà di ciascuno Stato membro di decidere il tipo di assistenza sanitaria che ritiene opportuno”. Nessuna sua disposizione, inoltre, “deve essere interpretata in moda tale da compromettere le fondamentali scelte etiche degli Stati membri”, in particolare per quanto riguarda l’eutanasia, i test sul DNA e la fecondazione in vitro, senza pregiudicare quindi la facoltà di ogni Stato membro “di decidere il tipo di assistenza sanitaria che ritiene opportuno”. Agli Stati membri poi dev’essere riconosciuta la possibilità di organizzare i propri sistemi di assistenza sanitaria e sicurezza sociale a livello regionale e locale. 
 La direttiva impone allo Stato membro di affiliazione di non impedire a una persona assicurata di recarsi in un altro Stato membro per avvalersi dell’assistenza sanitaria “qualora le cure in questione siano comprese tra le prestazioni […] cui ha diritto” in forza alle norme nazionali. Lo Stato membro di affiliazione dovrà inoltre rimborsare i costi che sarebbero stati coperti dal suo sistema obbligatorio di sicurezza sociale se la medesima o analoga assistenza sanitaria fosse stata erogata sul suo territorio. I deputati concordano con questa impostazione, ma precisano che le spese, oltre che alla persona assicurata, possono anche essere rimborsate allo Stato membro di cura. Fermo restando che spetta allo Stato membro di affiliazione determinare quale assistenza sanitaria sia pagata indipendentemente da dove viene prestata, un emendamento propone che ogni rifiuto di rimborso deve essere giustificato da un punto di vista medico. Gli Stati membri dovranno inoltre dotarsi di un sistema trasparente per il calcolo dei costi dell’assistenza sanitaria prestata in un altro paese UE, basato su criteri obiettivi, non discriminatori e preventivamente noti.
 Inoltre, il Parlamento propone di concedere ai pazienti affetti da malattie rare il diritto di accesso all’assistenza sanitaria e di ottenere il rimborso “anche se il trattamento in questione non è tra le prestazioni previste dalla legislazione dello Stato membro di affiliazione”. D’altro lato, un emendamento consente agli Stati membri di decidere di coprire altri costi collegati, come ad esempio il trattamento terapeutico e le spese di viaggio e di soggiorno.
A determinate condizioni, poi, dovrebbero essere rimborsati i costi supplementari che potrebbero subire i disabili a causa del loro stato.
 La proposta di direttiva consente allo Stato membro d’affiliazione di prevedere un sistema di autorizzazione preventiva per il rimborso da parte del suo sistema di sicurezza sociale dei costi delle cure ospedaliere prestate in un altro Stato membro, ma purché siano rispettate determinate condizioni. Ad esempio, quando le cure sanitarie sarebbero state prese a carico del proprio sistema di sicurezza sociale se fossero state fornite sul suo territorio, oppure se vi è il rischio di compromettere l’equilibrio finanziario del proprio sistema di sicurezza sociale. Il Parlamento accoglie tale impostazione, ma propone che la definizione di cure ospedaliere sia stabilita dallo Stato membro di affiliazione, e non dalla Commissione. Precisa inoltre che il sistema di autorizzazione non deve rappresentare “un ostacolo alla libera circolazione delle persone”. Un emendamento chiede inoltre di esentare dall’autorizzazione preventiva i pazienti affetti da patologie potenzialmente letali che sono in lista d’attesa per terapie nel proprio Stato membro e che abbiano urgente necessità di assistenza.
 
D’altro lato, per evitare l’incertezza dei pazienti in merito ai rimborsi, il Parlamento propone di garantire loro il diritto di richiedere un’autorizzazione preventiva e di conoscere in anticipo l’importo che sarà loro corrisposto. La conferma scritta di ciò dovrebbe quindi poter essere presentata all’ospedale in cui sono somministrate le cure, che pertanto otterrebbe direttamente il rimborso dallo Stato membro di affiliazione. Quest’ultimo, secondo i deputati, dovrebbe inoltre assicurare ai pazienti che hanno ottenuto un’autorizzazione preventiva che sarà loro richiesto di effettuare solo i pagamenti anticipati o supplementari al sistema sanitario e/o agli operatori dello Stato membro ospitante, «nella misura in cui tali pagamenti verrebbero richiesti» in quello di affiliazione. Un altro emendamento chiede alla Commissione di realizzare, entro due anni dall’entrata in vigore della direttiva, uno studio di fattibilità riguardo alla creazione di una stanza di compensazione al fine di agevolare i rimborsi transfrontalieri delle spese.
 Diversi emendamenti sono tesi a rafforzare la sicurezza, l’informazione e i diritti dei pazienti. Il Parlamento, ad esempio, propone di istituire la figura del Mediatore europeo dei pazienti, incaricato di esaminare le denunce in materia di autorizzazione preventiva e di rimborso delle spese o dei danni. Chiede poi che gli Stati membri di affiliazione offrano al paziente un mezzo per effettuare denunce e che gli siano riconosciuti strumenti di tutela e risarcimento del danno subìto a causa delle cure ricevute. Dovrebbero inoltre far sì che gli standard di qualità e sicurezza dello Stato membro ospitante siano resi pubblici in un linguaggio accessibile e in un formato chiaro, e contemplare il diritto alla continuità delle cure, in particolare tramite la trasmissione dei dati medici pertinenti. In caso di complicazioni, sarebbero inoltre tenuti a coprire i costi risultanti dall’assistenza prestata all’estero. I deputati accolgono poi con favore l’istituzione di “punti di contatto nazionali”, precisandone i compiti a tutela dei pazienti.
 Infine, per quanto riguarda le cure non ospedaliere, il Parlamento accoglie l’idea della Commissione secondo cui lo Stato membro di affiliazione non può subordinare all’autorizzazione preventiva il rimborso dei costi delle cure prestate in un altro Stato membro “qualora il suo sistema di sicurezza sociale si sarebbe fatto carico dei costi di queste cure se esse fossero state prestate sul suo territorio”. Facendo riferimento a una sentenza della Corte di giustizia, aggiunge però che lo stesso vale per l’acquisto in un altro Stato membro di prodotti inerenti alle cure stesse.


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Sulla diretta applicabilità in Italia delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo

Category : Diritto comunitario

La Convenzione di salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali è stata elaborata nell’ambito del Consiglio d’Europa. Aperta alla firma a Roma il 4 novembre 1950, è entrata in vigore nel settembre del 1953. Nelle intenzioni dei suoi autori, si trattava di adottare le prime misure atte ad assicurare la garanzia collettiva di alcuni dei diritti previsti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948. La Convenzione contempla, infatti, principi cardine come il rispetto della persona  e della proprietà, la garanzia di un giusto (e rapido) processo, etc.
Si tratta di un’ autentica “Magna Charta”, destinata a sancire i caratteri comuni della cittadinanza in paesi che hanno tradizioni e culture giuridiche diverse.
Ogni Stato contraente (nel caso di un ricorso inter-statale) o individuo che si ritenga vittima di una violazione della Convenzione (nel caso di un ricorso individuale) può inoltrare direttamente alla Corte di Strasburgo un ricorso che lamenti una violazione da parte di uno Stato contraente di uno dei diritti garantiti dalla Convenzione.
La Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali è stata resa esecutiva in Italia con L. 4 agosto 1955, n. 848.
Le norme della Convenzione nonché quelle del Primo Protocollo addizionale, salvo quelle il cui contenuto sia da considerarsi così generico da non delineare specie sufficientemente puntualizzate, hanno carattere precettivo e sono, quindi, di immediata applicazione nel nostro ordinamento.
Esse non possono essere abrogate da successive disposizioni di legge interna, derivando da una fonte riconducibile ad una competenza atipica e – come tali – insuscettibili di modificazioni da parte di disposizioni di legge ordinaria (cfr., in tal senso, C. Cost. sent. 19 gennaio 1993, n. 10; Cass. sent. 8 luglio 1998, n. 6672).
La giurisprudenza (cfr. Cass. sent. 23 novembre 1988) ha affermato che la “precettività” delle norme della Convenzione è la diretta conseguenza del principio di adattamento del diritto italiano al diritto convenzionale onde, ove l’atto o il fatto normativo internazionale contenga il modello di un atto interno completo nei suoi elementi essenziali, tale cioè da poter senz’altro creare obblighi e diritti, l’adozione interna del modello di origine internazionale è automatica (c.d. adattamento automatico).
Essa è pervenuta a tale conclusione sulla base della formulazione letterale degli artt. 1 e 13 della Convenzione (cfr., in tal senso, Cass. sentt. 7 dicembre 1981; 20 aprile 1982; 27 ottobre 1984), nei quali si specifica: “le Altre Parti riconoscono”, e non già “si impegnano a riconoscere”, come figurava nella prima stesura del progetto di convenzione.
È stato, altresì, posto in rilievo che l’immediata applicabilità delle predette disposizioni trova conferma nell’art. 13, che, riconoscendo, nella ipotesi di violazione della Convenzione, il diritto ad agire in giudizio, tutela direttamente nell’ordinamento interno le posizioni soggettive delineate dalle norme della Convenzione medesima.
Le Sezioni Unite, con sentenza 23 novembre 1988, hanno, poi, precisato che la immediata applicabilità trova un ulteriore sicuro fondamento nei principi sanciti dagli artt. 10 e 11 della Costituzione che prescrivono, tramite una limitazione della sovranità nazionale, l’adattamento del diritto italiano al diritto internazionale.
Anche la Cassazione civile, con sentenza 10 luglio 1991 n. 7662, ha ribadito la diretta applicabilità nell’ordinamento interno dell’art. 6 della Convenzione.
La Corte Costituzionale, parimenti, con sentenza n. 183/1973, ha riconosciuto l’efficacia obbligatoria e diretta della norma comunitaria nell’ordinamento interno nonché la prevalenza delle norme comunitarie sulla legislazione interna in base all’art. 11 della Costituzione, che prevede l’adeguamento del diritto interno al diritto internazionale convenzionale tramite la limitazione della sovranità dello Stato.
Accertato che le norme della Convenzione e dell’allegato Protocollo hanno carattere precettivo e, quindi, trovano immediata applicazione nell’ordinamento italiano, è necessario stabilire il meccanismo attraverso il quale si attua siffatta prevalenza nell’ipotesi di contrasto fra norme interne e norme comunitarie.
Il richiamato art. 11 della Costituzione delinea a favore dell’ordinamento comunitario una limitazione della sovranità nazionale e non la radicale soppressione della stessa.
Pertanto, i due sistemi (diritto interno e comunitario) sono configurati come autonomi e distinti, ancorché coordinati secondo la ripartizione di competenze stabilita e garantita dal trattato onde le norme comunitarie rimangono estranee al sistema delle fonti interne e non possono essere valutate secondo gli schemi predisposti per la soluzione dei conflitti fra norme del nostro ordinamento.
In particolare, non è configurabile un rapporto di gerarchia tra fonti comunitarie ed interne, di modo che, in caso di conflitto, le prime non possono abrogare o invalidare le seconde, come, invece, avverrebbe se i due ordinamenti non rimanessero distinti ma fossero composti ad unità.
Secondo la Corte Costituzionale (cfr. sent. n. 389/1989), l’eventuale conflitto fra diritto comunitario direttamente applicabile e diritto interno proprio, poiché presuppone un contrasto di quest’ultimo con una norma prodotta da una fonte esterna avente un suo proprio regime giuridico ed abilitata a produrre diritto nell’ordinamento nazionale entro un proprio distinto ambito di competenza, non dà luogo ad ipotesi di abrogazione o di deroga, né a forme di caducazione o di annullamento per invalidità della norma interna incompatibile, ma produce un effetto di disapplicazione di quest’ultima, seppure nei limiti di tempo e nell’ambito materiale entro cui le competenze comunitarie sono legittimate a svolgersi.
I principi esposti in tema di coordinamento fra diritto interno e diritto comunitario sono stati ripetutamente ribaditi dalla Corte Costituzionale con le sentenze nn. 183/1973, 170/1984, 389/1989.
In particolare, la tesi secondo cui il contrasto fra norma comunitaria e norma interna è oggetto di un controllo diffuso demandato ai giudici nazionali – ordinari e speciali – trova puntuale precisazione nella sentenza n. 170/1984 in cui si afferma testualmente che l’effetto connesso alla vigenza della norma comunitaria è quello non già di caducare, nell’accezione propria del termine, la norma interna incompatibile bensì di impedire che la norma venga in rilievo per la definizione della controversia innanzi al giudice nazionale. Il regolamento comunitario va, dunque, sempre applicato, sia che segua sia che preceda nel tempo le leggi ordinarie con esso incompatibili: e il giudice nazionale investito della relativa applicazione potrà giovarsi dell’ausilio che gli offre lo strumento della questione pregiudiziale di interpretazione, ai sensi dell’art. 177 del Trattato.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con le sentenze n. 1338 (Balzini), n. 1339 (Lepore), n. 1340 (Corbo), n. 1341 (Lepore), tutte del 26 gennaio 2004, hanno riconosciuto la prevalenza e la diretta applicabilità nell’ordinamento giuridico italiano della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo.
Il giudice di legittimità ha, infatti, osservato che: ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della l. 24 marzo 2001 n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della convenzione europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della corte europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale, di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, un obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati alla corte europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, purché in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate da quella corte in casi simili; tale regola di conformazione, inerendo ai rapporti tra la citata legge e la convenzione ed essendo espressione dell’obbligo della giurisdizione nazionale di interpretare ed applicare il diritto interno, per quanto possibile, conformemente alla convenzione e alla giurisprudenza di Strasburgo, ha natura giuridica, onde il mancato rispetto di essa da parte del giudice del merito concretizza il vizio di violazione di legge, denunziabile dinanzi alla corte di cassazione; l’accertamento dei casi simili e delle eque soddisfazioni del danno non patrimoniale in essi operate dalla corte di Strasburgo, pur rientrando nei doveri d’ufficio del giudice, può giovarsi della collaborazione delle parti, ed in particolare dell’attore, che ha interesse a fornire al giudicante ogni elemento utile alla determinazione del quantum del danno nella misura da lui chiesta, anche nelle ipotesi in cui non sia configurabile a suo carico un onere probatorio (cfr. Cass., SS.UU., 26-01-2004, n. 1340).
L’applicazione degli esposti principi comporta che, nel caso di conflitto tra norma comunitaria e norma interna incompatibile, quest’ultima non viene annullata o abrogata, ma unicamente “neutralizzata”, cioè, resa temporaneamente inapplicabile finché la materia da essa regolata rimane di competenza della fonte comunitaria.
All’accertamento ed alla dichiarazione di siffatta inapplicabilità non provvede la Corte Costituzionale, cui è demandato l’annullamento degli atti legislativi interni contrastanti con la Carta fondamentale, e che opera, pertanto, nel diverso campo dei rapporti di gerarchia fra norme appartenenti al medesimo ordinamento, ma lo stesso giudice competente a conoscere della controversia nella quale la incompatibilità viene rilevata.


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Cambiamento e modifica di nomi e cognomi

Il nome, tutelato dalla Costituzione quale diritto inviolabile dell’uomo, è un diritto essenziale che spetta ad ogni persona. E’ classificato come un diritto della personalità, quindi personalissimo.
L’articolo 6 del codice civile “Diritto al nome” detta tre principi:
1) Il diritto di ogni persona ad avere un nome attribuito per legge. Un diritto che si acquisisce al momento della formazione dell’atto di nascita e contemporaneamente si acquista lo status di figlio legittimo, naturale o di figlio di ignoti. Questo determinazione di filiazione è molto importante ai fini dell’attribuzione del cognome.
2) la suddivisione del nome in prenome e cognome, cioè di quegli elementi necessari ad individuare la persona. Il prenome, è il nome individuale di una persona, meglio conosciuto anche come nome proprio o di battesimo e che maggiormente identifica la persona. Il cognome, invece, è il nome di “famiglia”, quello che indica l’appartenenza di una persona ad un determinato gruppo di famiglia o discendenza.
3) il divieto di cambiamenti, aggiunte o rettifiche al nome, se non nei casi e nelle forme previste dalla legge.
L’art. 6 del Codice civile recita invero al terzo comma che “non sono ammessi cambiamenti, aggiunte, o rettifiche al nome, se non nei casi e con le formalità dalla legge indicati”.
Si tratta, insomma, dell’enunciazione chiara del principio dell’immodificabilità del nome. Dalla lettura della norma emerge infatti la volontà del legislatore di attribuire a ciascun soggetto un diritto al nome che sia certo e soprattutto stabile, assoggettando a precise regole la sua modificazione. La precedente normativa obbligava infatti chiunque volesse cambiare il cognome od aggiungere al proprio un altro cognome a ricorrere al procedimento di rettificazione, al quale non erano previste deroghe. Oggi invece, l’interessato può farne richiesta al Ministero dell’Interno per il tramite del Prefetto della provincia in cui egli risiede, esponendo le ragioni della domanda (art. 84 o.s.c.).
La prima novità in siffatto ambito del nuovo Regolamento dello stato civile (D.P.R. 3-11-2000 n. 396 Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 30 dicembre 2000, n. 303, S.O.) è dettata, insomma, dall’esigenza ancora una volta di semplificazione dei procedimenti amministrativi. L’art. 89 o.s.c. recita inoltre che “salvo quanto disposto per le rettificazioni, chiunque vuole cambiare il nome o aggiungere al proprio un altro nome ovvero vuole cambiare, il cognome perché ridicolo o vergognoso o perché rivela origine naturale deve farne domanda al prefetto della provincia del luogo di residenza o di quello nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce”, ed al secondo comma che “nella domanda si deve indicare la modificazione che si vuole apportare al nome o al cognome oppure il nome o il cognome che si intende assumere.”.
Possono, allora, distinguersi due fattispecie autonome tra loro: la prima relativa alla richiesta di cambiamento del cognome o di aggiunta al proprio di un altro cognome devoluta alla competenza del Ministero dell’Interno (disciplinata dagli articoli 84-87 o.s.c.); la seconda concernente la domanda di cambiamento del nome, di aggiunta al proprio di un altro nome o di mutamento del cognome perché ridicolo o vergognoso o perché rivela origine naturale attribuita alla competenza del Prefetto (disciplinata dagli articoli 88-92 o.s.c.).
Entrambe le norme non prevedono poi la produzione documentale a corredo della richiesta avanzata. In nessun caso, può essere richiesta l’attribuzione di cognomi di importanza storica o comunque tali da indurre in errore circa l’appartenenza del richiedente a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo in cui si trova l’atto di nascita del richiedente o nel luogo di sua residenza. Entrambi i provvedimenti emanati dal Ministro dell’Interno e dal Prefetto hanno inoltre carattere discrezionale e contro essi è ovviamente ammessa la tutela giurisdizionale dell’interesse dell’istante. Non può in alcun caso affermarsi, infatti, che sussista un diritto al cambiamento o alla modificazione del segno distintivo da parte di quest’ultimo.
Non è più previsto, inoltre, l’inserimento per sunto della domanda stessa sulla Gazzetta Ufficiale, che costituiva una tappa obbligata del precedente iter procedimentale.
Ed invero, ai sensi dell’art. 87 o.s.c.:“Chiunque crede di avervi interesse può fare opposizione alla domanda non oltre il termine di trenta giorni dalla data dell’ultima affissione o notificazione”, con atto notificato al Ministro dell’interno, al quale fa da contrappunto l’art. 91 o.s.c. per la fattispecie di cui all’art. 89 o.s.c. che così dispone: “chiunque ne ha interesse può fare opposizione alla domanda entro il termine di trenta giorni dalla data dell’ultima affissione. L’opposizione si propone con atto notificato al prefetto.”.
I decreti che autorizzano il cambiamento o la modificazione del nome o del cognome devono essere annotati, su richiesta degli interessati, nell’atto di nascita del richiedente, nell’atto di matrimonio del medesimo e negli atti di nascita di coloro che ne hanno derivato il cognome. Gli effetti dei decreti rimangono, inoltre, sospesi fino all’adempimento delle formalità di annotazione. L’esigenza di semplificazione permette poi che per i membri di una stessa famiglia l’autorità competente (Ministro dell’Interno o Prefetto) possa provvedere con unico decreto. Resta salva la facoltà disciplinata dall’art. 33 o.s.c. secondo comma per il figlio maggiorenne che subisca il cambiamento o la modifica del proprio cognome a seguito della variazione del cognome del genitore da cui il cognome deriva di mantenere – fra l’altro – il cognome “portato precedentemente”.
L’art. 93 o.s.c. dispone che “In tutti i casi di cambiamento di nomi e cognomi perché ridicoli o vergognosi o perché rivelanti origine naturale, le domande e i provvedimenti contemplati in questo capo, le copie relative, gli scritti e i documenti eventualmente prodotti dall’interessato sono esenti da ogni tassa”.


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Decreti legislativi meramente ricognitivi dei principi fondamentali e legittimità costituzionale

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 280/2004, ha parzialmente accolto le questioni di legittimità costituzionale sollevate, in via principale, dalle Regioni autonome Sardegna e Valle d’Aosta e dalla Provincia autonoma di Bolzano. I rispettivi ricorsi avevano ad oggetto l’art. 1, cc. 4,5 e 6 della L. 131/2003 (c.d. Legge La Loggia) e ne censuravano l’incostituzionalità assumendo a parametro l’art. 76 Cost; l’art. 11 L. Cost. n. 3 del 2001 ed il combinato disposto degli artt. 117, c. 3, Cost. e 10, L. Cost. n. 3 del 2001.
L’art. 1, cc. 4,5 e 6della Legge La Loggia, oggetto del giudizio, contiene una delega all’adozione di “uno o più decreti legislativi meramente ricognitivi dei principi fondamentali che si traggono dalle leggi vigenti, nelle materie previste dall’articolo 117, terzo comma, della Costituzione” (c. 4), oltre che l’indicazione di principi e criteri direttivi (cc. 4, 5 e 6).
In particolare, il comma 4 violerebbe l’art. 76 Cost., attesa l’incongruità di una delega avente ad oggetto “i principi”, i quali, al contrario, sono necessariamente di pertinenza delle Camere; inoltre, i principi direttivi di una tale delega, in quanto funzionali alla individuazione di altri principi, non sarebbero idonei ad orientare l’attività del governo nella sua qualità di legislatore delegato, a causa della loro estrema volatilità.
Peraltro, il carattere “meramente ricognitivo” della delega, conferirebbe al Governo un potere dalla natura fortemente innovativa.
In ultimo, la norma de qua violerebbe la riserva di legge formale ordinaria di cui all’art. 11, comma 2, L. Cost. 3/01.
L’illegittimità costituzionale del successivo comma 5, originerebbe dalla incostituzionalità del comma 4 e del comma 6, in considerazione del collegamento fra le deleghe da essi previste.
Infine, l’inutilizzabilità dei principi e criteri direttivi indicati dai commi 4 e 6, per i fini della  delega di cui al comma 5, configurerebbe una delega in bianco, con conseguente nuova  violazione dell’art. 76 Cost..
La Corte Costituzionale, con la sentenza 280, ritiene che debba essere data una lettura “minimale” della delega disposta dal comma 4; a parere del Giudice delle Leggi, la norma in parola deve essere interpretata “alla stregua delle formule testuali adottate, del contesto normativo in cui si colloca e delle finalità della stessa legge n. 131, quali risultano dai relativi lavori preparatori […].
Solo in questa prospettiva essa non risulterebbe illegittima come, al contrario, i commi 5 e 6 dell’articolo 1 della legge la Loggia.
Il comma 5 infatti, secondo il dictum della Corte, estende l’oggetto della delega anche su materie che rientrano nella competenza esclusiva dello Stato, ma che incidono su materie di competenza regionale corrente. Il comma 6 invece “amplia notevolmente e in maniera del tutto indeterminata l’oggetto della delega stessa fino eventualmente a comprendere il ridisegno delle materie, per di più in assenza di appositi principi direttivi, giacchè quelli enunciati nel comma 4, a prescindere dalla mancanza di qualsiasi rinvio ad essi, appaiono inadeguati”.
I commi 5 e 6 della art. 1 – afferma la Corte – “appaiono in contrasto con l’oggetto “minimale” della delega, così come configurato dal comma 4 in termini di “mera ricognizione” dei principi fondamentali vigenti”, in quanto “indirizzano, in violazione dell’art. 76 della Costituzione, l’attività delegata del Governo in termini di determinazione-innovazione dei medesimi principi sulla base di forme di ridefinizione delle materie e delle funzioni, senza indicazioni dei criteri direttivi”.
In ultima analisi, la Corte Costituzionale “salva” solo in apparenza la delega legislativa ed i conseguenti decreti legislativi; ma, in realtà, “sottopone” quest’ultimi ad un completo “svuotamento” della loro efficacia formale.
La sentenza in questione ha negato che gli atti “meramente ricognitivi” di principi fondamentali di cui all’art. 1, comma 4, L. 131/03,  abbiano forza di legge in quanto, non soltanto non appaiono in grado di sostituirsi alle fonti preesistenti, ma anche per la loro incapacità  a vincolare le Regioni e ad integrare – di per sé – gli estremi di un parametro di validità delle leggi regionali.


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Il codice del processo amministrativo

Il 16 settembre entrerà in vigore la riforma del processo amministrativo con la realizzazione in materia del primo codice, in attuazione della delega conferita al Governo dalla l. 69/2009.
L’art. 44 della legge delega ha posto come obiettivi primari quello di “assicurare la snellezza, concentrazione ed effettività della tutela  per garantire la durata ragionevole del processo;  disciplinare azioni e funzioni del giudice riordinando le norme vigenti sulla giurisdizione amministrativa e i casi di giurisdizione estesa anche al merito, nonché la disciplina dei termini di decadenza e prescrizione delle azioni e la tipologia dei provvedimenti giudiziali, nonché prevedendo le pronunce idonee a soddisfare le pretese della parte vittoriosa; riordinare e razionalizzare i riti speciali e le materie in cui si applicano;  riordinare la tutela cautelare.
Il varo del codice del processo amministrativo si pone come ultima tappa di una lunga evoluzione storica delle fonti della giustizia amministrativa.
Ed invero, l’esigenza di dotarsi di un corpus normativo disciplinante il processo amministrativo era già ravvisabile nella legge n. 2248 del 1865, allegato E, di abolizione del contenzioso amministrativo, nel testo unico delle leggi sul Consiglio di Stato (R.D. 26 giugno 1924, n. 1054), nonché nella legge 6 dicembre 1977 n. 1034 istitutiva dei T.A.R.
La giurisprudenza non ha peraltro mancato di assicurare il proprio contributo e le soluzioni da essa adottate sono spesso state recepite dal legislatore, ad esempio con la legge n. 205 del 2000.
Alla stesura hanno partecipato giudici, avvocati e professori universitari al fine di rendere il codice espressione di tutti gli operatori del settore ed offrire una maggiore tutela a tutte le posizioni soggettive sottoposte alla giurisdizione del giudice amministrativo.
Il decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 di attuazione della delega conferita all’Esecutivo dalla l. 69/2009 si compone di due articoli. L’articolo 1 reca la norma di approvazione del codice del processo amministrativo (All. 1), delle norme di attuazione (All. 2), delle norme transitorie (All. 3) delle norme di coordinamento e delle abrogazioni (All. 4).
Il codice consta complessivamente di 137 articoli oltre le norme di attuazione, transitorie e di abrogazione, tutto  suddiviso in cinque libri.
Il libro primo contiene le disposizioni generali; il libro secondo disciplina il processo amministrativo di primo grado;il libro terzo ha per oggetto le impugnazioni; il libro quarto è dedicato ad ottemperanza e riti speciali; il libro quinto reca norme finali.
Il  libro primo oltre a menzionare i principi generali cui è ispirato il processo amministrativo, disciplina le possibili azioni.
Quelle previste all’interno del nuovo codice sono:
l’azione di annullamento, avente natura costitutiva e volta all’annullamento dell’atto illegittimo per violazione di legge, eccesso di potere o incompetenza;
l’azione di condanna, finalizzata ad ottenere il risarcimento del danno ingiustamente patito per violazione di interessi legittimi o di diritti soggettivi nel caso di giurisdizione esclusiva;
In particolare, il legislatore ha previsto la possibilità di proporre l’azione tesa ad ottenere il risarcimento del danno anche in via autonoma dall’azione di annullamento ma solo nelle materie di giurisdizione esclusiva.
Invece, l’azione di risarcimento per lesione di interessi legittimi potrà essere richiesta entro il termine di decadenza di 120 giorni dal giorno in cui si è verificato il fatto o si è avuta conoscenza del provvedimento lesivo.
In ogni caso il giudice potrà valutare il comportamento tenuto dalle parti ed escludere il risarcimento se il danno si sarebbe potuto evitare con l’ordinaria diligenza;
l’azione avverso il silenzio;
l’azione diretta ad accertare la nullità, proponibile entro il termine di decadenza di centottanta giorni.
Significative novità si registrano in materia di competenza, con l’ampliamento dei casi di comnpetenza inderogabile del TAR Lazio (inserendo anche i giudizi in materia di rimozione di amministratori locali e di scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose) e con l’attribuzione invece al TAR Lombardia delle controversie relative ai poteri esercitati dall’Autorità  per l’energia elettrica e il gas.
Il legislatore, discostandosi dall’autorevole opinione del Consiglio di Stato, ha altresì stabilito l’inderogabilità della competenza territoriale e ciò al fine di limitare il cd. forum shopping.
Si afferma poi il principio della translatio iudicii, che consente al processo erroneamente incardinato innanzi ad un giudice privo di giurisdizione, di poter proseguire davanti al giudice dotato di giurisdizione, al fine di pervenire ad una pronuncia di merito che definisca la controversia.
Un’ ulteriore innovazione è rappresentata dalla disciplina della tutela cautelare prevista sia nella forma collegiale che monocratica.
In particolare, in ordine alla prima è stato stabilito che il collegio dovrà pronunciarsi sulla domanda cautelare in camera di consiglio non prima che siano decorsi venti giorni dal ricevimento della notifica e dieci dal deposito del ricorso che dovrà necessariamente contenere anche l’istanza di fissazione dell’udienza.
Inoltre potranno essere prodotti memorie e documenti fino a due giorni prima della camera di consiglio.
Il Collegio, qualora conceda la tutela cautelare, dovrà sempre fissare con ordinanza la data di discussione dell’udienza di merito.
L’intento di tale disposizione è ovviamente quello di ridurre la durata delle misure cautelari in attesa della decisione sul merito.
Presupposti invece della tutela cautelare monocratica  sono situazioni di estrema gravità ed urgenza.
A ciò si aggiunga la tutela cautelare ante causam che si fonda sugli stessa presupposti della tutela monocratica aggravati dall’eccezionale gravità ed urgenza tale da non consentire la dilazione fino alla data della camera di consiglio.
Novità rilevanti si riscontrano anche nella fase istruttoria.
Nel codice è stata infatti introdotta la prova testimoniale in forma scritta oltre la consulenza tecnica d’ufficio, sotto certi aspetti già ammessa in precedenza, e la verificazione.
In tal modo il processo amministrativo ha acquisito degli elementi dal processo civile tesi ad una maggiore garanzia del contraddittorio ed alla parità delle parti processuali, principi ispiratori del nuovo codice.
Pare opportuno a tal proposito sottolineare quanto stabilito dall’art. 50 del codice del processo amministrativo:”Per quanto non espressamente previsto dal presente codice si applicano le disposizioni del codice di procedura civile in quanto compatibili o espressioni dei principi generali”.
Per ciò che riguarda i mezzi d’impugnazione è stato introdotto il rimedio dell’opposizione di terzo dando attuazione alla sentenza della Corte Costituzionale n. 177 del 1995.
Il codice ha poi posto rimedio anche in merito ai riti speciali, confermando tra gli altri solo quelli in materia di diritto di accesso, di silenzio inadempimento, di procedimento ingiuntivo, in materia di appalti pubblici ed elettorale, eliminando quelli ritenuti superflui.
In particolare per le controversie in materia di appalti nel codice viene recepita la recente “direttiva ricorsi”, introdotta dal d.lgs. 53/2010, con alcune modifiche riguardanti i termini processuali.
Nel codice si fa poi un espresso richiamo alla sinteticità ed alla chiarezza degli atti sia dei giudici che delle parti e, in materia di spese processuali, è prevista la possibilità che il giudice condanni la parte soccombente al pagamento di una somma determinata in via equitativa quando la decisione è fondata su ragioni manifeste od orientamenti giurisprudenziali consolidati.
La creazione del codice risponde sicuramente ad esigenza di chiarezza da tempo reclamate nel settore e si spera che possa assicurare, attraverso un unico ed organico quadro normativo in cui sono state raccolte tutte le disposizioni introdotte nel corso degli anni e presenti nell’ordinamento, un miglior funzionamento della giustizia amministrativa.